Il monaco che fu impiccato perché voleva
l'unione delle ChieseNell'"Eresia del Libro Grande" Adriano Prosperi
ricostruisce la straordinaria avventura di Giorgio Siculo,
benedettino vissuto nella prima metà del '500 Cercava una terza via tra Riforma e Cattolicesimo |
| La carta è tenace. Sembra in grado di sopravvivere,
meglio degli esseri umani, alle censure, alle guerre, alle
catastrofi. Testi ritenuti perduti, del tutto dimenticati o rimossi,
come fantasmi ritornano. E questo, grazie anche alla tenacia e
alla capacità evocatrice degli storici. È il caso del Libro Grande
, lo scritto fondamentale, per noi perso, di un eretico del
Cinquecento, Giorgio Siculo, morto impiccato alle tre di notte del
23 maggio 1551 a Ferrara senza l'abituale conforto delle
Compagnie della buona morte: fedele sino in fondo in questo suo
rifiuto dei conforti religiosi, che trasformavano, sulla soglia del
grande viaggio, in "buona" una cattiva morte, a quella fama di
"luterano" e cioè di ribelle, che l'aveva perduto. Grazie
all'amorevole ricostruzione di Adriano Prosperi ( L'eresia del
Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta ), è ora
possibile ripercorrere le vicende di questo personaggio misterioso
e scorgere il nucleo del suo messaggio profetico e utopico, fissato
appunto nel Libro Grande , intorno a cui si radunò un gruppo di
ferventi e fedeli seguaci, ma che, per la sua natura sovversiva, fu
combattuto, nel contempo, da cattolici e riformati. Ma che cosa
c'era mai di così sovversivo nel messaggio di questo monaco
benedettino, Giorgio Rioli, nato in Sicilia (di qui il soprannome)
intorno al 1517 e che trascorse l'ultima parte della sua vita
nell'inutile attesa di poter comunicare i messaggi rivelatigli dal
Cristo all'assemblea dei padri conciliari riuniti a Trento? E che
cosa c'era mai di così affascinante da poter attrarre personalità
note e meno note, a cominciare da appartenenti al suo stesso
ordine? Dietro la drammatica svolta conclusiva della sua vita il
libro svela, in realtà, la trama di un disegno di prima grandezza nei
conflitti dottrinali dell'epoca, dovuto alla capacità straordinaria di
un personaggio in grado di interpretare tendenze e idee diffuse,
offrendo loro un orizzonte palingenetico adeguato. Il suo arresto
e la condanna capitale che ne seguì si iscrivono nel più vasto
contesto delle violentissime lotte politico-religiose e delle
polemiche dottrinali che caratterizzarono con straordinaria
vivacità il panorama religioso italiano verso la metà del secolo,
quando, venuta meno definitivamente la speranza, riposta
soprattutto nel Concilio, di ricomporre il conflitto con le Chiese
sorte dalla Riforma, si consumò definitivamente la rottura
confessionale.
Sullo sfondo di uno spirito dell'epoca dominato dalla costruzione
di identità collettive di fedeli da parte delle Chiese e di sudditi da
parte degli Stati nazionali, come e più di altri "cristiani senza
Chiesa" ribelli ad ogni forma di comunione ecclesiastica, il
Siculo fornì il modello di una ricerca personale della verità
fondata sull'interpretazione ispirata delle Scritture come
possibilità di sfuggire ai conformismi e alle ortodossie che
stavano trionfando. Dietro le strategie nicodemitiche di
dissimulazione cui sempre più si dovette far ricorso in seguito
all'inasprirsi, dopo il 1542, del clima persecutorio si cela, così,
un conflitto teologico decisivo, che fa del Siculo un "testimone"
particolarmente significativo di una terza via tra riforma
protestante e disciplinamento cattolico. Al di fuori di comunità
ecclesiastiche e pratiche sacramentarie, essa tendeva al
conseguimento della perfezione cristiana e cioè dell'assimilazione
a Dio, secondo le modalità "gnostiche" che erano state tipiche
della grande tradizione del cristianesimo orientale: un progresso
continuo di perfezionamento, capace, alla fine, di aprire le porte di
una condizione rinnovata di perfezione adamitica sottratta al
divenire e al mutare delle umane leggi.
La tragica morte di questo martire senza eredi non significò,
d'altra parte, la scomparsa del gruppo che si era riunito e
identificato intorno al suo messaggio radicale. Il nome del Siculo
e la travagliata vicenda del Libro Grande offrono a Prosperi il
destro per rintracciare, fino agli anni '80 del Cinquecento, il filo
comune che tenne legati numerosi destini individuali di discepoli
fedeli, in grado di mantenere desta la scintilla della sua profezia
nonostante fosse apparentemente fallita. Viene così svelato
l'ordito di una vicenda destinata, nonostante tutto, a recitare una
parte importante: la storia di spirituali mossi da una religiosità
interiore, tendenzialmente ecumenica, indifferente a riti e
cerimonie, fondata, in antitesi all'agostinismo imperante, sulla
concezione positiva, radicalmente pelagiana, della possibilità
umana di scegliere tra bene e male, radicata nell'infinita
misericordia di Dio. Una storia avvincente, che doveva segnare
profondamente la successiva storia religiosa europea. |