RASSEGNA STAMPA

15 NOVEMBRE 2000
TITTI MARRONE
La vita senza Dio
Una provocazione per laici e credenti
Altro che vecchia lotta di classe. Altro che conflitto tra operai e padroni. La vera spaccatura, la divisione che la contemporaneità ci consegna è quella tra laici e cattolici. Con questi ultimi sempre più agguerriti dietro l'impulso del papa mediatico, mentre i primi appaiono afasici quando non del tutto defilati, e rischiano di finire nella famosa "pattumiera della storia". E con l'aggravante, per i laici, di non saper risultare convincenti su argomenti della vita pubblica decisivi come le biotecnologie, la clonazione delle cellule staminali, lo statuto delle famiglie, l'aborto, la pillola del giorno dopo. Allora, a sorpresa arriva la proposta di uno scienziato della politica come Gian Enrico Rusconi, che sa insieme di politica e teologia.
Vuol essere uno scossone ai laici e insieme un'apertura di dialogo con i cattolici. Mischia la "biologia filosofica" di Hans Jonas con le notazioni sull'incompatibilità tra democrazia e religione di Kelsen, mette a confronto Adorno e Tolstoj. La proposta di Rusconi è contenuta nel libro da oggi in libreria per Einaudi e porta già, nel titolo, una carica provocatoria presto sicuramente raccolta. Il titolo è Come se Dio non ci fosse, è la citazione di una frase del filosofo-teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer ammazzato nella Berlino nazista e vuol suggerire, ai laici come ai cattolici, un metodo, una tensione normativa: riguardare le cose del mondo senza "l'ipotesi di lavoro Dio". Cioé, semplicemente, come uomini che se la cavano senza di lui, assumendosi la responsabilità di fare i conti con la propria coscienza. Prima destinataria della provocazione di Rusconi, si diceva, è l'incerta, frammentaria e balbettante area laica, che già in un dibattito di qualche anno fa Rusconi, con Bobbio, segnalava come "a rischio", quasi congenitamente malaticcia fin dal dopoguerra, dopo la fine dell'esperienza azionista.
Ma questa debolezza, e la relativa afasia, sono più conseguenze di un vizio antico, di un'incapacità per così dire intrinseca al laicismo italiano, o sono frutto dell'aggressività cattolica, in un Paese che oltretutto ospita il Vaticano?
"Se devo scegliere, dirò che l'invadenza della gerarchia ecclesiastica è conseguenza di un impoverimento della cultura laica", risponde Rusconi. "Il mio discorso è rivolto soprattutto ai laici: ora che le due culture dominanti, democristiana e comunista, sono venute meno, risalta la tradizionale povertà della laicità, che non riesce più a dare risposte generali. Io non credo ci sia specularità tra cultura laica e religiosa in senso lato. La prima è affidata alle ricerche dei singoli, è assai poco collettiva tranne che nella definizione di regole e argomenti. Ora, è urgente che la cultura laica ritrovi una capacità di giudizio di fronte a sfide assolutamente nuove come l'eutanasia e le biotecnologie, ma anche lo statuto delle coppie di fatto, di finanziamenti alle scuole private religiose".
Su questi temi i laici si muovono in un ambito di riflessione bioetico, mentre i cattolici riflettono in termini che lei definisce "di teologismo biologistico". Posta in questi termini la sfida non è già persa dai laici, vista la presa che può avere una valenza argomentativa del secondo tipo in un Paese permeato di cultura cattolica come l'Italia?
Apparentemente sì. Io sono contrario, però, ai lamenti e alle autoflagellazioni: va detto che ciò che è rimasto della cultura laica si trova davanti a fatti completamente nuovi, inimmaginabili poco tempo fa.
Quel che voglio fare, con questo libro, è lanciare una sfida alla cultura laica o a quel che ne resta, invitarla a riflettere. Anche perché ritengo che dall'altra parte ci siano solo risposte prefabbricate da quella che io chiamo una religione-di-chiesa. Intendiamoci, non credo che il popolo italiano sia tout court religioso: semplicemente, va da chi dà risposte a difficili problemi, non a chi li lascia liberi di decidere da sé, il che è poi insieme la debolezza e la forza dell'approccio laico. Quella in cui parlo della bioteologia è la parte più aggressiva, credo, della mia argomentazione, anche perché ho la presunzione di parlare ai cattolici sul loro stesso terreno. E insieme di dare una sveglia ai laici, invitandoli a occuparsi di teologia.
