Siate tolleranti,
rinunciate alla Verità| E' il cuore della democrazia, la base della vita moderna. Eppure per secoli è stata
calpestata dalla fede, dalla scienza
e dalle ideologie. Un libro di Sassier ripercorre la sua lunga storia. Ricordando che in tempi di
migrazioni serve anzitutto ad accettare il diverso |
| Perché la tolleranza è diventata l'imperativo politico e giuridico dell'Occidente? Al suo nome, i nostri
sistemi fanno ricorso ogni volta che devono difendere le ragioni della libertà e della democrazia. Ma se
nella vita politica e sociale qualcuno inserisce le carte truccate della violenza e dell'inganno? E quando
diciamo di sopportare, in altri popoli e altre culture, idee e comportamenti che, invece, in casa nostra
disapproviamo oppure rigettiamo: siamo tolleranti, indifferenti oppure siamo solo impotenti? Alla
tolleranza, la virtù alla quale affidiamo il nostro futuro di europei, Philippe Sassier, politologo e saggista
francese, ha dedicato un libro. Perché la tolleranza (pubblicato dalla Salerno Editrice) ricostruisce la
storia di un'idea che, dal Cinquecento ai nostri giorni, come una sottile linea rossa, ha sempre separato
la civiltà dei giusti dall'irrazionalità sociale dei mostri e dei prepotenti.
La tolleranza è, innanzitutto, una di quelle parole che, come scriveva Ezra Pound, "il vento porta con sé
in cerca di una canzone". E il vento del libero pensiero ha iniziato a soffiare sulla tolleranza solo a
partire dalle grandi guerre di religione del XV e XVI secolo. Neanche le riforme protestanti sono nate
tolleranti. Per Calvino, essendo la Rivelazione del tutto chiara, solo un accecamento volontario poteva
indurre una persona a vagare nell'errore. Ergo: guai agli accecati. Nel XVI secolo il riformatore luterano
Melantone (l'institutor Germaniae, il maestro della cultura tedesca) riteneva doveroso per un magistrato
costringere i propri sudditi ad assistere al culto e ascoltare la parola di Dio. "Ogni filosofo ateo è un
ragionatore in cattiva fede", controcantava Rousseau per invitare l'autorità pubblica a cacciare dalla vita
collettiva i dubbiosi e i miscredenti. Perché di fronte all'evidenza di una verità, qualunque essa fosse,
allora era proibito sbagliare.
Dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi, la scoperta del Nuovo Mondo e i dilaniamenti politici
covati in seno, l'Occidente cristiano si ritrova a doversi bruscamente confrontare con la diversità umana.
La tolleranza cessa di essere un termine univoco e diventa sinonimo di una molteplicità di pensieri e di
proposte di verità. Nelle vaste zone d'ombra aperte dalla comprensione delle ragioni degli "altri",
l'Illuminismo trova nel concetto di tolleranza gli stimoli per una nuova virtù morale e civica. Come?
Dichiarando "conforme alla natura" l'amore di sé (fino ad allora denigrato dalla filosofia cristiana) e
arruolandolo nelle file dell'amore per il prossimo.
Questa "legge di natura" è perfezionata dal comandamento cristiano "Tutto quello che volete che gli
uomini vi facciano, fatelo loro allo stesso modo" (Mt. 7,12; Lc 6,31). Essa si trasforma in quella "regola
di reciprocità" posta alla base dei diritti-doveri garantiti dai nostri ordinamenti solo dopo che il principio di
laicità ne ha smorzato la principale caratteristica: la reciprocità non dipende dal comportamento dell'altro
nei nostri confronti ma da ciò che a noi sembra buono o cattivo per noi stessi. "Non farai ciò che non
vorresti ti fosse fatto": l'articolo 6 della "Dichiarazione dei diritti" del 1793 ha fissato così, per l'intero
Continente europeo, il limite morale della libertà. Che, come corollari, presuppone almeno un altro paio di
regole. La prima: poiché tutti gli uomini sono soggetti agli errori, non si possono che accettare gli errori
altrui. La seconda: bisogna, allo stesso modo, accettare di dubitare delle proprie opinioni.
"Nessuna dogana per il pensiero!", tuonava Lutero contro chi avversava le sue opinioni. Ma, come tutte
le parole diventate "virtuose" rubando un contenuto esemplare dalla teologia e dalla filosofia, anche la
tolleranza ha dovuto affrontare la sfida con una modernità che, tanto per cambiare, si è presentata al
confronto vestendo i panni della scienza. "Dov'è che si incontra questa pretesa libertà di pensiero?",
inveiva Auguste Comte. Per il padre dei positivisti "in astronomia, in chimica, in fisiologia, non appena
scopriamo una legge ogni libertà di pensiero si dilegua e sparisce". Quando la scienza diventa
intollerante, commette lo stesso peccato della religione: scambia le proprie opinioni per certezze. Il
qualificativo "scientifico" vantato da certe teorie politiche di questo secolo ha permesso al nazismo e allo
stalinismo di applicare un unico e tragico sillogismo: la verità è intollerante, quindi bisogna essere
intolleranti.
Per fortuna, grazie alla storia, oggi sappiamo di non sapere quasi niente. La maggior parte delle nostre
certezze non sopravvivono alla nostra generazione. La scienza, ormai, riesce anche a non percepirsi
solo come fabbrica di "leggi". E all'alba di un nuovo millennio, la tolleranza è di nuovo libera di fare un
passo avanti: accettare la diversità come ricchezza collettiva, per offrire ad ogni individuo la possibilità di
scegliere i propri obiettivi esistenziali. Pensate alla "mucca pazza", all'insipienza di chi ha trasformato i
bovini erbivori in carnivori (solo per convenienza economica), pensate alla ricchezza oggettiva di una
biodiversità rispettabile ma non rispettata... I grandi principi di cui stiamo parlando hanno sempre un'altra
faccia della medaglia, quella pratica, su cui conviene riflettere. Anche per questo, la tolleranza è
diventata la possibilità offerta ad ognuno di noi di partecipare alla costruzione del legame sociale.
Persino per la Chiesa Cattolica del Concilio Vaticano II, la prima virtù laica e civica degli Illuministi si è
trasformata in un mezzo "per condividere la verità del prossimo come il pane eucaristico dello spirito".
Oggi, davanti alle grandi migrazioni che il riassetto dell'equilibrio demografico Nord-Sud richiede,
tollerare significa accettare la persona stessa, ricevere il dono della sua anima e della sua sincerità
perché (sono concetti di Gabriel Marcel) per mezzo delle ragioni degli altri noi entriamo in comunione
con la nostra vita spirituale. Quando, però, qualcuno viene a praticare in casa nostra l'escissione delle
bambine, la poligamia, l'uso del velo o altre espressioni di una "differenza" che costituisce un'identità
religiosa e sociale, allora la tolleranza non può evitare di ricordare le sue origini pragmatiche. In fondo,
in un mondo ormai privo di valori universali, il richiamo ad una "umanità ragionevole" lasciataci in eredità
dal Secolo dei Lumi, e grazie alla quale siamo sempre stati pronti ad accogliere ogni avvenimento
inatteso della Storia, continua ad essere il modo migliore per armonizzare i mezzi di cui disponiamo ai
fini che desideriamo. Agli inizi del nuovo millennio, per essere tolleranti è sufficiente essere accoglienti. |