Poco meno di un secolo fa, nei suoi studi
sulla genesi della modernità, Max Weber
riprese dai romantici un concetto che dava
un contorno preciso al problema che gli
stava a cuore: Entzauberung, "disincanto".
Il grande sociologo accogliendo la
profezia nicciana della "morte di Dio" e
del tramonto dei valori tradizionali
intendeva dire che la moderna
razionalizzazione tecnicoscientifica del
mondo aveva inesorabilmente eroso la
forza vincolante delle visioni
mitologicoreligiose, rimpiazzandole con
una spiegazione "oggettiva".
L'umanità che ha assaporato i frutti
dell'albero della conoscenza non è più
disposta alla rinuncia all'uso critico della
ragione, e ciò ha come effetto il
"disincanto": le credenze religiose e i
valori ultimi, non potendo essere fondati
su basi razionali, perdono la capacità di
formare un'identità sociale condivisa. Essi
escono dalla sfera pubblica e vengono
relegati nell'ambito soggettivo delle scelte
individuali. Si ha allora un politeismo di
principi, non più dirimibile razionalmente,
che porta all'equivalenza, quindi
all'indifferenza e infine alla svalutazione
dei valori.
Questa tesi rappresenta uno scoglio per
chiunque intenda riflettere sul problema
del sacro, del religioso e del divino senza
rinunciare al punto di vista della
modernità, quindi senza operare il
sacrificium intellectus. Proprio da qui
muove Umberto Galimberti nel suo nuovo
libro Orme del sacro. Il cristianesimo e la
desacralizzazione del sacro. Introducendo
un'opportuna, ma spesso trascurata
distinzione tra sacro, mito, divino e
religioso, e mostrando il loro embricarsi,
egli ne esamina le manifestazioni e le
"eclissi" nel mondo "dissacrato" della
tecnica. E apre un itinerario alternativo ai
due dogmatismi che hanno polarizzato il
dibattito sui rapporti tra filosofia e
religione: da un lato l'insistenza
cattolicoromana sul monopolio della verità
e sull'unicità della salvezza, che ostacola il
dialogo non solo con i non credenti, ma
perfino con le altre religioni; dall'altro, la
malcelata pretesa di verità da parte di un
pensiero ateo altrettanto intransigente e
incline al fondamentalismo. Nel primo
caso Galimberti raccomanda prudenza
circa un'interpretazione troppo ottimistica
del nuovo bisogno di Dio e di
trascendenza: "Il risveglio religioso",
scrive, "in tutte le disparate forme cui oggi
assistiamo, non deve trarre in inganno.
Esso è solo un sintomo dell'inquietudine
dell'uomo contemporaneo che, cresciuto
nella visione della tecnica come progetto di
salvezza, oggi percepisce, all'ombra del
progresso, la possibilità di distruzione, e
all'ombra dell'espansione tecnica, la
possibilità di estinzione".
Nessuna civiltà si è organizzata in modo
così materialistico e consumistico come la
nostra: e allora sembrerebbe più calzante
parlare riprendendo il termine della
polemica tra Martin Buber e C.G. Jung di
un'"eclissi di Dio" più che si una sua
riapparizione. All'ateismo, tuttavia, già
Weber prospettava un esito tutt'altro che
sereno: "il sottile manto della
razionalizzazione" sarebbe presto
diventato una "calotta d'acciaio" sotto la
quale i figli della modernità si sarebbero
ridotti a "specialisti senza spirito ed
edonisti senza cuore". E dell'homo
technologicus giudicava: "Questo nulla
crede di essersi elevato a un grado di
umanità mai raggiunto prima", eppure
davanti a lui si profila non "il fiorire
dell'estate", bensì una "notte polare"
rigida e glaciale. Galimberti fa capire, a chi
tiene fermo il punto di vista della ragione,
che il disincanto del mondo non ha lasciato
dietro di sé il nulla, bensì un vuoto, con
tutta la sua forza di risucchio. Ha
provocato cioè un'inquietudine e un
bisogno di risignificazione del mondo che
vorrebbero compensare l'organizzazione
sempre più tecnologica di quest'ultimo e la
sua riduzione a numero e quantità. Egli
rimane però convinto che dal destino della
tecnica "nessun Dio ci può salvare". Ma il
suo disincanto non è dogmatico, bensì
critico: il sacro rappresenta una
fondamentale risorsa simbolica dell'uomo.
Per questo egli profonde talento e carisma
per ricondurre lucidamente la ragione a
confrontarsi con le sue manifestazioni e le
sue potenti immagini. |