| un po' di jazz dopo Schumpeter | Non è per niente facile conversare di
economia, di teorie economiche, di
politica, di virtù e vizi pubblici del nostro
tempo, quando il colloquio con Paolo
Sylos Labini comincia immediatamente, e
allegramente, sul tema del jazz.
Non è per rompere il ghiaccio perché chi
conosce Sylos Labini sa che al contrario la
bassa temperatura bisognerebbe crearla per
temperare il calore dei suoi ricordi, dei
giudizi (sempre precisi e taglienti), della
sua affettuosa umanità. Alla fine, abbiamo
dovuto imporci entrambi di cambiare
argomento, altrimenti il pomeriggio
sarebbe trascorso ricordando motivi
fascinosi, solisti celebri, canticchiando
insieme brani immortali di Gershwin, Cole
Porter, Armstrong, Ellington, con relative
annotazioni filologiche. Mi domanda:
"Non ti sembra raffinato un titolo come
Mood Indigo di Ellington? Una tristezza
che trascolora nell'indaco... E come mai in
Porgy and Bess di Gershwin il protagonista
male in arnese dice alla sua donna: You is
my woman now...; avrebbe dovuto dire you
are, ma in questo caso lo slang è la felicità
di parlare alla ragazza mostrandola nello
stesso tempo agli altri". Concordo subito
sulla sottile eleganza del vero jazz.
"Andavo insieme con un altro economista,
il keynesiano Hyman Minsky, alla ricerca
dei locali dove si suonava il jazz. Dopo
aver ascoltato le lezioni di Schumpeter ci
piaceva scoprire l'Eros e il Thanatos che
c'erano nella musica negra. Si sa che jazz
significa l'atto sessuale, ma vi era anche
struggimento; all'origine le orchestrine
accompagnavano anche i funerali".
È superfluo dire che, con un esordio del
genere, ricordare seppure en passant gli
ottanta anni di Sylos Labini non ha alcun
senso. Gli aneddoti divertenti e l'incalzante
memoria rendono i suoi anni orizzontali.
Una linea vitale di intelligenza della realtà
e di impertinenza critica salutare. "Gli
auguri", dice, "non sono per me ma per
l'Italia. Io sono un allegro pessimista, con
una grande rabbia di vedere il nostro paese
con la sua storia, la sua bellezza, con un
patrimonio di figure straordinarie di
pensatori, di uomini politici, da Cavour a
Cattaneo, Salvemini, Ernesto Rossi e tanti
altri, ridotto ad avere una classe politica
senza spessore, senza forza ideale, senza
grandi programmi". Dici questo, lo
interrompo, anche se da alcuni anni
abbiamo governi dove la sinistra... Non mi
lascia finire: "La sinistra italiana? È
indecifrabile. Avrebbe dovuto, dopo la fine
del comunismo, valorizzare il socialismo
liberale, identificare una strategia di
riforme, rielaborare seriamente il rapporto
pubblicoprivato, Statomercato, non
inseguire, come ha fatto D'Alema,
Berlusconi per coinvolgerlo in quella
inutile Bicamerale, e non attaccando il
pericoloso conflitto di interessi". Eppure,
dico, Berlusconi agli italiani che lo
seguono, e sono molti, parla della sua
irresistibile carriera imprenditoriale e della
sua ricchezza come di un modello di
patriottismo economico e di
"cittadinanza". La risposta di Sylos Labini
è recisa e indignata: "Il padre
dell'economia liberale moderna, Adam
Smith, avrebbe bollato quella carriera
come una infamia. Le concessioni che
Craxi, con prepotenza oscena, fece avere
alle televisioni di Berlusconi ricordano i
brevetti reali che venivano dati alle
Compagnie delle Indie per condurre affari
anche illeciti restando impunite".
A proposito delle Compagnie delle Indie,
Sylos le rievoca, in particolare le Orientali,
nell'ultimo lavoro, che sarà pubblicato ad
aprile a Cambridge e ora in imminente
uscita da Laterza, Sottosviluppo. Una
strategia di riforme. "Nei paesi che sono
stati in gran parte colonie, le strategie dello
sviluppo economico in tempo di
globalizzazione capitalistica ripropongono
problemi di grande rilievo: i soggetti del
mercato, la priorità delle scelte, le ricadute
sociali delle trasformazioni economiche".
