La vita senza Dio| Una provocazione per laici e credenti |
| Altro che vecchia lotta di classe. Altro che conflitto tra operai e padroni. La vera spaccatura, la divisione
che la contemporaneità ci consegna è quella tra laici e cattolici. Con questi ultimi sempre più agguerriti
dietro l'impulso del papa mediatico, mentre i primi appaiono afasici quando non del tutto defilati, e
rischiano di finire nella famosa "pattumiera della storia". E con l'aggravante, per i laici, di non saper
risultare convincenti su argomenti della vita pubblica decisivi come le biotecnologie, la clonazione delle
cellule staminali, lo statuto delle famiglie, l'aborto, la pillola del giorno dopo. Allora, a sorpresa arriva la
proposta di uno scienziato della politica come Gian Enrico Rusconi, che sa insieme di politica e teologia.
Vuol essere uno scossone ai laici e insieme un'apertura di dialogo con i cattolici. Mischia la "biologia
filosofica" di Hans Jonas con le notazioni sull'incompatibilità tra democrazia e religione di Kelsen, mette
a confronto Adorno e Tolstoj. La proposta di Rusconi è contenuta nel libro da oggi in libreria per Einaudi
e porta già, nel titolo, una carica provocatoria presto sicuramente raccolta. Il titolo è Come se Dio non ci
fosse, è la citazione di una frase del filosofo-teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer ammazzato nella
Berlino nazista e vuol suggerire, ai laici come ai cattolici, un metodo, una tensione normativa: riguardare
le cose del mondo senza "l'ipotesi di lavoro Dio". Cioé, semplicemente, come uomini che se la cavano
senza di lui, assumendosi la responsabilità di fare i conti con la propria coscienza.
Prima destinataria della provocazione di Rusconi, si diceva, è l'incerta, frammentaria e balbettante area
laica, che già in un dibattito di qualche anno fa Rusconi, con Bobbio, segnalava come "a rischio", quasi
congenitamente malaticcia fin dal dopoguerra, dopo la fine dell'esperienza azionista.
| Ma questa
debolezza, e la relativa afasia, sono più conseguenze di un vizio antico, di un'incapacità per così dire
intrinseca al laicismo italiano, o sono frutto dell'aggressività cattolica, in un Paese che oltretutto ospita il
Vaticano? |
"Se devo scegliere, dirò che l'invadenza della gerarchia ecclesiastica è conseguenza di un
impoverimento della cultura laica", risponde Rusconi. "Il mio discorso è rivolto soprattutto ai laici: ora
che le due culture dominanti, democristiana e comunista, sono venute meno, risalta la tradizionale
povertà della laicità, che non riesce più a dare risposte generali. Io non credo ci sia specularità tra
cultura laica e religiosa in senso lato. La prima è affidata alle ricerche dei singoli, è assai poco collettiva
tranne che nella definizione di regole e argomenti. Ora, è urgente che la cultura laica ritrovi una capacità
di giudizio di fronte a sfide assolutamente nuove come l'eutanasia e le biotecnologie, ma anche lo statuto
delle coppie di fatto, di finanziamenti alle scuole private religiose".
| Su questi temi i laici si muovono in un ambito di riflessione bioetico, mentre i cattolici riflettono in termini
che lei definisce "di teologismo biologistico". Posta in questi termini la sfida non è già persa dai laici,
vista la presa che può avere una valenza argomentativa del secondo tipo in un Paese permeato di cultura
cattolica come l'Italia? |
Apparentemente sì. Io sono contrario, però, ai lamenti e alle autoflagellazioni: va detto che ciò che è
rimasto della cultura laica si trova davanti a fatti completamente nuovi, inimmaginabili poco tempo fa.
Quel che voglio fare, con questo libro, è lanciare una sfida alla cultura laica o a quel che ne resta,
invitarla a riflettere. Anche perché ritengo che dall'altra parte ci siano solo risposte prefabbricate da
quella che io chiamo una religione-di-chiesa. Intendiamoci, non credo che il popolo italiano sia tout court
religioso: semplicemente, va da chi dà risposte a difficili problemi, non a chi li lascia liberi di decidere da
sé, il che è poi insieme la debolezza e la forza dell'approccio laico. Quella in cui parlo della bioteologia è
la parte più aggressiva, credo, della mia argomentazione, anche perché ho la presunzione di parlare ai
cattolici sul loro stesso terreno. E insieme di dare una sveglia ai laici, invitandoli a occuparsi di teologia.
La generazione dei Croce non ne aveva bisogno: aveva una cultura filosofico-teologica che non temeva il
confronto. Tant'è che ai tempi del modernismo se ne discuteva da pari a pari con i teologi cattolici. La
generazione successiva si è poi disinteressata delle grandi domande che si pongono via natura.
