Kant, i pensatori moderni e la fedeL'inquietudine dei filosofi
davanti a Cristo Tra Tilliette e Fabro. La scelta esistenziale |
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| Silvano Zucal (a cura di), "Cristo nella filosofia
contemporanea.
Da Kant a Nietzsche", San Paolo, Pagine 776. Lire 70mila | Cristo, pietra d'inciampo per la filosofia? O piuttosto pietra
angolare di ogni riflessione sull'uomo, non solo teologica? Sono i
due corni di un dilemma che torna d'attualità in quest'anno
giubilare, nel quale la figura del Festeggiato è al centro
dell'attenzione non solo della Chiesa. Una presenza quella del
Figlio di Dio nella speculazione razionale di questi due millenni,
che è un dato incontrovertibile. Tanto che anche nella tradizione
greca anteriore al Nazareno si sono voluti cercare
retrospettivamente elementi di riflessione sul Logos-Cristo. Ma se
il fatto che i filosofi si sono da sempre occupati del Salvatore è lì
in tutta la sua evidenza, questa raccolta di saggi cerca di indagare
"ciò che la filosofia può dire in linea di diritto (e non solo di
fatto) di Cristo", scrive il curatore, Silvano Zucal,
nell'introduzione. I saggi presentano i principali pensatori
moderni: da Kant a Nietzsche, passando per Schleiermacher, i
maestri dell'idealismo tedesco, Strauss, Kierkegaard, Feuerbach e
Marx, il tradizionalismo francese, Rosmini e Gioberti, Comte e
Solovëv. Di ognuno si dà un profilo critico riguardo alla
riflessione cristologica, una bibliografia e un'antologia di testi.
L'opera è il primo pannello di un distico che comprenderà
Ottocento e Novecento.
Resta aperta, insomma, la discussione in merito all'opportunità di
lavorare sul terreno della cristologia filosofica, prosegue Zucal.
Molte sono le domande incombenti: "Non è un'invasione di
campo la pretesa della filosofia di occuparsi di ciò che eccede
ogni ragione? Non è questo il dominio esclusivo della fede? La
filosofia non ha in rapporto alla fede nell'incarnazione una
semplice funzione propedeutica?"
Due sono le tradizioni di pensiero che dal Medioevo si
interrogano sulla possibilità e i rischi di applicare alla figura del
Dio-fatto-uomo le categorie filosofiche. Due atteggiamenti in
passato incarnati da Pietro Abelardo e Alano di Lilla. Più
recentemente da Xavier Tilliette (autore di una celebre trilogia
sull'argomento uscita per Queriniana e Morcelliana)
e Cornelio Fabro. Da un lato - un filone che si nutre degli apporti di Blondel
e Schelling - la risposta alle precedenti domande è "no". La
filosofia, sia quella morale che la metafisica, devono
"confrontarsi con l'Epifania storica dell'assoluto". Una necessità
che investe lo stesso rapporto tra filosofia e teologia. Non più in
rapporto ancillare, ma di interscambio fecondo. "E non a caso -
scrive Zucal - le più ardite e insieme riuscite cristologie
teologiche contemporanee, come quella di Rahner, mostrano di
aver fatto tesoro di molti apporti filosofici. I più avvertiti tra i
teologi come Tillich, Bultmann, Pannenberg... hanno appunto
piena coscienza che taluni problemi della cristologia teologica
chiamano in causa concetti come il tempo, il corpo, la coscienza,
la personalità, la soggettività che hanno un inevitabile versante
filosofico".
Dall'altro lato - la linea che da Alano va a Fabro (passando
attraverso Pascal, Kierkegaard e Sestov) - viene accentuata la
dimensione "paradossale". Il Cristo della fede e quello dei filosofi
sono inconciliabili. Essenzialmente perché davanti a lui è chiesta
una scelta esistenziale, non razionale.
Tra le due posizioni è stretto il crinale su cui muoversi. La
deformazione, il rendere astratta o mitologizzata la figura centrale
del cristianesimo è sempre in agguato. Tanto che lo stesso Tilliette
afferma che una cristologia filosofica tanto più può essere
feconda quanto più è condotta da un pensatore credente.
Ma un dato resta. Anche in pensatori che appaiono indifferenti,
deformanti, paganeggianti - come da alcuni è stato giudicato
Heidegger - ancora oggi c'è una ricerca onesta e almeno
un'inquietudine intellettuale di molti filosofi che si lasciano
interrogare da Cristo. |