| Ma l'anima non è una funzione
del cervello | Si è discusso pubblicamente in questi giorni, anche su Avvenire,
di che cosa sia realmente l'anima. Senza entrare qui nel merito
di un discorso teologico o metafisico, vale la pena di seguire le
vicissitudini della parola "anima", e soprattutto dei termini che
nelle lingue antiche della nostra tradizione l'hanno preceduta.
Il termine latino "anima", da cui "animale", "animato" ecc., è
la traduzione del greco psyché, ma a sua volta è legato
etimologicamente con un'altra parola greca, anemos, cioè vento,
che a sua volta si apparenta a una radice indoeuropea anê, la
quale indicherebbe il soffio vitale (da cui in latino e poi in
italiano "inane").
La storia di psyché nella cultura greca ha suscitato molto
interesse, per esempio di un filologo illustre come Bruno Snell
(La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Einaudi) e di
un grande filosofo come Karl Popper (L'io e il suo cervello,
Astrolabio), di uno psicologo come Julian Jaynes (Il crollo della
mente bicamerale, Adelphi). La conclusione condivisa sembra
questa. In epoca omerica psyché è la forza vitale, o più
semplicemente la vita. Il principio emotivo o passionale è
thymos (da cui il nostro fumo) o fren (il diaframma), talvolta
kardios (il cuore). Il principio razionale o intellettivo è invece
noos. Non è solo questione di parole. Tutte queste facoltà non
sono viste come unificate in una realtà sostanziale, ma come
disgiunte fra loro. In una fase più remota, quella che per
esempio è rappresentata da quasi tutti gli eroi dell'Iliade, la
capacità di controllo sul comportamento e la responsabilità
morale sono ulteriormente decentrate all'intervento degli dei. E'
solo con la figura di Odisseo che si avvia una unificazione
dell'attività psichica (del desiderio, dell'emozione, del pensiero)
e soprattutto il suo controllo da parte dell'io.
Psyché diventa un concetto teorico solo con Eraclito. Il
frammento 45 (secondo l'ordinamento di Diels e Kranz) dice che
"non è possibile trovare i confini dell'anima, per quanto
lontano si vada per ogni via, tanto è profondo il suo parlare".
L'anima è diventata "profonda", o meglio lo è il suo logos. Il
passo successivo e più noto è quello di Platone, che in molti
dialoghi all'anima attribuisce sostanza autonoma e
indipendente dal corpo, capace di sopravvivere alla morte e
vero luogo dell'identità personale. E' qui che si forma l'idea che
sarà poi accolta, cinque o sei secoli dopo, dal Cristianesimo.
Anche la tradizione ebraica, infatti, non conosce un'anima
sostanziale. Quel che Dio insuffla in Adamo nella Genesi è un
ruakh (anzi, al femminile, una ruakh), parola che vale vento,
soffio, ma anche spirito. Ruakh hakodesh è lo "spirito santo",
diverso però nel Pentateuco dalla sua successiva definizione
personale del Cristianesimo, inteso piuttosto come una forma di
presenza divina o di assistenza che per esempio consente la
profezia ai Patriarchi (ma Giacobbe la perde per tutto il
periodo in cui crede morto Giuseppe, perché, come spiegano i
commenti esso è incompatibile col lutto e la tristezza). Vale la
pena di notare come sia insistente la metafora del vento e del
soffio in questo campo semantico: essa è presente anche nel
greco pneuma e nel termine latino che lo traduce, spiritus.
L'altra parola ebraica che si usa tradurre con anima è nefesh,
che però significa spesso vita, addirittura il sangue che permette
di vivere.
La versione platonica dell'anima sostanziale non è l'ultima
parola della filosofia greca. Per Aristotele hanno una psiché
anche gli animali e perfino i vegetali. Soprattutto, "l'anima è
ciò per cui in primo luogo viviamo e sentiamo e pensiamo,
sicché sarà ragione e forma, non materia o soggetto (...) non è il
corpo atto dell'anima, ma questa è atto di un certo corpo" (De
an. II, 2, 414).
Ma la tradizione europea di pensiero sceglierà la strada di
Platone, almeno per tutto il Medioevo e fino a Cartesio. Dal
Seicento in poi l'anima non è più un principio filosofico
frequente: la sostituisce l'"io" o il soggetto (subjectum, termine
scolastico per indicare ciò che è "posto sotto" l'esame della
discussione, che ne è dunque l'"argomento principale") o la
"mente" (da una radice indoeuropea men che significa
"pensare, ricordare", e genera per esempio meminisse). Anche
questi termini laicizzati vengono sottoposti ad analisi impietosa
dalla tradizione empirista, a partire da Hume, tanto da tradursi
nel nostro secolo in una celebre battuta di Gilbert Ryle nel
"fantasma nella macchina", che la filosofia dovrebbe
esorcizzare. E questo è esattamente il programma prevalente
delle scienze cognitive che dominano nella filosofia della mente
contemporanea: ridurre non l'anima (da lungo tempo scordata)
ma la mente a una funzione del cervello. |