Considero questo gravissimo: la natura è una domanda che ci siamo dimenticati di fare. L'atteggiamento
dogmaticamente scientista del vecchio laico non è più proponibile oggi. Così da una parte c'è la
gerarchia ecclesiastica che sa già tutto e ripete l'errore dei tempi di Galileo. Dall'altra la laicità presa in
contropiede.
Così, agli uni e agli altri, lei propone di comportarsi "etsi Deus non daretur", come se Dio non ci fosse.
Quanto si aspetta che sia accettato dagli uni e quanto dagli altri un atteggiamento del genere? |
Voglio prima chiarire che questa frase insieme è una citazione teologica di Bonhoffer, dà la dimensione
politica di questo libro ed è un invito a non rinnegare. Non intende affatto far propaganda all'ateismo.
Vuol dire che quando si fa un dibattito politico hanno rilevanza solo gli argomenti che possono
convincere gli altri con assoluta razionalità, e senza mettere in gioco argomenti impropri.
| Ma davvero si aspetta che quella da lei chiamata la "religione-di-chiesa" accetti il suo piano di discorso? |
Certo che no. Da lì mi aspetto attacchi e critiche varie, che in parte ho già ricevuto. Temono che il mio
sia un trucco ateistico, ma so con altrettanta certezza che una minoranza di cattolici accetterà le mie
ipotesi. Il mio libro è, insomma, incredibilmente ottimista. Un mio oppositore molto forte, nell'attaccarmi,
mi ha proposto di rovesciare così la formula, "come se la chiesa non ci fosse": perfetto, accetto il
suggerimento, in realtà è proprio questa la mia idea. Del resto, l'invadenza della religione-di-chiesa è un
problema, anche se in modo meno visibile, anche in Germania, come credo di dimostrare nel mio libro, e
in Francia, di cui ricordo la polemica sul foulard delle ragazze islamiche a scuola.
| Molti laici riconoscono che oggi, in varie forme di assistenza a categorie deboli e nel volontariato in
genere non ci sono che i cattolici, mentre a sinistra, spesso, la parola solidarietà è invece solo una
categoria che evoca buoni sentimenti alla moda. Pensa che la sua proposta metodologica possa
risolvere anche la "défaillance" della laicità evidente nelle pratiche operative private e nelle politiche
pubbliche? |
Ovviamente sì. È anche un invito alle forze politiche, poiché si tratta di ritrovare la capacità di prendere
decisioni sullo stesso piano legislativo. Vivono di rendita, ma questa si sta ormai esaurendo. Faccio un
esempio: se le prossime elezioni saranno vinte dal centro-destra, a cui io con molta cattiveria non
riconosco laicità, l'etica pubblica sarà appaltata alla chiesa. Se invece vince il centro-sinistra, erede della
laicità ma in modo vago e frammentario, sarà una battaglia di logoramento. È qui che dico: fermiamoci a
pensare nuove proposte, nuove piattaforme, affrettiamoci, altrimenti dipenderemo dai monsignori o dai
medici. Siamo all'assurdo che il nostro comitato bioetico non ha saputo prendere alcuna decisione
perché si è sempre diviso in due: i cattolici e i laici. Che comitati facciamo, se già sappiamo che sono
precostituiti, lottizzati? Allora, ci vuole lealtà nelle procedure e negli argomenti. E così, perché no, torna il
discorso della democrazia come procedura".
| Lei sostiene di non esser catastrofista sul futuro della laicità, bensì ottimista. La induce all'ottimismo
constatare che su una questione pure affrontata nel suo libro, cioé il multiculturalismo, un vecchio
capofila dei laici come Giovanni Sartori abbia scritto un pamphlet in cui di fatto concorda con il cardinal
Biffi sul pericolo rappresentato dagli immigrati islamici per l'identità di un Paese a prevalente cultura
cattolica? |
No, non mi fa essere ottimista. Però Sartori si può contestare, cosa che io faccio. Gli do' ragione solo
quando ce l'ha su con la retorica del multiculturalismo, con una certa atmosfera di buonismo e
superficialità. Ma voglio dirle un'altra cosa: non bisogna confondere la laicità con il centro-sinistra.
Proprio lì troviamo certi atteggiamenti di deferenza verso la gerarchia cattolica, di subalternità, che
vanno al di là del dovuto: ho avuto a polemizzare, su questo, anche con un amico come il presidente
Amato. Ecco, il mio invito a agire "come se Dio non esistesse" è anche una sollecitazione a sentirci
politicamente e eticamente corresponsabili nella contingenza del mondo. |