Scienza e fede, litigare
non conviene | Il cardinal Biffi denuncia gli eccessi dello scientismo e richiama ai valori della
trascendenza. Ma è davvero così aspro il contrasto
fra le due sfere? In realtà, come si sostiene su entrambi i fronti, basta saperle tenere distinte. E
non perdere di vista, semmai, la società |
| La scienza, senza trascendenza, ci piomba in un baratro? Ne è convinto il cardinale Giacomo Biffi (lo
stesso che ha già individuato un pericolo nell'afflusso d'immigrati non cattolici). Dice il cardinale, agli
studenti del glorioso ateneo di Bologna (mille anni di storia, da quando il sapere laico già bisticciava con
quello dogmatico): "Scienza e tecnica, private di prospettive trascendenti e svincolate da ogni regola
superiore, possono condurre a catastrofi senza rimedio". Perché? "Per il miraggio di una felicità
ottenuta solo attraverso la scienza, la tecnica, il libertarismo e un umanesimo del tutto intramondano",
afferma sua eminenza. Parole che - a debita distanza - quasi riecheggiano quelle di uno scienziato
eretico e un po' blasfemo, Erich Fromm, il quale (in Patologia della normalità) ha scritto: "Siamo
diventati adoratori della scienza e rimpiazziamo gli antichi dogmi religiosi con definizioni scientifiche".
Ma il pensiero del cardinale Biffi, 72 anni, si nutre di ben altre fonti. Se ne può rintracciare uno spunto
- magari più ispirato e articolato - nell'enciclica Fides et ratio, con cui Giovanni Paolo II, due anni fa,
approfondiva i rapporti tra fede e ragione ("due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la
contemplazione della verità"); annoverando lo "scientismo" fra gli errori fondamentali che minano la
possibilità di un rapporto continuo tra filosofia (e dunque scienza) e tradizione cristiana; auspicando
"una filosofia di portata autenticamente metafisica".
"Ma qui non si tratta di scientismo, ch'è tutt'altra cosa", dice il teologo Rino Fisichella, 49 anni, vescovo
ausiliare di Roma, autore fra l'altro di Quando la fede pensa, nel 1998, lo stesso anno dell'enciclica (ed
ora di Gesù di Nazareth, profezia del padre, proiettato nel futuro). Di che si tratta, dunque, e come
interpretare le parole del cardinale Biffi? "Il pericolo - risponde monsignor Fisichella - sta piuttosto
nella strumentalizzazione della scienza, nell'uso che se ne fa e che determina risultati concreti. Con
esempi sotto gli occhi di tutti: la "mucca pazza", appena tornata d'attualità, o le deprecate manipolazioni
genetiche. Tuttavia non parlerei di scienza che deve aprirsi alla trascendenza, ma che riconosca la
presenza di norme supreme di giudizio. Anche se la scienza non è mai neutrale: ha sempre, alla base,
scelte di pensiero, ideologiche o filosofiche. Ed è un luogo comune da sfatare - conclude il teologo - il
conflitto tra scienza e religione: vanno d'accordo, se se ne rispettano gli ambiti di competenza".
"Nemmeno io credo nel conflitto di religione e scienza. Anche questa, come la trascendenza, ha i suoi
valori; a patto di non farne una "falsa icona", per usare un'espressione da filosofi cattolici", dice Alberto Oliverio, 62 anni, psicobiologo all'università La Sapienza di Roma, studioso dei processi cerebrali
(Esplorare la mente è l'ultimo suo lavoro). "Del resto - aggiunge - mi pare che anche il cardinale Biffi
ricorra ad analisi logiche, razionali, quando prende posizione su certi effetti dell'immigrazione. Tuttavia
scienza e religione seguono binari separati, ciascuno dei quali ha mète diverse, con risposte diverse.
Sono gli uomini che scelgono. Ma non si può tornare al mito del buon selvaggio, che era una specie di
trascendenza pagana. Né i credenti di oggi possono ispirarsi a una trascendenza della paura, come
avveniva in passato, ad esempio quando arrivava la peste. L'Occidente ha sempre perseguito i valori di
una conoscenza, per così dire, illuministica: l'importante è che non diventi una religione. Considerando
la scienza, piuttosto, come un sistema interpretativo che si aggiusta man mano, proprio attraverso la
razionalità di cui si sente sempre più il bisogno".
"Però gli scienziati non devono perdere di vista la responsabilità verso l'irrinunciabile dignità dell'uomo,
in una dimensione "sapienzale", espressa appunto dalla enciclica Fides et ratio", osserva Nicola Cabibbo, 65 anni, cattedra di fisica teorica alla Sapienza, presidente della Pontificia Accademia delle
Scienze. Ma non ritiene pertinente - come aberrazione scientifica - l'esempio di "mucca pazza". "In
questo caso - spiega il professor Cabibbo - la scienza non ha alcuna colpa. Si tratta invece di una
precisa responsabilità dei governanti inglesi che non hanno dato ascolto agli allarmi diffusi proprio dagli
scienziati, per esempio con interventi sull'autorevole rivista Nature". E davvero non c'è conflitto tra
scienza e religione? "Mi pare che da parte della Chiesa - risponde ancora Cabibbo - si sia dimostrata
una forte volontà di raggiungere maggiore comprensione tra le due sfere; e non solo con il riesame del
"caso Galileo". D'altra parte gli stessi scienziati, anche molto autorevoli, sono stati i primi ad invocare
prudenza e cautela in esperimenti del tipo di quelli dell'ingegneria genetica. Per evitare possibili rischi".
"Il vero problema è sapere se debbano esistere gerarchie di verità. La scienza non ne conosce, ma si
limita a studiare il mondo per capire come funziona; ed il metodo sperimentale è finora il migliore", dice
il genetista Edoardo Boncinelli, 59 anni, del laboratorio di biologia molecolare dello sviluppo, all'Istituto
scientifico San Raffaele di Milano (dall'editore Cortina sta uscendo il suo ultimo libro, La serva padrona,
riferito alla matematica, scritto a quattro mani con il matematico Umberto Bottazzini). Ma neanche lui si
nasconde eventuali errori scientifici. "E se qualche scienziato sbaglia - avverte Boncinelli - spetta alla
società decidere e recuperare. Consapevoli, tuttavia, per restare al già citato esempio di "mucca pazza",
che si tratta piuttosto di una disgrazia naturale, non adeguatamente prevenuta e controllata. La scienza,
senza scomodare verità supreme o rivelate, non c'entra proprio per niente".
Ma forse è difficile rendersene conto, in un mondo che soffre di overdose di scoperte e ritrovati ai
confini del mistero della vita e della morte. Entra in ogni casa, la scienza, in ogni famiglia. E' di tutti, in
modo inquietante. Senza che si riesca più ad averne una "visione intellettuale d'insieme", come aveva
intuito John Dewey, maestro di logica e pedagogia. Ma lui voleva rifare anche la filosofia. |