| Pareyson rilegge Valéry per
un'estetica anti-crociana |
| Luigi Pareyson, "Problemi dell'estetica", Mursia, Pagine 240. Lire 38.000 | La poesia non sarebbe che ispirazione propria alla genialità
dell'artista? No. La poesia è principalmente esercizio, lavoro,
costruzione consapevole di un'architettura inutile, fatta di
parole intese principalmente come suoni. Oppure l'opera d'arte
in genere non è che produzione dello spirito universale, da
Hegel a Croce, ignaro dell'individualità dell'artista e
dell'interprete? Nemmeno. Artista e interprete sono entrambi
persone, e nella sua singolarità la persona è imprescindibile
nella formazione o comprensione o esecuzione dell'opera d'arte.
Queste obiezioni ad alcuni luoghi comuni nella concezione
dell'arte le dobbiamo l'una al poeta Paul Valéry (1871-1945),
l'altra al filosofo Luigi Pareyson (1918-1991). Nel recente
volume delle "Opere complete" del pensatore, curato da Marco
Ravera, troviamo una sua ampia ricostruzione della teoria
estetica di Valéry, pressoché inedita, se non come dispensa
universitaria dell'anno accademico 1958/59, a cui è affiancata
una riedizione di "L'esperienza artistica" (1974), che raccoglie
alcuni saggi sull'estetica di Aristotele, Vico, Goethe e Croce.
Proprio il saggio su Croce marca esplicitamente la distanza
dall'estetica crociana della teoria estetica di Pareyson,
principalmente esposta in "Estetica. Teoria della formatività"
(1954, Bompiani 1988) e incentrata sulla concezione
ermeneutica dell'opera d'arte come conoscenza interpretativa di
forme da parte di persone. In Valéry Pareyson individua quella
"scientificità" propria della laboriosa creatività poetica, anche
se magari partita da uno spunto iniziale di cui ringraziare la
prodigalità divina nel rivelarlo all'artista. Fondamentale è la
complementarietà fra regola e costruzione. Senza regole
artistiche non può esserci elaborazione, da esse stesse tanto
sollecitata quanto più difficoltose e inflessibili. È la stessa
dialettica fra libertà e costrizione: è solo attraverso il
superamento delle costrizioni più ferree che la libertà è tale nel
suo significato superiore, non in quello minore di liberazione da
vincoli o di ingenua spontaneità. |