Ho l'impressione che oggi tra gli
"strateghi" non vi sia grande spazio per gli
economisti attenti alla dinamicità dei
fattori economici, sociali, politici,
tecnicoscientifici come erano stati Smith,
Ricardo, Marx, Schumpeter, Keynes, pur
con i loro errori. Gli economisti mi paiono
figure evanescenti, disimpegnate.
L'economista della new economy, ha un
futuro, ha un senso? Sono interrogativi
paradossali, ma forse no. "Non lo sono",
risponde Sylos Labini, "perché è vero che
la teoria economica è entrata in una crisi
incredibile e acuta. Negli Stati Uniti, dove
pure vi sono stati economisti di
prim'ordine, è apprezzata prevalentemente
l'economia matematica che rischia di
essere fine a se stessa. La matematica è
stata applicata per trovare nei sistemi
economici il punto di equilibrio statico.
Invece da Smith in poi si è sempre cercata
la trasformazione nella dinamicità (ad
esempio, con la tendenza dei prezzi), nel
non equilibrio".
La visione dinamica della teoria economica
deve suggerire processi di sviluppo
secondo una spirale o secondo la velocità
impetuosa e gli scarti delle tecnologie
avanzate? "Oggi una politica riformatrice
non può che seguire per forza di cose il
movimento a spirale. Come mezzo secolo
fa ci insegnava Schumpeter, le innovazioni
tecnologiche sono fondamentali ma in un
quadro politico e sociale dove il pubblico
si combina con il privato. Nel senso ad
esempio che il pubblico deve agire con
azione chirurgica sugli intralci burocratici
alle imprese, favorendo quelle piccole e
innovative, migliorando il rapporto
Universitàimprese, stimolando e sfidando
la fantasia dei giovani, creando una nuova
qualità del lavoro, non soltanto per il
guadagno, ma per il guadagno con maggior
gusto nel produrre cose nuove. È questo
piacere di fare che "riforma" la società.
Negli Stati Uniti dove domina solo il
privato lo scenario sociale è triste. Anche
la sanità è dentro il mercato in quel paese, e
questo noi non possiamo accettarlo in
assoluto come un principio etico e sociale
poiché il privato deve integrare il pubblico,
non sostituirlo. Così come non possiamo
accettare che la corruzione sia elemento
inevitabile del mercato e dello sviluppo
economico. Per questo, con vergogna
mista a stupore, vedo che in Italia, le
critiche alla corruzione e al malaffare sono
sempre più rare, mentre sono sempre più
frequenti le critiche ai giudici di Mani
pulite e ai cosiddetti moralisti fra cui
spiccano gli ex azionisti".
Intanto imbrunisce e abbiamo toccato un
tema tristissimo e forse irrisolvibile. Cerco
appena di sfiorarlo. Al problema della
corruzione, gli dico, dedichi l'ultimo
capitolo del tuo libro e vi è una trasparente
esortazione perché l'Italia si metta su un
cammino di civiltà. "Certo, sarebbe ora che
questo avvenisse per ragioni sia
eticopolitiche sia strettamente economiche,
e anche ripensando l'economia teorica e
riattivando i connotati che aveva alle
origini". Infatti è costante il richiamo di
Sylos Labini ad Adam Smith, riletto però
con occhi moderni nei suoi giudizi critici
verso la rivoluzione tecnologica e
industriale. Forse questa rilettura del
modello, almeno dal punto di vista teorico,
è più facile ora che, grazie anche a Piero
Sraffa, è stato sciolto il tormentone storico
dell'economia politica, il problema della
trasformazione dei valori in prezzi intorno
al quale si arrovellò inutilmente anche
Marx. Ma qualche soluzione del problema,
c'era già nella fisiocrazia settecentesca del
geniale Francois Quesny. "È vero, questa
soluzione è stata possibile a Sraffa appunto
in una visione dinamica e storica della
teoria economica".
Anche Schumpeter, aggiungo, ammirò la
visione mobile e circolare della teoria
fisiocratica. Ma al punto in cui è oggi il
sistema capitalistico, tale visione non si
scontra con quello che giorni fa su questo
giornale Eugenio Scalfari descriveva come
"il lato oscuro della new economy"? Il
rischio secondo Scalfari è che una società
sempre più mobile e dinamica come quella
della new economy possa alla fine divenire
meno aperta. Sylos Labini annuisce:
"Facciamoci un augurio reciproco, che la
cultura, cioè le vedute filosofiche,
l'organizzazione dell'educazione e della
ricerca scientifica, la letteratura, la musica
e le scienze umane e sperimentali riescano
a neutra |