| Democratici quasi per magia | Perché votiamo, anche quando nessuna legge ci
costringe a farlo? Questa domanda pone un problema
insormontabile per la teoria della scelta razionale.
Secondo tale teoria, proposta per la prima volta da
Anthony Downs nel 1957 e ancora ben presente nella
politologia anglosassone, la competizione per il potere
in un regime democratico equivale alla competizione
economica in un libero mercato. In entrambi i casi, gli
attori tendono a massimizzare i benefici delle proprie
azioni e a ridurne i costi. Un cittadino di un regime
democratico, perciò, andrà a votare se e solo se i
costi certi che deve affrontare (per esempio tempo,
necessità di informarsi, eccetera) saranno inferiori ai
benefici attesi. Questi ultimi potranno essere materiali
(come i vantaggi derivanti dalle politiche fiscali del
partito eletto) o ideologici (la soddisfazione nel vedere
eletto il partito preferito). In ogni caso, il cittadino dovrà
ponderarli, considerando la probabilità che il suo
singolo voto determini l'esito desiderato (la vittoria del
partito preferito). Dato che tale probabilità è
insignificante (è quasi impossibile che un voto
determini l'esito delle elezioni), i costi di ogni singola
azione di voto risulteranno superiori ai benefici attesi.
Ogni cittadino razionale, di conseguenza, dovrebbe
astenersi. Nella realtà, invece, milioni di cittadini votano
in tutti i Paesi dove si svolgono libere elezioni. Come si
spiega questo paradosso?
Downs aveva tentato di risolverlo, sostenendo che i
cittadini votano perché sono consapevoli che
un'eventuale astensione generalizzata comporterebbe
il crollo della democrazia. Questa spiegazione, però,
sostituisce il paradosso del voto con quello della
partecipazione civica. Un singolo voto non determina
l'esito desiderato, sia che si tratti di far vincere un
partito, sia che si voglia mantenere la democrazia. La
scelta razionale, in entrambi i casi, è l'astensione.
Di fronte a questo paradosso, alcuni sostenitori della
teoria della scelta razionale, come Carole Uhlaner,
hanno concluso che "purtroppo per la teoria, le
persone votano"! Altri, invece, hanno attribuito la
partecipazione elettorale ai benefici diretti dell'azione
di voto (per esempio la soddisfazione di partecipare a
un rito collettivo). L'introduzione di tali benefici rende
meno rigorosa la teoria della scelta razionale. In ogni
caso, oltre ai benefici psicologici proposti dai
politologi, c'è un fattore cognitivo che può spiegare
l'azione di voto.
Amos Tversky, uno dei fondatori della psicologia delle
decisioni, e George Quattrone hanno dimostrato che il
voto dipende anche dalla tendenza a ottenere una
diagnosi favorevole di ciò che si desidera.
Proviamo a rifare l'esperimento condotto da questi
ricercatori. A un gruppo di persone chiediamo di
immaginare di simpatizzare per uno dei due soli partiti
(A e B) che concorreranno nelle prossime elezioni in
un dato Paese. Poniamo metà delle persone in una
condizione (chiamiamola di "controllo"), spiegando loro
che i sostenitori dei partiti voteranno in egual misura
mentre i cittadini non schierati voteranno in modo
preponderante per un dato partito, decidendo così
l'esito delle elezioni. Poniamo l'altra metà delle persone
in un'altra condizione (chiamiamola "diagnostica"),
spiegando loro che i cittadini non schierati si
divideranno equamente tra i due partiti, cosicché le
elezioni saranno decise dalla partecipazione elettorale
dei cittadini schierati. In pratica, vincerà A, se i suoi
sostenitori voteranno più dei sostenitori di B. Vincerà
quest'ultimo, se i suoi sostenitori voteranno più dei
sostenitori di A. In entrambe le condizioni, però,
spieghiamo che il partito vincente avrà un margine di
vittoria compreso tra i 200mila e i 400mila voti. Da un
punto di vista oggettivo, le due condizioni sono
equivalenti: il margine di vittoria è lo stesso (ed è ben
diverso da 1) e ogni persona ha un solo voto a
disposizione.
Da un punto di vista cognitivo, però, le due condizioni
non si equivalgono. In quella di controllo, non abbiamo
suggerito nessun legame tra orientamento politico e
decisione di votare (i sostenitori di A e quelli di B
voteranno in egual misura). In quella diagnostica,
invece, abbiamo suggerito una correlazione tra
orientamento politico e decisione di votare (la vittoria di
un partito dipenderà dalle decisioni dei suoi
sostenitori).
Di conseguenza, le persone che si trovano in questa
condizione tenderanno a considerare le proprie scelte
come indicative delle scelte degli altri sostenitori del
loro partito. Insomma, se so che la vittoria del mio
partito dipende da quello che faranno quelli che la
pensano come me, posso concludere che mi conviene
votare perché, in tal modo, avrò il "segno" che anche
gli altri che la pensano come me faranno lo stesso.
Voto, quindi, per "far votare" (quasi-magica) anche gli
altri.
L'esperimento di Tversky e Quattrone è andato proprio
così: le persone nella condizione diagnostica
giudicano più probabile la vittoria del proprio partito
qualora loro stesse decidano di votare e si dicono più
disposte a votare che le persone della condizione di
controllo. Martina Zanetti (Università di Trieste) ha di
recente dimostrato che, se il regime democratico è
percepito come instabile, anche gli elettori non
schierati sovrastimano la probabilità che la loro
decisione di votare determini quella altrui.
Questi risultati sperimentali dimostrano l'esistenza di
una tendenza "quasi-magica" a scegliere le azioni che
forniscono il segno del verificarsi dell'esito desiderato,
anche se quest'ultimo è legato alle decisioni
indipendenti di milioni di altre persone. Il successo di
molte azioni collettive (per esempio una campagna
Telethon) può dipendere da una medesima tendenza
quasi-magica. Il nostro singolo contributo non è
decisivo, ma ci comportiamo come se ci fossero solo
due stati del mondo, uno in cui tutti partecipano e
l'altro in cui nessuno partecipa. Così, chiedendoci "se
io non partecipo, perché dovrebbe partecipare
qualcun altro?", finiamo per concludere "se io non
partecipo, non lo farà nessun altro". Di conseguenza,
partecipiamo.
Nel maggio scorso, prima dello svolgimento dei
referendum, nel nostro Paese si discusse a lungo della
possibilità di raggiungere il numero di voti necessario
per dichiararli validi. In quell'occasione, Romano Prodi
ebbe a dichiarare: "Io darò il mio contributo andando
a votare. Se tutti la pensano come me...". Come
sappiamo, non tutti la pensarono come il Presidente
della Commissione Europea. Evidentemente non tutti, e
non sempre, hanno la bacchetta (quasi) magica. |