RASSEGNA STAMPA

28 OTTOBRE 2000
GIANNI SANTAMARIA
Kant, i pensatori moderni e la fede
L'inquietudine dei filosofi davanti a Cristo
Tra Tilliette e Fabro. La scelta esistenziale
Silvano Zucal (a cura di), "Cristo nella filosofia contemporanea. Da Kant a Nietzsche", San Paolo, Pagine 776. Lire 70mila
Cristo, pietra d'inciampo per la filosofia? O piuttosto pietra angolare di ogni riflessione sull'uomo, non solo teologica? Sono i due corni di un dilemma che torna d'attualità in quest'anno giubilare, nel quale la figura del Festeggiato è al centro dell'attenzione non solo della Chiesa. Una presenza quella del Figlio di Dio nella speculazione razionale di questi due millenni, che è un dato incontrovertibile. Tanto che anche nella tradizione greca anteriore al Nazareno si sono voluti cercare retrospettivamente elementi di riflessione sul Logos-Cristo. Ma se il fatto che i filosofi si sono da sempre occupati del Salvatore è lì in tutta la sua evidenza, questa raccolta di saggi cerca di indagare "ciò che la filosofia può dire in linea di diritto (e non solo di fatto) di Cristo", scrive il curatore, Silvano Zucal, nell'introduzione. I saggi presentano i principali pensatori moderni: da Kant a Nietzsche, passando per Schleiermacher, i maestri dell'idealismo tedesco, Strauss, Kierkegaard, Feuerbach e Marx, il tradizionalismo francese, Rosmini e Gioberti, Comte e Solovëv. Di ognuno si dà un profilo critico riguardo alla riflessione cristologica, una bibliografia e un'antologia di testi.
L'opera è il primo pannello di un distico che comprenderà Ottocento e Novecento. Resta aperta, insomma, la discussione in merito all'opportunità di lavorare sul terreno della cristologia filosofica, prosegue Zucal.
Molte sono le domande incombenti: "Non è un'invasione di campo la pretesa della filosofia di occuparsi di ciò che eccede ogni ragione? Non è questo il dominio esclusivo della fede? La filosofia non ha in rapporto alla fede nell'incarnazione una semplice funzione propedeutica?" Due sono le tradizioni di pensiero che dal Medioevo si interrogano sulla possibilità e i rischi di applicare alla figura del Dio-fatto-uomo le categorie filosofiche. Due atteggiamenti in passato incarnati da Pietro Abelardo e Alano di Lilla. Più recentemente da Xavier Tilliette (autore di una celebre trilogia sull'argomento uscita per Queriniana e Morcelliana) e Cornelio Fabro. Da un lato - un filone che si nutre degli apporti di Blondel e Schelling - la risposta alle precedenti domande è "no". La filosofia, sia quella morale che la metafisica, devono "confrontarsi con l'Epifania storica dell'assoluto". Una necessità che investe lo stesso rapporto tra filosofia e teologia. Non più in rapporto ancillare, ma di interscambio fecondo. "E non a caso - scrive Zucal - le più ardite e insieme riuscite cristologie teologiche contemporanee, come quella di Rahner, mostrano di aver fatto tesoro di molti apporti filosofici. I più avvertiti tra i teologi come Tillich, Bultmann, Pannenberg... hanno appunto piena coscienza che taluni problemi della cristologia teologica chiamano in causa concetti come il tempo, il corpo, la coscienza, la personalità, la soggettività che hanno un inevitabile versante filosofico". Dall'altro lato - la linea che da Alano va a Fabro (passando attraverso Pascal, Kierkegaard e Sestov) - viene accentuata la dimensione "paradossale". Il Cristo della fede e quello dei filosofi sono inconciliabili. Essenzialmente perché davanti a lui è chiesta una scelta esistenziale, non razionale. Tra le due posizioni è stretto il crinale su cui muoversi. La deformazione, il rendere astratta o mitologizzata la figura centrale del cristianesimo è sempre in agguato. Tanto che lo stesso Tilliette afferma che una cristologia filosofica tanto più può essere feconda quanto più è condotta da un pensatore credente. Ma un dato resta. Anche in pensatori che appaiono indifferenti, deformanti, paganeggianti - come da alcuni è stato giudicato Heidegger - ancora oggi c'è una ricerca onesta e almeno un'inquietudine intellettuale di molti filosofi che si lasciano interrogare da Cristo.
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