RASSEGNA STAMPA

26 NOVEMBRE 2000
GIORGIO LA MALFA
E Keynes disse: bravo Hayek
Esce in questi giorni in Inghilterra, edito da Macmillan, il terzo e ultimo volume della bellissima biografia di Keynes scritta da Robert Skidelsky (John Maynard Keynes: Fighting for Britain 1937-1946). I primi due volumi, usciti nell'arco di oltre dieci anni e pubblicati in Italia da Boringhieri, coprivano l'uno gli anni giovanili di Keynes dal 1883 al 1920, cioè fino alla pubblicazione delle Conseguenze Economiche della Pace, il libro che ne consacrò il prestigio internazionale; l'altro gli anni centrali della sua produzione scientifica(1921- 1937) dal Trattato sulla moneta del 1930 alla Teoria generale dell'occupazione, interesse e moneta, pubblicata nel 1936.
Nel 1937 Keynes subisce un primo gravissimo attacco cardiaco che comporta una drastica riduzione di attività fino al 1939. Con l'avvicinarsi della guerra, anche grazie a un miglioramento delle condizioni di salute, Keynes torna nel pieno della sua straordinaria capacità di lavoro e molteplicità di interessi (oltre all'economia, il teatro, il balletto, le attività di Tesoriere del King's College e altro ancora).
Il primo contributo importante di quest'ultimo periodo è, nel febbraio del 1940, il pamphlet How to Pay for the War nel quale egli si sforza di indicare in quale modo possano essere trasferite dai consumi privati alle occorrenze per la difesa le necessarie risorse senza passare attraverso l'inflazione o il razionamento e la rigida pianificazione bellica sperimentate nella prima guerra mondiale. La proposta è quella di lasciare la definizione del salario alla libera contrattazione, ma di pagarne parte in buoni del Tesoro convertibili in moneta a conclusione della guerra. In tal modo - arguiva Keynes - si poteva sterilizzare parte del potere di acquisto dei lavoratori nel momento in cui la domanda di risorse per gli impieghi militari era elevata per reimmetterla nel sistema economico alla fine dello sforzo bellico, in modo da evitare il rischio di una stagnazione della domanda che gli economisti consideravano altrimenti inevitabile con il venir meno della spesa militare.
Allo scoppio della guerra Keynes accetta di ritornare a lavorare per il Tesoro, come già aveva fatto nel corso della prima guerra mondiale. In questa veste egli influenza profondamente la preparazione dei bilanci bellici della Gran Bretagna, ma soprattutto diviene il negoziatore principale con gli Stati Uniti, prima sulle questioni relative al sostegno americano allo sforzo bellico della Gran Bretagna, attraverso, in particolare, l'accordo Lend-Lease e poi su quelle dell'assetto economico del dopoguerra culminate nella Conferenza di Bretton Woods del 1944 e nell'istituzione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca per la Ricostruzione e lo Sviluppo.
Nel marzo del 1946 si svolge a Savannah in Georgia la conferenza inaugurale del Fondo e della Banca.
Keynes fa appena in tempo a prendervi parte, rientra in Inghilterra e muore, per un nuovo attacco cardiaco, nella sua casa di Tilton il giorno di Pasqua, domenica 21 aprile 1946. "The light is gone", La luce si è spenta, scrisse Lydia Lopokova, la grande ballerina russa della compagnia di Massine che Keynes aveva sposato negli anni '20 suscitando lo scandalo di Virginia Woolf e degli altri amici di Bloomsbury.
E in effetti che quella di Keynes fosse la luce di un genio non si può dubitare. Il libro di Skidelsky riferisce di giudizi sulla "velocità di un lampo dell'intelligenza di Keynes", della sua straordinaria eloquenza e nello stesso tempo della sua penetrazione nel dettaglio delle questioni finanziarie. In questo quadro vale la pena di riportare il giudizio di Hayek, certamente un uomo che non fu mai convinto dalle idee di Keynes né affascinato dalla sua personalità: " Keynes - scrisse alla sua morte - è stato il solo uomo veramente grande che io abbia incontrato e per il quale avevo un'ammirazione sconfinata. Il mondo sarà un luogo assai meno interessante senza di lui".
Del resto, contrariamente allo stereotipo secondo cui Keynes e Hayek sarebbero stati i due poli di un'aspra contrapposizione politica e intellettuale, Keynes aveva scritto ad Hayek, dopo la pubblicazione del suo The Road to Serfdom, nel quale si sosteneva che l'interferenza nel laissez-faire porta su un terreno sdrucciolevole al termine del quale vi è il totalitarismo, una lunga lettera che si apriva con il giudizio che si trattasse di "un grande libro" e aveva aggiunto: "Sul piano morale e filosofico mi trovo d'accordo praticamente con tutto quello che vi è scritto; anzi sento un profondo accordo emotivo". A questo Keynes faceva seguire un'obiezione molto sottile. Notando che Hayek ammetteva che, per quanto ristretta, bisognava lasciare un'area all'azione dello stato, egli scriveva che il problema era dunque di dove collocare la linea di separazione e aggiungeva che il problema non era quanta "pianificazione" ammettere in un sistema economico, ma che "un moderato ammontare di programmazione sarà una buona cosa se coloro che ne avranno la responsabilità condivideranno nella loro mente e nel cuore la sua (di Hayek) posizione morale" (p. 284-5).
