RASSEGNA STAMPA

27 NOVEMBRE 2000
FRANCO VOLPI
Quando dio si eclissa
Poco meno di un secolo fa, nei suoi studi sulla genesi della modernità, Max Weber riprese dai romantici un concetto che dava un contorno preciso al problema che gli stava a cuore: Entzauberung, "disincanto".
Il grande sociologo ­ accogliendo la profezia nicciana della "morte di Dio" e del tramonto dei valori tradizionali ­ intendeva dire che la moderna razionalizzazione tecnicoscientifica del mondo aveva inesorabilmente eroso la forza vincolante delle visioni mitologicoreligiose, rimpiazzandole con una spiegazione "oggettiva". L'umanità che ha assaporato i frutti dell'albero della conoscenza non è più disposta alla rinuncia all'uso critico della ragione, e ciò ha come effetto il "disincanto": le credenze religiose e i valori ultimi, non potendo essere fondati su basi razionali, perdono la capacità di formare un'identità sociale condivisa. Essi escono dalla sfera pubblica e vengono relegati nell'ambito soggettivo delle scelte individuali. Si ha allora un politeismo di principi, non più dirimibile razionalmente, che porta all'equivalenza, quindi all'indifferenza e infine alla svalutazione dei valori. Questa tesi rappresenta uno scoglio per chiunque intenda riflettere sul problema del sacro, del religioso e del divino senza rinunciare al punto di vista della modernità, quindi senza operare il sacrificium intellectus. Proprio da qui muove Umberto Galimberti nel suo nuovo libro Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro. Introducendo un'opportuna, ma spesso trascurata distinzione tra sacro, mito, divino e religioso, e mostrando il loro embricarsi, egli ne esamina le manifestazioni e le "eclissi" nel mondo "dissacrato" della tecnica. E apre un itinerario alternativo ai due dogmatismi che hanno polarizzato il dibattito sui rapporti tra filosofia e religione: da un lato l'insistenza cattolicoromana sul monopolio della verità e sull'unicità della salvezza, che ostacola il dialogo non solo con i non credenti, ma perfino con le altre religioni; dall'altro, la malcelata pretesa di verità da parte di un pensiero ateo altrettanto intransigente e incline al fondamentalismo. Nel primo caso Galimberti raccomanda prudenza circa un'interpretazione troppo ottimistica del nuovo bisogno di Dio e di trascendenza: "Il risveglio religioso", scrive, "in tutte le disparate forme cui oggi assistiamo, non deve trarre in inganno.
Esso è solo un sintomo dell'inquietudine dell'uomo contemporaneo che, cresciuto nella visione della tecnica come progetto di salvezza, oggi percepisce, all'ombra del progresso, la possibilità di distruzione, e all'ombra dell'espansione tecnica, la possibilità di estinzione". Nessuna civiltà si è organizzata in modo così materialistico e consumistico come la nostra: e allora sembrerebbe più calzante parlare ­ riprendendo il termine della polemica tra Martin Buber e C.G. Jung ­ di un'"eclissi di Dio" più che si una sua riapparizione. All'ateismo, tuttavia, già Weber prospettava un esito tutt'altro che sereno: "il sottile manto della razionalizzazione" sarebbe presto diventato una "calotta d'acciaio" sotto la quale i figli della modernità si sarebbero ridotti a "specialisti senza spirito ed edonisti senza cuore". E dell'homo technologicus giudicava: "Questo nulla crede di essersi elevato a un grado di umanità mai raggiunto prima", eppure davanti a lui si profila non "il fiorire dell'estate", bensì una "notte polare" rigida e glaciale. Galimberti fa capire, a chi tiene fermo il punto di vista della ragione, che il disincanto del mondo non ha lasciato dietro di sé il nulla, bensì un vuoto, con tutta la sua forza di risucchio. Ha provocato cioè un'inquietudine e un bisogno di risignificazione del mondo che vorrebbero compensare l'organizzazione sempre più tecnologica di quest'ultimo e la sua riduzione a numero e quantità. Egli rimane però convinto che dal destino della tecnica "nessun Dio ci può salvare". Ma il suo disincanto non è dogmatico, bensì critico: il sacro rappresenta una fondamentale risorsa simbolica dell'uomo.
Per questo egli profonde talento e carisma per ricondurre lucidamente la ragione a confrontarsi con le sue manifestazioni e le sue potenti immagini.
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