RASSEGNA STAMPA

9 NOVEMBRE 2000
LUIGI DELL'AGLIO
Lunga vita all'universo
Il direttore della Specola vaticana George Coyne e il grande scienziato Paul Davies a confronto sul destino del cosmo
Dal Big Bang all'entropia, dal collasso per implosione all'espansione ciclica. Durerà comunque "altri 15 miliardi di anni". E la domanda sul senso della presenza umana resta aperta
"Fede e ricerca sono autonome. Non chiediamo all'una di spiegare l'altra"
Dove va l'universo, qual è il suo futuro più remoto? E, se c'è un termine, intravisto dalla cosmologia, in quale modo il genere umano potrà sopravvivere all'universo? Teorie e ipotesi al riguardo vengono ormai aggiornate sempre più spesso, sulla base delle scoperte astronomiche che si susseguono con l'aiuto dei potenti telescopi, in funzione sulla Terra e nello spazio.
Sull'argomento, che inquieta e attrae in modo irresistibile la mente umana, astrofisici, matematici, biologi e filosofi sono a convegno a Roma, presso la Pontificia Accademia delle Scienze. Avvenire ha messo a confronto due personaggi di spicco di questo meeting: Paul Davies e George Coyne. Paul Davies è un fisico e matematico teorico conosciuto in tutto il mondo, che vive in Australia. In Usa è considerato il migliore scrittore di scienza "di qua e di là dell'Atlantico". Padre George Coyne è astronomo di livello mondiale, dirige la Specola Vaticana di Castelgandolfo e trascorre sei mesi all'anno nell'osservatorio vaticano di Monte Graham (Stati Uniti). Qui è stata trasferita la più sofisticata ricerca sulle stelle, ormai sempre meno praticabile negli osservatori italiani, quasi tutti in prossimità di grandi centri urbani e perciò soggetti a un forte inquinamento luminoso. Cominciamo con una domanda alquanto impegnativa: allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, qual è il destino dell'universo?
DAVIES: "Le ipotesi principali sono quattro. 1) L'universo comincia in un momento definito del passato, poi si espande per sempre, ma in forza della seconda legge della termodinamica, cioè dell'entropia, degenera (nel senso che si espande in un vuoto sempre più freddo e buio); 2) L'universo ha un termine. La sua vita finisce in un "Big crunch", il contrario del Big Bang, cioè un grande sgretolamento. (In questo caso, finisce prima che si realizzi l'entropia, cioè prima di arrivare all'equilibrio finale); 3) L'universo si ricontrae, torna allo stato in cui si trovava prima del Big Bang; 4) L'universo ha un andamento ciclico: fasi di espansione si alternano a fasi di contrazione. È un cosmo senza fine, che "pulsa" di continuo".
Quanto durerà ancora l'universo?
DAVIES: "Molto. Tutto si compie in tempi veramente lunghi". COYNE: "L'universo ha un'età di 15 miliardi di anni, ne ha almeno altri quindici miliardi da vivere. Forse molti di più.
Dipende da quello che farà, se accelererà o no la sua espansione".
La sorte del genere umano è legata a "questo" universo?
DAVIES: "L'idea che l'universo possa venire cancellato suscita angoscia in molte persone, anche se nessuno di noi potrebbe assistere all'eventuale fine del cosmo. L'universo è in un processo di espansione, ma non sappiamo, non lo abbiamo ancora capito, se proseguendo questa espansione, si condenserà oppure continuerà a espandersi per sempre".
Ma che cosa suggeriscono le ultime osservazioni?
DAVIES: "L'ipotesi più attendibile appare quella di una espansione senza fine. Ma la legge dell'entropia dice che tutti i sistemi fisici sono condannati al decadimento, cioè ad andare in rovina. Dobbiamo applicare anche all'universo la legge dell'entropia? Se sì, allora bisogna rassegnarsi ad ammettere che anche l'universo finirebbe per disfarsi man mano che evolve. Si ridurrebbe a un brodo diluitissimo di fotoni a energia estremamente bassa, di neutrini e gravitoni che si muovono liberi in uno spazio che si espande lentamente".
E che cosa ne sarebbe del genere umano?
DAVIES: "Si discute se esista la possibilità, anche minima, che l'intelligenza umana si sottragga all'entropia, eviti la fine e sopravviva. Fra l'altro, nel suo The life of cosmos, Lee Smolin ipotizza che dal collasso delle stelle possano scaturire nuovi universi. Quando, del futuro dell'universo, parliamo da scienziati, possiamo basarci su vari modelli. Di questi modelli ce n'è uno che è più coerente con i nostri principii religiosi e teologici? In realtà non c'è un modello che si presta meglio di altri, possiamo scegliere liberamente fra tutti. Resta però il fatto che ognuno troverà congeniale o incompatibile un certo modello mettendolo in rapporto con la propria cultura e personalità. Può darsi anche che, in futuro, il tempo non venga più considerato come una quantità fisica fondamentale e si scopra che è un fenomeno secondario (vedi La fine del tempo di Julian Barbour). Allora cambierà anche il nostro modo di vedere il mondo, cambieranno le nostre speranze e le nostre paure". COYNE: "Vorrei far notare che, del futuro dell'universo, la scienza può parlarci soltanto sotto il profilo puramente fisico, materiale. In questo senso, la scienza è limitata. Ma l'importante è sapere come si concilia tutto questo con concetti come l'immortalità dell'anima. Poiché abbiamo un corpo e non siamo fuori dal mondo delle leggi fisiche e della biologia, non possiamo certo ignorare i risultati della ricerca. Ma dobbiamo andare al di là della risposta scientifica. Le stesse scienze ammettono di non possedere la risposta finale".
Quale è la regola, in dibattiti come questo? Chi tira le conclusioni?
COYNE: "Ci scambiamo idee. La regola (che vale anche fuori da questo convegno) è cercare insieme, cercare continuamente. Tutti insieme: teologi, filosofi, scienziati. Nessuno ha la risposta definitiva da dare. Io ho chiesto ai miei colleghi scienziati: possiamo parlare della trascendenza? L'uomo è solo un prodotto dell'evoluzione dell'universo o ha qualcosa di più in sé? La risposta religiosa la conosciamo, ma dobbiamo raccordare questa risposta con le conoscenze scientifiche".
Si riparla frequentemente di Dio, a proposito della scienza.
DAVIES: "Tra i miei libri, ce ne sono due in cui parlo di Dio e di religione: La mente di Dio e Dio e la nuova fisica". COYNE: "Bisogna dire che c'è una tentazione molto diffusa: quando non si trova la risposta a una domanda scientifica, si tira in ballo Dio per spiegare tutto. E questo non è corretto. Dio non è spiegazione razionale, scientifica. Dio è amore. Fede non vuol dire conoscere e sapere; fede è amare, fede è un rapporto personale con Dio, che comprende tutti i credenti. Noi pellegrini sulla Terra dobbiamo cercare di capire l'universo usando il nostro cervello, senza coinvolgere Dio nel nostro ragionamento".
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