| Mullis, Nobel irriverente, e i nuovi dogmi | Cosa fa più paura nella ricerca della scienza? E' il nuovo che si nasconde dietro il suo pensiero, ciò che
non si può controllare, "la gente fin dai tempi di Galileo lo teme, a meno che non abbia benefici immediati
e ben circoscritti". Capitava ieri, capita oggi con le biotecnologie. A Milano per consegnare il Biotec
Award 2000, Kary Mullis parla della "repressione" del pensiero della scienza, un filo rosso che unisce
esperienze diverse. E ne parla da scienziato vivace ed eccentrico qual è, Nobel per la Chimica nel 1993,
ad appena 49 anni, che ha sempre messo in discussione ogni autorità dogmatica raccontando un
possibile incontro con gli alieni e le esperienze parapsicologiche che gli hanno anche permesso di
accendere una lampadina con i poteri della mente (è una delle pagine più divertenti e paradossali di
Ballando nudi nel campo della mente, edito da Baldini&Castoldi)
L'opinione comune diffida di ciò che non conosce fin dai tempi dell'Eppur si muove, quando Galilei fu
accusato di eresia perché sosteneva che un dato scientifico non dovrebbe avere nulla a che fare con la
fede. Altrettanto capitò all'inglese Robert Boyle che, nel XVII secolo, buon cristiano e amico del re Carlo
II, creò una pompa da vuoto e dimostrò che poteva spegnere una candela estraendo l'aria dal vaso di
vetro in cui questa si trovava. "C'era il vuoto nel vaso, ma i cattolici non furono affatto d'accordo. Erano
in possesso di documenti in cui si affermava chiaramente che Dio era ovunque: per la natura il vuoto
non era in nessun modo ammissibile, Boyle era un imbecille". La questione ebbe un seguito
"scientifico", con una vera divisione di campo: quelli che ritenevano che fosse impossibile creare il
vuoto, sostennero il Papa, "gli altri che accettarono la sua esistenza dichiararono fedeltà al re". Il quale
istituì la Royal Society di Londra, così "la scienza si separò dalla religione e dalla filosofia, ivi inclusa la
morale".
Una repressione, dunque, che arriva fino ai nostri giorni: "Abbiamo trasformato gli scienziati in individui
perversi, quasi quanto gli avvocati. Persone che si baloccano con le nostre vite e le nostre esigenze,
capaci di commettere le stesse atrocità che i sacerdoti perpetravano quando il potere era in loro mano".
Sono passati centinaia di anni dall'esperimento di Boyle, ma non abbiamo ancora imparato a separare i
fatti dalle nostre idee. Così le straordinarie prospettive che genetica molecolare e biotecnologie aprono
allo sviluppo della società umana, al suo benessere fisico e spirituale, alla salute, al cibo, agli strumenti
per garantire un'economia sostenibile, sono guardate con sospetto e timore. "Ci si basa solo
sull'emotività, non si hanno informazioni tecniche: la gente crede a molte apocalissi quotidiane non
perché ne abbia la prova, ma perché è ingenua, si tratta di convinzioni basate sulla fede, c'è grande
ingenuità anche nel mondo politico". Per Mullis, è sciocco pensare che si possa rompere un equilibrio
naturale con le nuove prospettive derivate dalla genetica, "tutte le modificazioni sono in azione da
migliaia di anni e sono state molto più profonde di quelle realizzate o realizzabili in laboratorio". E non si
possono porre limiti di nessun tipo, "la mappa genetica ci permette di leggere il codice del nostro
corpo". Non si capisce perché debba essere demonizzata. La natura delle tecnologie è ibrida, "possono
essere utilizzate per il bene o per il male. Come l'acciaio: può essere usato per farne armi, ma nessun si
sognerebbe di metterlo fuori uso". Così le biotecnologie possono anche essere usate male, "ma non
bastano a valutarle soltanto le cattive intenzioni. A poco a poco, come per Galilei, la gente capirà. Potrà
capitare ad esempio ai diabetici, dipendenti dall'insulina: potrebbero già essere curati intervenendo sulla
proteina alla base della malattia".
Kary Mullis ripete le sue opinioni in modo graffiante e aneddotico, con motivazioni che non hanno nulla
di accademico, mentre premia i tre vincitori del "Biotec 2000", riconoscimento riservato a studiosi italiani
"under 40": Adriano Aguzzi, Dario Neri, Rosario Rizzuto. Ricercatori di primissimo piano a livello
internazionale nel campo delle biotecnologie. A questo proposito va sottolineato un dato: l'82 per cento
dei candidati al premio si è perfezionato in università straniere e il 23 per cento (inclusi i primi due
vincitori) svolge ricerca in importanti istituzioni estere, europee e americane. Insomma la fuga dei cervelli
continua, l'Italia (ha detto con amarezza Umberto Colombo) non è sempre in grado di garantire la
possibilità di ricerca ai più giovani. |