Esce in questi giorni in Inghilterra, edito da Macmillan,
il terzo e ultimo volume della bellissima biografia di
Keynes scritta da Robert Skidelsky (John Maynard
Keynes: Fighting for Britain 1937-1946). I primi due
volumi, usciti nell'arco di oltre dieci anni e pubblicati in
Italia da Boringhieri, coprivano l'uno gli anni giovanili di
Keynes dal 1883 al 1920, cioè fino alla
pubblicazione delle Conseguenze Economiche della
Pace, il libro che ne consacrò il prestigio
internazionale; l'altro gli anni centrali della sua
produzione scientifica(1921- 1937) dal Trattato sulla
moneta del 1930 alla Teoria generale dell'occupazione,
interesse e moneta, pubblicata nel 1936.
Nel 1937 Keynes subisce un primo gravissimo attacco
cardiaco che comporta una drastica riduzione di
attività fino al 1939. Con l'avvicinarsi della guerra,
anche grazie a un miglioramento delle condizioni di
salute, Keynes torna nel pieno della sua straordinaria
capacità di lavoro e molteplicità di interessi (oltre
all'economia, il teatro, il balletto, le attività di Tesoriere
del King's College e altro ancora).
Il primo contributo importante di quest'ultimo periodo è,
nel febbraio del 1940, il pamphlet How to Pay for the
War nel quale egli si sforza di indicare in quale modo
possano essere trasferite dai consumi privati alle
occorrenze per la difesa le necessarie risorse senza
passare attraverso l'inflazione o il razionamento e la
rigida pianificazione bellica sperimentate nella prima
guerra mondiale. La proposta è quella di lasciare la
definizione del salario alla libera contrattazione, ma di
pagarne parte in buoni del Tesoro convertibili in
moneta a conclusione della guerra. In tal modo -
arguiva Keynes - si poteva sterilizzare parte del
potere di acquisto dei lavoratori nel momento in cui la
domanda di risorse per gli impieghi militari era elevata
per reimmetterla nel sistema economico alla fine dello
sforzo bellico, in modo da evitare il rischio di una
stagnazione della domanda che gli economisti
consideravano altrimenti inevitabile con il venir meno
della spesa militare.
Allo scoppio della guerra Keynes accetta di ritornare a
lavorare per il Tesoro, come già aveva fatto nel corso
della prima guerra mondiale. In questa veste egli
influenza profondamente la preparazione dei bilanci
bellici della Gran Bretagna, ma soprattutto diviene il
negoziatore principale con gli Stati Uniti, prima sulle
questioni relative al sostegno americano allo sforzo
bellico della Gran Bretagna, attraverso, in particolare,
l'accordo Lend-Lease e poi su quelle dell'assetto
economico del dopoguerra culminate nella Conferenza
di Bretton Woods del 1944 e nell'istituzione del Fondo
Monetario Internazionale e della Banca per la
Ricostruzione e lo Sviluppo.
Nel marzo del 1946 si svolge a Savannah in Georgia la
conferenza inaugurale del Fondo e della Banca.
Keynes fa appena in tempo a prendervi parte, rientra
in Inghilterra e muore, per un nuovo attacco cardiaco,
nella sua casa di Tilton il giorno di Pasqua, domenica
21 aprile 1946. "The light is gone", La luce si è
spenta, scrisse Lydia Lopokova, la grande ballerina
russa della compagnia di Massine che Keynes aveva
sposato negli anni '20 suscitando lo scandalo di
Virginia Woolf e degli altri amici di Bloomsbury.
E in effetti che quella di Keynes fosse la luce di un
genio non si può dubitare. Il libro di Skidelsky riferisce
di giudizi sulla "velocità di un lampo dell'intelligenza di
Keynes", della sua straordinaria eloquenza e nello
stesso tempo della sua penetrazione nel dettaglio delle
questioni finanziarie. In questo quadro vale la pena di
riportare il giudizio di Hayek, certamente un uomo che
non fu mai convinto dalle idee di Keynes né
affascinato dalla sua personalità: " Keynes - scrisse
alla sua morte - è stato il solo uomo veramente
grande che io abbia incontrato e per il quale avevo
un'ammirazione sconfinata. Il mondo sarà un luogo
assai meno interessante senza di lui".
Del resto, contrariamente allo stereotipo secondo cui
Keynes e Hayek sarebbero stati i due poli di un'aspra
contrapposizione politica e intellettuale, Keynes aveva
scritto ad Hayek, dopo la pubblicazione del suo The
Road to Serfdom, nel quale si sosteneva che
l'interferenza nel laissez-faire porta su un terreno
sdrucciolevole al termine del quale vi è il totalitarismo,
una lunga lettera che si apriva con il giudizio che si
trattasse di "un grande libro" e aveva aggiunto: "Sul
piano morale e filosofico mi trovo d'accordo
praticamente con tutto quello che vi è scritto; anzi
sento un profondo accordo emotivo". A questo Keynes
faceva seguire un'obiezione molto sottile. Notando che
Hayek ammetteva che, per quanto ristretta, bisognava
lasciare un'area all'azione dello stato, egli scriveva che
il problema era dunque di dove collocare la linea di
separazione e aggiungeva che il problema non era
quanta "pianificazione" ammettere in un sistema
economico, ma che "un moderato ammontare di
programmazione sarà una buona cosa se coloro che
ne avranno la responsabilità condivideranno nella loro
mente e nel cuore la sua (di Hayek) posizione morale"
(p. 284-5).
