| Ricoeur e la Regola d'oro: se la giustizia
non basta | L'ampio dibattito che ormai da tempo si svolge intorno alle questioni relative all'ammi nistrazione della giustizia e che ha raggiunto, anche di recente, punte di particolare e
sofferta vivacità in occasione dell'esecuzione di alcune condanne a morte, ha
stimolato, soprattutto nell'opinione pubblica che si riconosce nella fede cristiana, una
riflessione particolare sul rapporto che può e deve esistere tra le esigenze proprie della
giustizia umana e i valori più direttamente discendenti dal messaggio evangelico, primi
fra tutti quelli del perdono e dell'amore. In questo contesto, appare assai opportuna la
pubblicazione da parte dell'editrice Morcelliana del volumetto di Paul Ricoeur, «Amore
e giustizia» (pp. 64, £. 10.000), che offre al lettore spunti interessanti in merito alla
relazione che è possibile e doveroso istituire «tra poetica dell'amore e prosa della
giustizia». Infatti, come puntualmente ricorda Ilario Bertoletti nella post-fazione,
«Ricoeur, a ricapitolazione delle ricerche iniziate negli anni Cinquanta sulla "questione
del potere" e il "paradosso politico" e proseguite attraverso un confronto serrato con i
più influenti paradigmi di teoria della giustizia (da John Rawls a Michael Walzer),
parte dalla constatazione di una insanabile opposizione tra il comandamento d'amore -
"amate i nemici, fate del bene a quelli che vi odiano" (Lc 6,27) - e la Regola d'oro:
"Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te"; il primo rispondente a una logica
paradossale del dono e della sovrabbondanza, la seconda, che sta alla base dell'idea
occidentale di giustizia distributiva, fondata sulla reciprocità e l'uguaglianza». Ma
davvero, si chiede il filosofo di Valence, vi può essere soltanto contraddizione tra la
logica paradossale dell'amore evangelico e la logica dell'equivalenza che è tipica della
giustizia? La risposta che egli offre a questa domanda prende le mosse dall'importante
constatazione che il comandamento dell'amore e la regola d'oro della reciprocità si
trovano espressi in un medesimo contesto e si risolve nelle seguenti decisive
considerazioni: «È possibile un'altra interpretazione, secondo la quale il
comandamento d'amore non abolisce la Regola d'oro, ma la reinterpreta nel senso
della generosità, come un canale non solo possibile ma necessario di un
comandamento che, in forza del suo statuto sovra-etico, accede alla sfera etica solo al
prezzo di comportamenti paradossali ed estremi... E tuttavia - conclude Ricoeur -,
quale legge penale e in generale quale regola di giustizia potrebbe essere tratta da una
massima d'azione che erigesse la non-equivalenza a regola generale?... Se la
sovra-morale non deve scivolare in non-morale, o addirittura in immoralità - ad
esempio in viltà -, deve passare attraverso il principio della moralità, riassunto nella
Regola d'oro e formalizzato dalla regola di giustizia». |