RASSEGNA STAMPA

26 NOVEMBRE 2000
VITTORIO GIROTTO
Democratici quasi per magia
Perché votiamo, anche quando nessuna legge ci costringe a farlo? Questa domanda pone un problema insormontabile per la teoria della scelta razionale.
Secondo tale teoria, proposta per la prima volta da Anthony Downs nel 1957 e ancora ben presente nella politologia anglosassone, la competizione per il potere in un regime democratico equivale alla competizione economica in un libero mercato. In entrambi i casi, gli attori tendono a massimizzare i benefici delle proprie azioni e a ridurne i costi. Un cittadino di un regime democratico, perciò, andrà a votare se e solo se i costi certi che deve affrontare (per esempio tempo, necessità di informarsi, eccetera) saranno inferiori ai benefici attesi. Questi ultimi potranno essere materiali (come i vantaggi derivanti dalle politiche fiscali del partito eletto) o ideologici (la soddisfazione nel vedere eletto il partito preferito). In ogni caso, il cittadino dovrà ponderarli, considerando la probabilità che il suo singolo voto determini l'esito desiderato (la vittoria del partito preferito). Dato che tale probabilità è insignificante (è quasi impossibile che un voto determini l'esito delle elezioni), i costi di ogni singola azione di voto risulteranno superiori ai benefici attesi.
Ogni cittadino razionale, di conseguenza, dovrebbe astenersi. Nella realtà, invece, milioni di cittadini votano in tutti i Paesi dove si svolgono libere elezioni. Come si spiega questo paradosso?
Downs aveva tentato di risolverlo, sostenendo che i cittadini votano perché sono consapevoli che un'eventuale astensione generalizzata comporterebbe il crollo della democrazia. Questa spiegazione, però, sostituisce il paradosso del voto con quello della partecipazione civica. Un singolo voto non determina l'esito desiderato, sia che si tratti di far vincere un partito, sia che si voglia mantenere la democrazia. La scelta razionale, in entrambi i casi, è l'astensione.
Di fronte a questo paradosso, alcuni sostenitori della teoria della scelta razionale, come Carole Uhlaner, hanno concluso che "purtroppo per la teoria, le persone votano"! Altri, invece, hanno attribuito la partecipazione elettorale ai benefici diretti dell'azione di voto (per esempio la soddisfazione di partecipare a un rito collettivo). L'introduzione di tali benefici rende meno rigorosa la teoria della scelta razionale. In ogni caso, oltre ai benefici psicologici proposti dai politologi, c'è un fattore cognitivo che può spiegare l'azione di voto.
Amos Tversky, uno dei fondatori della psicologia delle decisioni, e George Quattrone hanno dimostrato che il voto dipende anche dalla tendenza a ottenere una diagnosi favorevole di ciò che si desidera.
Proviamo a rifare l'esperimento condotto da questi ricercatori. A un gruppo di persone chiediamo di immaginare di simpatizzare per uno dei due soli partiti (A e B) che concorreranno nelle prossime elezioni in un dato Paese. Poniamo metà delle persone in una condizione (chiamiamola di "controllo"), spiegando loro che i sostenitori dei partiti voteranno in egual misura mentre i cittadini non schierati voteranno in modo preponderante per un dato partito, decidendo così l'esito delle elezioni. Poniamo l'altra metà delle persone in un'altra condizione (chiamiamola "diagnostica"), spiegando loro che i cittadini non schierati si divideranno equamente tra i due partiti, cosicché le elezioni saranno decise dalla partecipazione elettorale dei cittadini schierati. In pratica, vincerà A, se i suoi sostenitori voteranno più dei sostenitori di B. Vincerà quest'ultimo, se i suoi sostenitori voteranno più dei sostenitori di A. In entrambe le condizioni, però, spieghiamo che il partito vincente avrà un margine di vittoria compreso tra i 200mila e i 400mila voti. Da un punto di vista oggettivo, le due condizioni sono equivalenti: il margine di vittoria è lo stesso (ed è ben diverso da 1) e ogni persona ha un solo voto a disposizione.
Da un punto di vista cognitivo, però, le due condizioni non si equivalgono. In quella di controllo, non abbiamo suggerito nessun legame tra orientamento politico e decisione di votare (i sostenitori di A e quelli di B voteranno in egual misura). In quella diagnostica, invece, abbiamo suggerito una correlazione tra orientamento politico e decisione di votare (la vittoria di un partito dipenderà dalle decisioni dei suoi sostenitori).
Di conseguenza, le persone che si trovano in questa condizione tenderanno a considerare le proprie scelte come indicative delle scelte degli altri sostenitori del loro partito. Insomma, se so che la vittoria del mio partito dipende da quello che faranno quelli che la pensano come me, posso concludere che mi conviene votare perché, in tal modo, avrò il "segno" che anche gli altri che la pensano come me faranno lo stesso.
Voto, quindi, per "far votare" (quasi-magica) anche gli altri.
L'esperimento di Tversky e Quattrone è andato proprio così: le persone nella condizione diagnostica giudicano più probabile la vittoria del proprio partito qualora loro stesse decidano di votare e si dicono più disposte a votare che le persone della condizione di controllo. Martina Zanetti (Università di Trieste) ha di recente dimostrato che, se il regime democratico è percepito come instabile, anche gli elettori non schierati sovrastimano la probabilità che la loro decisione di votare determini quella altrui.
Questi risultati sperimentali dimostrano l'esistenza di una tendenza "quasi-magica" a scegliere le azioni che forniscono il segno del verificarsi dell'esito desiderato, anche se quest'ultimo è legato alle decisioni indipendenti di milioni di altre persone. Il successo di molte azioni collettive (per esempio una campagna Telethon) può dipendere da una medesima tendenza quasi-magica. Il nostro singolo contributo non è decisivo, ma ci comportiamo come se ci fossero solo due stati del mondo, uno in cui tutti partecipano e l'altro in cui nessuno partecipa. Così, chiedendoci "se io non partecipo, perché dovrebbe partecipare qualcun altro?", finiamo per concludere "se io non partecipo, non lo farà nessun altro". Di conseguenza, partecipiamo.
Nel maggio scorso, prima dello svolgimento dei referendum, nel nostro Paese si discusse a lungo della possibilità di raggiungere il numero di voti necessario per dichiararli validi. In quell'occasione, Romano Prodi ebbe a dichiarare: "Io darò il mio contributo andando a votare. Se tutti la pensano come me...". Come sappiamo, non tutti la pensarono come il Presidente della Commissione Europea. Evidentemente non tutti, e non sempre, hanno la bacchetta (quasi) magica.
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