Lunga vita all'universoIl direttore della Specola vaticana George Coyne e il
grande scienziato Paul Davies a confronto sul destino del cosmo Dal Big Bang all'entropia, dal collasso per implosione
all'espansione ciclica. Durerà comunque "altri 15 miliardi di
anni". E la domanda sul senso della presenza umana resta
aperta "Fede e ricerca sono autonome. Non chiediamo all'una di spiegare l'altra" |
| Dove va l'universo, qual è il suo futuro più remoto? E, se
c'è un termine, intravisto dalla cosmologia, in quale modo il
genere umano potrà sopravvivere all'universo? Teorie e ipotesi al
riguardo vengono ormai aggiornate sempre più spesso, sulla base
delle scoperte astronomiche che si susseguono con l'aiuto dei
potenti telescopi, in funzione sulla Terra e nello spazio.
Sull'argomento, che inquieta e attrae in modo irresistibile la mente
umana, astrofisici, matematici, biologi e filosofi sono a convegno
a Roma, presso la Pontificia Accademia delle Scienze. Avvenire ha
messo a confronto due personaggi di spicco di questo meeting:
Paul Davies e George Coyne. Paul Davies è un fisico e
matematico teorico conosciuto in tutto il mondo, che vive in
Australia. In Usa è considerato il migliore scrittore di scienza "di
qua e di là dell'Atlantico". Padre George Coyne è astronomo di
livello mondiale, dirige la Specola Vaticana di Castelgandolfo e
trascorre sei mesi all'anno nell'osservatorio vaticano di Monte
Graham (Stati Uniti). Qui è stata trasferita la più sofisticata
ricerca sulle stelle, ormai sempre meno praticabile negli
osservatori italiani, quasi tutti in prossimità di grandi centri urbani
e perciò soggetti a un forte inquinamento luminoso.
Cominciamo con una domanda alquanto impegnativa: allo
stato attuale delle conoscenze scientifiche, qual è il destino
dell'universo?
DAVIES: "Le ipotesi principali sono quattro. 1) L'universo
comincia in un momento definito del passato, poi si espande per
sempre, ma in forza della seconda legge della termodinamica, cioè
dell'entropia, degenera (nel senso che si espande in un vuoto
sempre più freddo e buio); 2) L'universo ha un termine. La sua
vita finisce in un "Big crunch", il contrario del Big Bang, cioè un
grande sgretolamento. (In questo caso, finisce prima che si realizzi
l'entropia, cioè prima di arrivare all'equilibrio finale); 3)
L'universo si ricontrae, torna allo stato in cui si trovava prima del
Big Bang; 4) L'universo ha un andamento ciclico: fasi di
espansione si alternano a fasi di contrazione. È un cosmo senza
fine, che "pulsa" di continuo".
| Quanto durerà ancora l'universo? |
DAVIES: "Molto. Tutto si compie in tempi veramente lunghi".
COYNE: "L'universo ha un'età di 15 miliardi di anni, ne ha
almeno altri quindici miliardi da vivere. Forse molti di più.
Dipende da quello che farà, se accelererà o no la sua espansione".
| La sorte del genere umano è legata a "questo" universo? |
DAVIES: "L'idea che l'universo possa venire cancellato suscita
angoscia in molte persone, anche se nessuno di noi potrebbe
assistere all'eventuale fine del cosmo. L'universo è in un processo
di espansione, ma non sappiamo, non lo abbiamo ancora capito, se
proseguendo questa espansione, si condenserà oppure continuerà a
espandersi per sempre".
| Ma che cosa suggeriscono le ultime osservazioni? |
DAVIES: "L'ipotesi più attendibile appare quella di una
espansione senza fine. Ma la legge dell'entropia dice che tutti i
sistemi fisici sono condannati al decadimento, cioè ad andare in
rovina. Dobbiamo applicare anche all'universo la legge
dell'entropia? Se sì, allora bisogna rassegnarsi ad ammettere che
anche l'universo finirebbe per disfarsi man mano che evolve. Si
ridurrebbe a un brodo diluitissimo di fotoni a energia
estremamente bassa, di neutrini e gravitoni che si muovono liberi
in uno spazio che si espande lentamente".
| E che cosa ne sarebbe del genere umano? |
DAVIES: "Si discute se esista la possibilità, anche minima, che
l'intelligenza umana si sottragga all'entropia, eviti la fine e
sopravviva. Fra l'altro, nel suo The life of cosmos, Lee Smolin
ipotizza che dal collasso delle stelle possano scaturire nuovi
universi. Quando, del futuro dell'universo, parliamo da scienziati,
possiamo basarci su vari modelli. Di questi modelli ce n'è uno che
è più coerente con i nostri principii religiosi e teologici? In realtà
non c'è un modello che si presta meglio di altri, possiamo
scegliere liberamente fra tutti. Resta però il fatto che ognuno
troverà congeniale o incompatibile un certo modello mettendolo
in rapporto con la propria cultura e personalità. Può darsi anche
che, in futuro, il tempo non venga più considerato come una
quantità fisica fondamentale e si scopra che è un fenomeno
secondario (vedi La fine del tempo di Julian Barbour). Allora
cambierà anche il nostro modo di vedere il mondo, cambieranno le
nostre speranze e le nostre paure".
COYNE: "Vorrei far notare che, del futuro dell'universo, la
scienza può parlarci soltanto sotto il profilo puramente fisico,
materiale. In questo senso, la scienza è limitata. Ma l'importante è
sapere come si concilia tutto questo con concetti come
l'immortalità dell'anima. Poiché abbiamo un corpo e non siamo
fuori dal mondo delle leggi fisiche e della biologia, non possiamo
certo ignorare i risultati della ricerca. Ma dobbiamo andare al di là
della risposta scientifica. Le stesse scienze ammettono di non
possedere la risposta finale".
| Quale è la regola, in dibattiti come questo? Chi tira le
conclusioni? |
COYNE: "Ci scambiamo idee. La regola (che vale anche fuori da
questo convegno) è cercare insieme, cercare continuamente. Tutti
insieme: teologi, filosofi, scienziati. Nessuno ha la risposta
definitiva da dare. Io ho chiesto ai miei colleghi scienziati:
possiamo parlare della trascendenza? L'uomo è solo un prodotto
dell'evoluzione dell'universo o ha qualcosa di più in sé? La
risposta religiosa la conosciamo, ma dobbiamo raccordare questa
risposta con le conoscenze scientifiche".
| Si riparla frequentemente di Dio, a proposito della scienza. |
DAVIES: "Tra i miei libri, ce ne sono due in cui parlo di Dio e di
religione: La mente di Dio e Dio e la nuova fisica".
COYNE: "Bisogna dire che c'è una tentazione molto diffusa:
quando non si trova la risposta a una domanda scientifica, si tira in
ballo Dio per spiegare tutto. E questo non è corretto. Dio non è
spiegazione razionale, scientifica. Dio è amore. Fede non vuol
dire conoscere e sapere; fede è amare, fede è un rapporto personale
con Dio, che comprende tutti i credenti. Noi pellegrini sulla Terra
dobbiamo cercare di capire l'universo usando il nostro cervello,
senza coinvolgere Dio nel nostro ragionamento". |