| Un terremoto che ci riguarda | Giovedì 9 novembre, in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università cattolica, Giovanni Paolo II
ha posto i paletti a un piccolo settore delle ricerche biotecnologiche che prevede l'uso
degli embrioni per la produzione di cellule staminali dove, attraverso un trasferimento
nucleare, meglio noto come "clonazione", si possono ottenere organi umani per i
trapianti, evitando tutti i problemi connessi
al rigetto perché, con questa procedura genetica, gli organi che si otterrebbero
sarebbero "omologhi".
L'intervento del Papa è avvenuto il giorno
dopo la conclusione di un importante congresso organizzato a Bruxelles da
Etienne Magnien, presidente della Commissione Europea per le Scienze del
Vivente, dove oltre a Philip Campbell,
direttore di Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche nel mondo,
sono stati invitati cinquecento tra genetisti,
politici, filosofi e giornalisti delle più
grandi testate europee, per rispondere come
si può informare adeguatamente l'opinione
pubblica sulle possibilità e i rischi connessi
alle scoperte genetiche, dal momento che la
maggioranza dei cittadini europei considera le biotecnologie agroalimentari
(i cibi transgenici) e la clonazione di
animali una minaccia per l'ordine naturale
e un pericolo per le future generazioni,
mentre considera privi di rischi e di
implicazioni morali le applicazioni
biomediche e in particolare i test genetici
che predicono le malattie a cui si è
geneticamente predisposti?
Ad analoghi seguiti risponderà in Italia
lunedì prossimo l'Istituto Italiano per gli
studi filosofici e la Fondazione Viamarconidieci con un ciclo di
conferenze che si tiene a Napoli (Palazzo
Serra di Cassano, via Monte di Dio, 14) su
"I geni e la responsabilità civile dello
scienziato", perché, come diceva a
Bruxelles Matt Ridley, commentatore
scientifico del Daily Telegraph: "La
genetica è troppo importante e ha troppe
implicazioni sociali per lasciarla nelle mani
dei soli esperti". A Bruxelles ho appreso
che la genetica è un evento quasi del tutto
americano, dove la ricerca, senza troppi
vincoli da parte della Chiesa, della politica
e dell'università, ha fatto progressi enormi
anche grazie ai ricchi finanziamenti delle
multinazionali. L'Europa è rimasta
indietro e ora sta affannosamente rincorrendo. Basti pensare che le
"Biotechnological Companies" dal 1996
al 1998 sono cresciute in America da 92 a
124 e in Europa da 38 a 39.
L'Italia è rimasta ancora più indietro
perché destina alla ricerca scientifica solo
l'1,03 per cento delle sue risorse, le quali a
loro volta finanziano soprattutto la fisica e
molto poco la genetica molecolare, e poi
perché si è ritirata dal finanziamento
europeo del "Progetto Genoma", per cui
c'è voluta tutta la diplomazia e l'ostinazione del professor Leonardo Santi,
che presiede il Centro di biotecnologie
avanzate di Genova, nonché il Comitato
nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie istituito dalla Presidenza del
Consiglio, per far accettare alla Commissione Europea la presenza di una
sparuta rappresentanza italiana.
La genetica ha già fatto una grossa
rivoluzione nel mondo vegetale, le cui
dimensioni possono essere facilmente
calcolate se solo si pensa che il 50 per
cento della popolazione mondiale dipende,
per la sua nutrizione, da soli tre vegetali:
soia, mais, riso, oggi già geneticamente
trattati. Ora si appresta a fare una
rivoluzione nel mondo animale migliorando la selezione delle razze per
ottenere carne migliore (la mucca pazza
non c'entra), latte migliore e via dicendo.
Infine interviene a sconvolgere la mappa
della medicina, essendo nella possibilità di
segnalare a quali malattie ogni individuo è
predisposto geneticamente, senza peraltro
che questa predisposizione, come a
Bruxelles metteva opportunamente in
guardia Bruno Dellapiccola, presidente
della Società italiana della genetica umana,
si debba necessariamente tradurre in
malattia. E qui sorgono immediatamente
diversi problemi. Con la terapia genica,
informava Dellapiccola, si possono guarire
alcune forme tumorali, il diabete, l'asma,
l'artrite reumatoide, le malattie cardiovascolari, l'epilessia, e con tutta
probabilità anche le sindromi maniacodepressive, quindi non solo il
corpo, ma anche l'anima. Purtroppo i
genetisti in Italia sono pochissimi, i medici
di base sono disinformati, mentre particolarmente interessati al quadro
genetico di ciascuno di noi sono invece le
società assicurative, nonché i datori di
lavoro per motivi facilmente comprensibili, a cui si aggiunge un'enorme
pressione dei politici e delle multinazionali
farmaceutiche sulla ricerca genetica a breve
termine, quando le terapie geniche daranno
i primi dati sicuri non prima di dieci quindici anni.