È anche interessante notare come rispetto alla lettura
più convenzionale della Teoria generale, la posizione
di Keynes in How to pay for the War e negli anni
successivi appare molto cauta. Come del resto aveva
già notato qualche anno fa il professor Pasinetti in un
suo discorso all'Accademia dei Lincei, Keynes non
era favorevole alla spesa pubblica purchessia. Anzi,
come scrisse nel 1942 "il bilancio ordinario dello stato
dovrebbe essere sempre in equilibrio. È la spesa in
conto capitale che dovrebbe fluttuare in rapporto alla
domanda di lavoro". Questa posizione (che è di un
notevole interesse ancora oggi nelle discussioni sulla
politica economica dell'Euro e sui difetti del "patto di
stabilità") venne reiterata più e più volte. Il messaggio
keynesiano era che la politica monetaria dovesse
tendere a tenere bassi i tassi dell'interesse, che la
spesa corrente dello stato dovesse essere tenuta sotto
controllo e che solo gli investimenti dovessero essere
utilizzati come volano per assicurare al sistema la
piena occupazione.
La parte del nuovo libro di Skidelsky di più grande
interesse riguarda il disegno dell'assetto che avrebbe
dovuto avere il sistema economico internazionale nel
dopoguerra, cioè come evitare gli errori della
conferenza di pace di Versailles sui quali Keynes
aveva scritto nelle Conseguenze economiche della
pace e aveva riflettuto ininterrottamente nel periodo fra
le due guerre. Su questo problema Keynes inizia a
riflettere fin dal 1941 quando avanza la proposta di una
International Clearing Union che avrebbe dovuto
assicurare la demonetizzazione dell'oro ed evitare il
ritorno alle crisi degli anni Trenta e alle svalutazioni
competitive. Su questo terreno Keynes incontra Harry
Dexter White (sul quale si veda il box qui a lato) che,
come assistente del ministro americano del Tesoro
Morgenthau, aveva anch'egli cominciato a preparare
gli schemi per l'assetto internazionale postbellico. La
narrazione del lungo negoziato che porta a Bretton
Woods occupa la parte centrale del libro e ne
costituisce l'aspetto più affascinante.
In realtà lo schema finale riflette - com'era inevitabile
- il peso delle idee americane con il rifiuto della
istituzione di una vera e propria Banca Mondiale e di
una distribuzione del peso del riequilibrio delle bilance
dei pagamenti affidato non solo ai paesi in deficit, ma
anche a quelli in surplus (secondo un tema che è
tornato alla luce più volte nelle discussioni sul
funzionamento dello Sme negli anni '80) e con la
collocazione del dollaro al centro del sistema in luogo
della sterlina che aveva avuto questa posizione negli
anni centrali del gold standard.
Keynes era certamente un genuino internazionalista,
anche se nello stesso tempo egli era e rimaneva
attaccato all'idea di mantenere al proprio paese il ruolo
che tradizionalmente aveva avuto fino alla prima guerra
mondiale. Con molto acume e altrettanta ironia, Joseph
Schumpeter aveva scritto in una delle recensioni più
negative della Teoria generale che "la visione di
Keynes merita forse il complimento di saper esprimere
con vigore l'atteggiamento di una società
decadente...". Certo in Keynes - come nota
Skidelsky nel tracciare un bilancio conclusivo - il
legame con l'Inghilterra e la difesa del suo modo di
vivere era indissolubilmente legato alla sua grande
visione economica e ne rappresentava in qualche
modo una contraddizione irrisolta.
Per i primi venti anni del secondo dopoguerra le idee
di Keynes hanno esercitato un dominio incontrastato
sugli studi economici e sulle politiche economiche.
Poi, a partire dalla metà degli anni Settanta, è
cominciato un riflusso che fa sì che esse appaiano
oggi non come una teoria generale, ma come l'esame
di un caso speciale. E tuttavia, il mondo nel quale è
stata riscoperta l'importanza del mercato, dell'offerta e
l'importanza di contenere l'inflazione è un mondo che
è stato cambiato profondamente nel suo modo di
pensare dalla sfida lanciata sia per quanto riguarda il
funzionamento di ciascun sistema economico, sia per
quanto riguarda l'assetto internazionale dal pensiero di
Keynes. Per questo è giusto convenire con ciò che
scrisse alla sua morte il compassato Times e cioè che
"per trovare un economista di influenza comparabile
bisogna andare ad Adamo Smith". |