RASSEGNA STAMPA

31 OTTOBRE 2000
UGO VOLLI
Ma l'anima non è una funzione del cervello
Si è discusso pubblicamente in questi giorni, anche su Avvenire, di che cosa sia realmente l'anima. Senza entrare qui nel merito di un discorso teologico o metafisico, vale la pena di seguire le vicissitudini della parola "anima", e soprattutto dei termini che nelle lingue antiche della nostra tradizione l'hanno preceduta.
Il termine latino "anima", da cui "animale", "animato" ecc., è la traduzione del greco psyché, ma a sua volta è legato etimologicamente con un'altra parola greca, anemos, cioè vento, che a sua volta si apparenta a una radice indoeuropea anê, la quale indicherebbe il soffio vitale (da cui in latino e poi in italiano "inane"). La storia di psyché nella cultura greca ha suscitato molto interesse, per esempio di un filologo illustre come Bruno Snell (La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Einaudi) e di un grande filosofo come Karl Popper (L'io e il suo cervello, Astrolabio), di uno psicologo come Julian Jaynes (Il crollo della mente bicamerale, Adelphi). La conclusione condivisa sembra questa. In epoca omerica psyché è la forza vitale, o più semplicemente la vita. Il principio emotivo o passionale è thymos (da cui il nostro fumo) o fren (il diaframma), talvolta kardios (il cuore). Il principio razionale o intellettivo è invece noos. Non è solo questione di parole. Tutte queste facoltà non sono viste come unificate in una realtà sostanziale, ma come disgiunte fra loro. In una fase più remota, quella che per esempio è rappresentata da quasi tutti gli eroi dell'Iliade, la capacità di controllo sul comportamento e la responsabilità morale sono ulteriormente decentrate all'intervento degli dei. E' solo con la figura di Odisseo che si avvia una unificazione dell'attività psichica (del desiderio, dell'emozione, del pensiero) e soprattutto il suo controllo da parte dell'io. Psyché diventa un concetto teorico solo con Eraclito. Il frammento 45 (secondo l'ordinamento di Diels e Kranz) dice che "non è possibile trovare i confini dell'anima, per quanto lontano si vada per ogni via, tanto è profondo il suo parlare".
L'anima è diventata "profonda", o meglio lo è il suo logos. Il passo successivo e più noto è quello di Platone, che in molti dialoghi all'anima attribuisce sostanza autonoma e indipendente dal corpo, capace di sopravvivere alla morte e vero luogo dell'identità personale. E' qui che si forma l'idea che sarà poi accolta, cinque o sei secoli dopo, dal Cristianesimo. Anche la tradizione ebraica, infatti, non conosce un'anima sostanziale. Quel che Dio insuffla in Adamo nella Genesi è un ruakh (anzi, al femminile, una ruakh), parola che vale vento, soffio, ma anche spirito. Ruakh hakodesh è lo "spirito santo", diverso però nel Pentateuco dalla sua successiva definizione personale del Cristianesimo, inteso piuttosto come una forma di presenza divina o di assistenza che per esempio consente la profezia ai Patriarchi (ma Giacobbe la perde per tutto il periodo in cui crede morto Giuseppe, perché, come spiegano i commenti esso è incompatibile col lutto e la tristezza). Vale la pena di notare come sia insistente la metafora del vento e del soffio in questo campo semantico: essa è presente anche nel greco pneuma e nel termine latino che lo traduce, spiritus.
L'altra parola ebraica che si usa tradurre con anima è nefesh, che però significa spesso vita, addirittura il sangue che permette di vivere. La versione platonica dell'anima sostanziale non è l'ultima parola della filosofia greca. Per Aristotele hanno una psiché anche gli animali e perfino i vegetali. Soprattutto, "l'anima è ciò per cui in primo luogo viviamo e sentiamo e pensiamo, sicché sarà ragione e forma, non materia o soggetto (...) non è il corpo atto dell'anima, ma questa è atto di un certo corpo" (De an. II, 2, 414). Ma la tradizione europea di pensiero sceglierà la strada di Platone, almeno per tutto il Medioevo e fino a Cartesio. Dal Seicento in poi l'anima non è più un principio filosofico frequente: la sostituisce l'"io" o il soggetto (subjectum, termine scolastico per indicare ciò che è "posto sotto" l'esame della discussione, che ne è dunque l'"argomento principale") o la "mente" (da una radice indoeuropea men che significa "pensare, ricordare", e genera per esempio meminisse). Anche questi termini laicizzati vengono sottoposti ad analisi impietosa dalla tradizione empirista, a partire da Hume, tanto da tradursi nel nostro secolo in una celebre battuta di Gilbert Ryle nel "fantasma nella macchina", che la filosofia dovrebbe esorcizzare. E questo è esattamente il programma prevalente delle scienze cognitive che dominano nella filosofia della mente contemporanea: ridurre non l'anima (da lungo tempo scordata) ma la mente a una funzione del cervello.
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