RASSEGNA STAMPA

15 DICEMBRE 2000
ALESSANDRA IADICICCO
Gadamer la filosofia rinata sulle macerie di Nietzsche
Toma in libreria dopo 28 anni «Verità e metodo»
Nel centenario dell'autore, a quarant'anni dalla pubblicazione, a trenta dalla prima edizione italiana, Bompiani ripropone, come primo volume delle Opere complete, il testo capitale di Hans Georg Gadamer. Scritto nel 1960, tradotto in Italia (prima che in Inghilterra e Francia) nel 1972, Verità e metodo, ovvero Elementi di una filosofia ermeneutica, continua a costituire un termine di riferimento centrale per la filosofia contemporanea. E' appunto come un classico che lo presenta Giovanni Reale, direttore della collana dedicata al pensiero occidentale nella quale il volume (pagg. 1.070, lire 62.000) è compreso. Dunque come un testo che, coerentemente con il concetto di «classico» definito dallo stesso Gadamer in Virtù e metodo, mantiene la propria attualità laddove incontra «la nostra attitudine a riconoscere delle permanenze». Laddove cioè, in prospettiva, nella distanza temporale, riceve dal presente il riconoscimento di un contenuto di verità. Che la verità sia tutta nell'interpretazione, che la fortuna e il destino di uno scritto siano assolutamente rimessi alla lettura dei suoi interpreti, è un'acquisizione dai tempi di Nietzsche.
Abbattuto «da colpi di martello» dal pensatore dell'eterno ritorno, il monolito della verità filosofica si frantuma nella pluralità delle volontà di potenza, si rifrange nella varietà delle prospettive, si disperde nella molteplicità delle pratiche discorsive. E' un punto di non ritorno: da Nietzsche in poi la filosofia diventa semiotica: si apre all'indagine dei linguaggi, soggiace, di fatto, alla materialità contestuale dei discorsi.
A tale, situazione di apparente disordine e illeggibilità, Gadamer ha il merito di aver dato una sistemazione: raccolte le macerie della decostruzione nicciana, ha ricostruito la possibilità del discorso filosofico tenendo conto della sua irrimediabile contingenza, della sua insuperabile opacità. e della sua insopprimibile sostanza linguistica. Che filosofia sia discorso non costituisce affatto uno scacco conoscitivo. A meno che il modello di conoscenza che si assume come riferimento non sia quello dominato dagli ideali di oggettività e verificabilità delle scienze positive. E proprio dalla polemica nei confronti del paradigma nomologico delle scienze esatte che prende le mosse il lungo itinerario di Gadamer. E la polemica è manifesta fin nel titolo. «Verità» e «metodo» sono i due poli che una contrapposizione che vede fronteggiarsi due modi del sapere: le scienze della natura contro le esperienze di verità che dal metodo delle scienze restano escluse.
Situato sulle prime nell'ambito della riflessione sull'epistemologia delle scienze umane (sullo statuto cioè e sulle modalità di produzione della conoscenza di quelle discipline - moral sciences e Geisteswissenschaften - che hanno a che fare con la comprensione), il testo approda a una radicale trasformazione della nozione di verità. All'impostazione cioè di quell'«ontologia ermeneutica» che Gadamer sviluppa rielaborando e rivalutando - come è dovere dell'interprete e diritto sacrosanto di chiunque sappia pensare - una costellazione di concetti della tradizione. Dagli antichi, e da Platone in particolare, riprende l'insistenza sulla dialettica della domanda e risposta: acquisito il messaggio dell'ermeneutica romantica, fa suo il concetto (che è di Schleiermacher) di circolo ermeneutico. Di Dilthey accoglie la critica allo storicismo e l'idea del carattere storico della stessa storiografia. Ma è soprattutto seguendo la linea indicata da Heidegger (lo Heidegger di Essere e tempo) che afferma la natura ontologica dell'interpretazione, struttura originaria dell'uomo che è «apertura comprendente sul mondo».
Che il grande affresco di Gadamer, per la centralità della nozione di linguaggi - che è andata sempre più consolidandosi nel corso del Novecento - e soprattutto per la definitiva mena in crisi delle pretese assolutistiche dell'età moderna, corrisponda alla descrizione della scena del dibattito filosofico contemporaneo trova conferma nello sviluppo che, dopo di lui e nel solco da lui tracciato, prende l'ermeneutica nel pensiero di Luigi Pareyson e Paul Ricoeur.
Nel nostro Paese la ricezione dell'opera di Gadamer resta in gran parte assegnata al lavoro del suo traduttore che, come tale, è stato anche suo interprete obbligato. Di Gianni Vattimo, che ha spinto decisamente l'ermeneutica gadameriana nella direzione del pensiero cosiddetto «debole»: quello che, riconosciuta e accolta la frammentazione del reale, rinuncia all'ideale ottocentesco dell'unità e della metafisica. E' ancora la sua traduzione, insuperabile per bellezza e coraggio, come ebbe ad ammettere lo stesso Gadamer, quella che ora ripropone Bompiani. Accanto (sfida al lettore che voglia cimentarsi in un atto di interpretazione) all'originale tedesco.
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