È anche interessante notare come rispetto alla lettura più convenzionale della Teoria generale, la posizione di Keynes in How to pay for the War e negli anni successivi appare molto cauta. Come del resto aveva già notato qualche anno fa il professor Pasinetti in un suo discorso all'Accademia dei Lincei, Keynes non era favorevole alla spesa pubblica purchessia. Anzi, come scrisse nel 1942 "il bilancio ordinario dello stato dovrebbe essere sempre in equilibrio. È la spesa in conto capitale che dovrebbe fluttuare in rapporto alla domanda di lavoro". Questa posizione (che è di un notevole interesse ancora oggi nelle discussioni sulla politica economica dell'Euro e sui difetti del "patto di stabilità") venne reiterata più e più volte. Il messaggio keynesiano era che la politica monetaria dovesse tendere a tenere bassi i tassi dell'interesse, che la spesa corrente dello stato dovesse essere tenuta sotto controllo e che solo gli investimenti dovessero essere utilizzati come volano per assicurare al sistema la piena occupazione.
La parte del nuovo libro di Skidelsky di più grande interesse riguarda il disegno dell'assetto che avrebbe dovuto avere il sistema economico internazionale nel dopoguerra, cioè come evitare gli errori della conferenza di pace di Versailles sui quali Keynes aveva scritto nelle Conseguenze economiche della pace e aveva riflettuto ininterrottamente nel periodo fra le due guerre. Su questo problema Keynes inizia a riflettere fin dal 1941 quando avanza la proposta di una International Clearing Union che avrebbe dovuto assicurare la demonetizzazione dell'oro ed evitare il ritorno alle crisi degli anni Trenta e alle svalutazioni competitive. Su questo terreno Keynes incontra Harry Dexter White (sul quale si veda il box qui a lato) che, come assistente del ministro americano del Tesoro Morgenthau, aveva anch'egli cominciato a preparare gli schemi per l'assetto internazionale postbellico. La narrazione del lungo negoziato che porta a Bretton Woods occupa la parte centrale del libro e ne costituisce l'aspetto più affascinante.
In realtà lo schema finale riflette - com'era inevitabile - il peso delle idee americane con il rifiuto della istituzione di una vera e propria Banca Mondiale e di una distribuzione del peso del riequilibrio delle bilance dei pagamenti affidato non solo ai paesi in deficit, ma anche a quelli in surplus (secondo un tema che è tornato alla luce più volte nelle discussioni sul funzionamento dello Sme negli anni '80) e con la collocazione del dollaro al centro del sistema in luogo della sterlina che aveva avuto questa posizione negli anni centrali del gold standard.
Keynes era certamente un genuino internazionalista, anche se nello stesso tempo egli era e rimaneva attaccato all'idea di mantenere al proprio paese il ruolo che tradizionalmente aveva avuto fino alla prima guerra mondiale. Con molto acume e altrettanta ironia, Joseph Schumpeter aveva scritto in una delle recensioni più negative della Teoria generale che "la visione di Keynes merita forse il complimento di saper esprimere con vigore l'atteggiamento di una società decadente...". Certo in Keynes - come nota Skidelsky nel tracciare un bilancio conclusivo - il legame con l'Inghilterra e la difesa del suo modo di vivere era indissolubilmente legato alla sua grande visione economica e ne rappresentava in qualche modo una contraddizione irrisolta.
Per i primi venti anni del secondo dopoguerra le idee di Keynes hanno esercitato un dominio incontrastato sugli studi economici e sulle politiche economiche.
Poi, a partire dalla metà degli anni Settanta, è cominciato un riflusso che fa sì che esse appaiano oggi non come una teoria generale, ma come l'esame di un caso speciale. E tuttavia, il mondo nel quale è stata riscoperta l'importanza del mercato, dell'offerta e l'importanza di contenere l'inflazione è un mondo che è stato cambiato profondamente nel suo modo di pensare dalla sfida lanciata sia per quanto riguarda il funzionamento di ciascun sistema economico, sia per quanto riguarda l'assetto internazionale dal pensiero di Keynes. Per questo è giusto convenire con ciò che scrisse alla sua morte il compassato Times e cioè che "per trovare un economista di influenza comparabile bisogna andare ad Adamo Smith".
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