La generazione dei Croce non ne aveva bisogno: aveva una cultura filosofico-teologica che non temeva il confronto. Tant'è che ai tempi del modernismo se ne discuteva da pari a pari con i teologi cattolici. La generazione successiva si è poi disinteressata delle grandi domande che si pongono via natura.
Considero questo gravissimo: la natura è una domanda che ci siamo dimenticati di fare. L'atteggiamento dogmaticamente scientista del vecchio laico non è più proponibile oggi. Così da una parte c'è la gerarchia ecclesiastica che sa già tutto e ripete l'errore dei tempi di Galileo. Dall'altra la laicità presa in contropiede.
Così, agli uni e agli altri, lei propone di comportarsi "etsi Deus non daretur", come se Dio non ci fosse.
Quanto si aspetta che sia accettato dagli uni e quanto dagli altri un atteggiamento del genere?
Voglio prima chiarire che questa frase insieme è una citazione teologica di Bonhoffer, dà la dimensione politica di questo libro ed è un invito a non rinnegare. Non intende affatto far propaganda all'ateismo.
Vuol dire che quando si fa un dibattito politico hanno rilevanza solo gli argomenti che possono convincere gli altri con assoluta razionalità, e senza mettere in gioco argomenti impropri.
Ma davvero si aspetta che quella da lei chiamata la "religione-di-chiesa" accetti il suo piano di discorso?
Certo che no. Da lì mi aspetto attacchi e critiche varie, che in parte ho già ricevuto. Temono che il mio sia un trucco ateistico, ma so con altrettanta certezza che una minoranza di cattolici accetterà le mie ipotesi. Il mio libro è, insomma, incredibilmente ottimista. Un mio oppositore molto forte, nell'attaccarmi, mi ha proposto di rovesciare così la formula, "come se la chiesa non ci fosse": perfetto, accetto il suggerimento, in realtà è proprio questa la mia idea. Del resto, l'invadenza della religione-di-chiesa è un problema, anche se in modo meno visibile, anche in Germania, come credo di dimostrare nel mio libro, e in Francia, di cui ricordo la polemica sul foulard delle ragazze islamiche a scuola.
Molti laici riconoscono che oggi, in varie forme di assistenza a categorie deboli e nel volontariato in genere non ci sono che i cattolici, mentre a sinistra, spesso, la parola solidarietà è invece solo una categoria che evoca buoni sentimenti alla moda. Pensa che la sua proposta metodologica possa risolvere anche la "défaillance" della laicità evidente nelle pratiche operative private e nelle politiche pubbliche?
Ovviamente sì. È anche un invito alle forze politiche, poiché si tratta di ritrovare la capacità di prendere decisioni sullo stesso piano legislativo. Vivono di rendita, ma questa si sta ormai esaurendo. Faccio un esempio: se le prossime elezioni saranno vinte dal centro-destra, a cui io con molta cattiveria non riconosco laicità, l'etica pubblica sarà appaltata alla chiesa. Se invece vince il centro-sinistra, erede della laicità ma in modo vago e frammentario, sarà una battaglia di logoramento. È qui che dico: fermiamoci a pensare nuove proposte, nuove piattaforme, affrettiamoci, altrimenti dipenderemo dai monsignori o dai medici. Siamo all'assurdo che il nostro comitato bioetico non ha saputo prendere alcuna decisione perché si è sempre diviso in due: i cattolici e i laici. Che comitati facciamo, se già sappiamo che sono precostituiti, lottizzati? Allora, ci vuole lealtà nelle procedure e negli argomenti. E così, perché no, torna il discorso della democrazia come procedura".
Lei sostiene di non esser catastrofista sul futuro della laicità, bensì ottimista. La induce all'ottimismo constatare che su una questione pure affrontata nel suo libro, cioé il multiculturalismo, un vecchio capofila dei laici come Giovanni Sartori abbia scritto un pamphlet in cui di fatto concorda con il cardinal Biffi sul pericolo rappresentato dagli immigrati islamici per l'identità di un Paese a prevalente cultura cattolica?
No, non mi fa essere ottimista. Però Sartori si può contestare, cosa che io faccio. Gli do' ragione solo quando ce l'ha su con la retorica del multiculturalismo, con una certa atmosfera di buonismo e superficialità. Ma voglio dirle un'altra cosa: non bisogna confondere la laicità con il centro-sinistra.
Proprio lì troviamo certi atteggiamenti di deferenza verso la gerarchia cattolica, di subalternità, che vanno al di là del dovuto: ho avuto a polemizzare, su questo, anche con un amico come il presidente Amato. Ecco, il mio invito a agire "come se Dio non esistesse" è anche una sollecitazione a sentirci politicamente e eticamente corresponsabili nella contingenza del mondo.
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