Da questa illustrazione sommaria capiamo
tutti che qui entrano in drammatica
collisione, se non addirittura in conflitto,
problemi enormi, da quelli demografici
(una volta che per via genica si dovesse
risolvere il problema dell'alimentazione
delle popolazioni che muoiono di fame) a
quella della salute (con l'allungamento
della vita), a quelli (perché nascondercelo?) del profitto, questa volta
su vastissima scala. Può la comunità
umana subire passivamente nel bene e nel
male i risultati delle scoperte genetiche, o
può anche interloquire con la scienza,
pretendere di essere informata e, cosa più
difficile, capire le informazioni e con i suoi
organi di rappresentanza saperle gestire?
In America si è già provveduto a distribuire
dei cdRom alle scuole per informare gli
studenti, alle famiglie per informare i
genitori e ai centri della sanità per
informare i medici. Ma tutto questo, che
noi europei non abbiamo ancora fatto,
basta? E quando l'informazione, anche se
corretta (cosa che nessuno è in grado di
garantire) ha raggiunto l'opinione
pubblica, con quali strumenti questa può
davvero interloquire con la scienza? Il
congresso organizzato a Bruxelles dalla
Commissione Europea si proponeva di
rispondere a queste domande. Risposte
esaurienti ovviamente non se ne sono
avute, ma indicazioni parziali e soprattutto
una significativa sensibilità sulle enormi
ricadute sociali del problema "genetica" da
parte degli scienziati, questo sì. Innanzi
tutto bisogna smantellare l'immaginario da
"mostri di Frankenstein" che la cattiva
informazione sulla genetica alimenta.
In secondo luogo occorre studiare le forme
più efficaci per una corretta informazione.
Infine, raccolto il consenso o il dissenso
della pubblica opinione intervenire con
decisioni politiche capaci di contenere gli
interessi privati che hanno in vista più il
profitto che il bene dell'umanità. Tutto
facile dunque? Niente affatto. La società
che si vuole informare è costituita infatti
da: opinione pubblica, rappresentanza
politica e sentimenti morali.
1. L'opinione pubblica può essere
adeguatamente informata? Penso solo
limitatamente, ma molto limitatamente,
perché la qualità dei problemi implica un
livello di competenza che l'opinione
pubblica non può raggiungere. Se un
referendum mi dovesse chiedere se sono
favorevole o contrario ai cibi transgenici o,
come qualche anno fa mi è stato chiesto, se
sono favorevole o contrario alla chiusura
delle centrali nucleari, io risponderei in un
senso o nell'altro a partire dalla mia
sensibilità più incline a una visione
romantica della natura o più incline a una
partecipazione entusiastica ai progressi
della scienza, oppure a partire dalle
persuasioni maturate come effetto della
propaganda dei media, ma in nessun caso
deciderei per competenza, perché, non
essendo né un biologo molecolare, né un
fisico atomico, non sono nelle condizioni
di formulare un giudizio razionale,
competente ed esauriente che sia all'altezza
del problema.
La scienza oggi pone alla società problemi
di una complessità tale che superano di
gran lunga le competenze dell'opinione
pubblica, la quale non può decidere se non
a partire da preconvinzioni o pregiudizi
senz'altro legittimi, ma che, per la loro
incompetenza, non possono che essere
irrazionali. Questo è il vero rischio che
oggi corre la democrazia, un rischio che
non è tanto (anzi non lo è per niente) nel
conteggio delle schede elettorali
americane, ma nel fatto che i problemi che
di giorno in giorno pone la scienza sono a
un livello di specializzazione tale che
l'opinione pubblica non potrà mai
raggiungere, e perciò esprimersi in
proposito con criteri di razionalità. 2. La
rappresentanza politica. Per ovviare questa
difficoltà, che a me pare enorme, si
potrebbe pensare alla politica come
mediatrice tra la scienza e la società, quindi
una politica come ermeneutica, cioè come
interpretazione e riformulazione
tecnicamente competente dei bisogni o dei
sistemi di valori condivisi dal vasto
pubblico. Ma la politica non può compiere
quest'opera di mediazione, perché la
scienza non attende dalla politica
l'indirizzo della sua ricerca, dal momento
che questo indirizzo scaturisce dai risultati
conseguiti e dalle anticipazioni che si
possono fare a partire da questi risultati, e
solo dopo che certi risultati sono stati
raggiunti dal processo di crescita
autonomo della scienza, la politica può
creare una connessione con i problemi
pratici, per quel tanto che la loro soluzione
è compatibile con l'economicità della
razionalità tecnico-scientifica. Viene così
riconfermato, oltre all'adattamento passivo
della politica alla scienza, anche
l'adattamento passivo dell'opinione
pubblica alla politica, spesso ancora legata
a finalità incontrollate, a sistemi di valori
tramandati, ideologie caduche, in uno
scenario dove il fare tecnico-scientifico
cresce in modo autonomo, conseguendo
risultati che, senza preavviso, irrompono
nel contesto di una prassi sociale
impreparata e incompetente.
