RASSEGNA STAMPA

23 NOVEMBRE 2000
YURIJ CASTELFRANCHI
Una testa d'uovo in bilico sul surf
"Ballando nudi nel campo della mente" del Nobel per la chimica Kary Mullis
Dall'identikit lo diresti una rockstar, un santone della New Age o un petroliere multimiliardario: 56 anni, surfista, sposato quattro volte. Adora raccontare le sue esperienze (tante) con droghe di varia composizione e provenienza. Crede nell'astrologia, negli alieni in visita sulla Terra, nei viaggi astrali. Non crede all'utilità della fisica quantistica o della psicologia, e neppure alla responsabilità umana del riscaldamento globale. Ma Kary B. Mullis, per strano che sembri, è uno scienziato. E di primo ordine. Nel 1993 ha vinto il premio Nobel per la chimica, per aver inventato, dice lui, ciò che "ha reso possibile la maggior parte delle scoperte relative al Dna". Ha ragione: ha creato la Pcr (acronimo inglese che sta per "reazione a catena della polimerasi"), procedimento geniale grazie al quale i laboratori di tutto il mondo, partendo da campioni microscopici, riescono a ottenere Dna in quantità da ogni organismo. Il risultato? Analisi mediche un tempo impensabili, tecniche di ingegneria genetica rapide e a buon mercato, vita grama per i serial killer, incastrati da un capello o da un mozzicone di sigaretta. E, forse, Jurassic Park: da una goccia di sangue grande come una punta di spillo, contenuta nella pancia di una zanzara fossile, si potrà ricostruire (con un po' di fortuna e una macchina per la Pcr) il patrimonio genetico di un dinosauro.
Ma Mullis non ha bisogno di presentazioni. Adora presentarsi da sé e ha trovato la maniera più spavalda per farlo. Ballando nudi nel campo della mente (Baldini & Castoldi, pp. 224, L. . 26.000) è l'autoritratto di un vulcano: incandescente, insopportabile, pericoloso. E divertente.
E' incandescente, Mullis, perché adora dipingersi come un outsider, un irriverente guascone, un donnaiolo (la quarta moglie, curatrice del testo, ha imposto tagli ai passi hardcore che erano in bozza). Ci racconta di come abbia apostrofato "dolcezza" l'imperatrice del Giappone, di come grazie all'ingegneria genetica (e grazie a lui) "la nostra volontà si compirà sulla terra, mentre voleremo nel cielo, tra le stelle". Ci avvisa che se prendiamo una dose di dimetiltriptamina dieci volte superiore a quella consigliabile, come ha fatto lui, potremmo scoprire che non riusciamo a riconoscere nostro figlio. E ancora: vuole convincerci di essere stato rapito da un alieno simile a un procione luminescente, di essere capace di esperienze telepatiche, di aver incontrato una donna che gli aveva salvato la vita per telecinesi.
E' anche insopportabile, Mullis, e pericoloso. Perché pretende di dare priorità alle scienze che dimostrano una utilità pratica immediata e visibile. Getta nella spazzatura fisica delle particelle elementari e cosmologia, perché si occupano di cose troppo piccole o troppo grandi: "è davvero necessario investire miliardi di dollari per realizzare macchinari che forse consentiranno ad alcune delle nostre stimatissime teste d'uovo di entrare in contatto con una realtà che è tanto lontana da tutto quello che può essere trasformato in qualcosa di utile, che loro soli sono destinati a trarne qualche emozione?". La cosa da fare con i fisici, invece, è metterli a lavorare su questioni utili e urgenti. Vale a dire: scovare e rendere inoffensivi gli asteroidi che potrebbero caderci in testa, mettersi in contatto con gli extraterrestri, fare previsioni del tempo. Ma non solo.
La sociologia è una disciplina noiosa, inutile, ignorante. Mentre gli psicologi, che non accettano l'astrologia nei loro piani di studio, "ragionano col culo, e di solito hanno bisogno di più aiuto di quello che possono offrire" (e, d'altronde, "sono un branco di incompetenti profumatamente pagati: non possono aggiustare un cuore infranto").
Guasconate a parte, il pragmatismo facile di Mullis è divertente ma pericoloso. Perché, aggirando a suon di coprolalìe ogni riflessione epistemologica o politica, tende a sostituire al dibattito sul significato sociale della scienza una visione agnostica e individualista. Agli occhi di Murris l'ecologia è truffaldina quanto la fisica teorica. E l'argomentazione è di una superficialità soprendente: inutile parlare di equilibrio ecologico, dato che la natura si basa sul cambiamento. Inoltre, la temperatura del pianeta dipende da mille fattori ma non dalle nostre attività, perché noi siamo solo un sottile strato di muschio e "non arriviamo neanche a solleticare le piante dei piedi al pianeta".
Gli scienziati delle agenzie di protezione ambientale (come pure quelli del National Institute of Health) sono "una sconfinata massa di stronzi senza nome che passa la vita ad arricchirsi" e inventano fandonie catastrofiste sul riscaldamento globale perché "temono che se non ci preoccupassimo e non ci sentissimo in colpa potremmo smettere di pagare i loro salari".
Forse Mullis scrive per divertirsi dello scandalo, o per vendere più copie. Forse ci crede. In ogni caso, è personaggio da guardare come si guardano i vulcani: da lontano, o con i mezzi adatti. Affascinante, coloratissimo (la traduzione dall'americano lo rende alla perfezione) e letale. Vale la pena di leggerlo, perché è solo una tessera del mosaico, diversissima dalle altre, ma è uno degli esempi di come siano cambiati il fare scienza, l'immagine che lo scienziato ha di sé, e l'immagine che la gente ha del significato della scienza. E perché, al di là dello show, osservare Mullis attraverso il vetrino affumicato del sociologo o dello storico della scienza può far riflettere proprio sulle cose sulle quali lui non vuole riflettere.
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Cultura-Impresa scientifica