Che ne è a questo punto della democrazia e
delle sue reali ed efficaci possibilità di
espressione? Se a tutto ciò aggiungiamo
che oggi la politica non appare più come il
luogo eminente delle decisioni perché, per
decidere, la politica guarda all'economia, e
l'economia, a sua volta, per decidere
guarda alle risorse tecnicoscientifiche, di
nuovo si pone il problema: come si fa a
controllare la scienza?
3. Il sentimento morale, che abita qualsiasi
individuo, gruppo e società, potrebbe forse
surrogare l'impotenza politica. Ma anche
qui: a quale morale facciamo riferimento?
Nella nostra cultura abbiamo conosciuto
fondamentalmente tre morali: l'etica
cristiana che si limita a considerare la
correttezza della coscienza e la sua buona
intenzione, per cui anche se le mie azioni
hanno conseguenze disastrose, se non
avevo coscienza o intenzione, non ho fatto
nulla che mi sia moralmente imputabile.
Esattamente come capitò un giorno a
coloro che hanno messo in croce Gesù
Cristo e che da lui sono stati perdonati
"perché non sanno quello che fanno".
È evidente che, anche se su questa etica è
stato costruito l'ordine giuridico europeo
che distingue ad esempio tra un delitto non
intenzionale, intenzionale,
preterintenzionale, in un mondo complesso
e tecnologizzato come il nostro, una
morale di questo genere che guarda solo
alle intenzioni e non agli effetti delle azioni
è improponibile, perché gli effetti
sarebbero catastrofici e in molti casi
addirittura irreversibili.
Quando nell'età moderna la società si
laicizzò, apparve quella che potremmo
chiamare l'etica laica, la quale, messo sullo
sfondo il riferimento a Dio, con Kant
formulò quel principio secondo cui:
"L'uomo va trattato sempre come un fine e
mai come un mezzo". È questo un
principio che ancora attende di essere
attuato, ma nelle società complesse e
tecnologicamente avanzate già rivela tutta
la sua insufficienza. Davvero, ad eccezione
dell'uomo da trattare sempre come un fine,
tutti gli enti di natura sono un semplice
mezzo che noi possiamo utilizzare a
piacimento? E qui penso agli animali, alle
piante, all'aria, all'acqua. Non sono questi,
nell'età della tecnica, altrettanti fini da
salvaguardare, e non semplici mezzi da
usare e da usurare? Sia l'etica cristiana, sia
l'etica laica sembra che si siano limitate a
regolare i rapporti tra gli uomini, senza
avere nessuna sensibilità, e quel che più
conta senza disporre di alcuno strumento,
né teorico, né pratico, per farci assumere
una qualche responsabilità nei confronti
degli enti di natura su cui oggi interviene la
genetica.
All'inizio del nostro secolo Max Weber
formulò l'etica della responsabilità,
recentemente riproposta da Hans Jonas.
Secondo Weber chi agisce non può
ritenersi responsabile solo delle sue
intenzioni, ma anche delle conseguenze
delle sue azioni. Senonché, subito dopo
aggiunge: "Fin dove le conseguenze sono
prevedibili". Questa aggiunta, peraltro
corretta, ci riporta punto e a capo, perché è
proprio della scienza e della tecnica avviare
ricerche e promuovere azioni i cui esiti
finali non sono prevedibili. E di fronte
all'imprevedibilità non c'è responsabilità
che tenga.
Lo scenario dell'imprevedibile, dischiuso
dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti
imputabile, come nell'antichità, a un
difetto di conoscenza, ma a un eccesso del
nostro potere di fare enormemente
maggiore rispetto al nostro potere di
prevedere, e quindi di valutare e giudicare.
L'imprevedibilità delle conseguenze che
possono scaturire dai processi
tecnicoscientifici rende quindi non solo
l'etica dell'intenzione (il cristianesimo e
Kant), ma anche l'etica della responsabilità
(Weber e Jonas) assolutamente inefficaci,
perché la loro capacità di ordinamento è
enormemente inferiore all'ordine di
grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare.
Questi sono i problemi posti dalle scoperte
genetiche e che a me paiono molto seri. Il
congresso di Bruxelles promosso dalla
Commissione Europea li ha messi
coraggiosamente sul tavolo. Sarebbe
opportuno che la discussione proseguisse
in tutte le sedi e, sia pure con tutti i limiti
sopra descritti, giungesse a sensibilizzare
l'opinione pubblica, perché il terremoto
scientifico e pratico che la genetica sta
preparando è davvero grande. Non è il caso
di allarmarsi, ma neppure quello di trovarci
assolutamente impreparati. |