| Divieto italiano sul mais: la Commissione Europea
non lo abroga | La conclusione della riunione del 19 ottobre del
Comitato permanente per l'Alimentazione
dell'Unione Europea rappresenta un fatto di grande
importanza. In quella sede la Commissione si era
presentata con la proposta di imporre all'Italia
l'abrogazione del decreto del Presidente del
Consiglio Amato che dal 4 agosto 2000 ha sospeso
la circolazione in Italia di alcuni prodotti
alimentari derivati da varietà di mais geneticamente
modificate: la proposta della Commissione è stata
respinta da un'ampia maggioranza.
La circolazione dei prodotti era stata autorizzata in
Europa tra il 1997 ed il 1998 applicando, su
iniziativa della Gran Bretagna, una procedura
semplificata, prevista dalle norme comunitarie solo
nel caso in cui i prodotti alimentari, pur derivati da
organismi geneticamente modificati, non
contenessero tali molecole modificate. In caso
contrario la procedura è, come logico, molto più
lunga e complessa e richiede appropriate indagini
che devono essere effettuate da organismi
scientifici di tutti i paesi UE.
È evidente la razionalità della norma dettata
dall'applicazione del principio di precauzione, da
tempo entrato a fondamento dell'ordinamento
comunitario. Ora, nel caso di questi prodotti, la
presenza delle molecole modificate era
inequivocabilmente provata e dunque si era di
fronte ad una grave violazione delle norme: da qui
la necessità dell'iniziativa dell'Italia che con la sua
azione, ha sollevato il problema. Non solo a
salvaguardia della salute degli italiani ma dei
cittadini europei.
Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad una dura
opposizione da parte della Commissione, la quale,
invece di riconoscere la violazione della norma, ha
tentato di spostare la questione sul terreno del
rischio sanitario, richiedendo al Comitato
Scientifico se questi prodotti potessero essere
pericolosi per la salute.
Domanda in vero squalificante dal punto di vista
scientifico, dal momento che l'attuale problematica
su questi prodotti riguarda la ricognizione di
eventuali effetti a medio-lungo termine e,
coerentemente, il Comitato Scientifico registra il
fatto che l'Italia non ha presentato evidenze sul
rischio sanitario, ma non era questo, appunto, il
terreno del contendere, quanto la corretta
applicazione della norma.
Partendo da questa risposta al Comitato
permanente, la Commissione ne ha fatto la base per
proporre l'abrogazione del Decreto Amato, ma una
maggioranza costituita da nove paesi insieme
all'Italia (Germania, Danimarca, Austria, Grecia,
Francia, Lussemburgo, Svezia e Belgio) ha indotto
la Commissione a ritirare la proposta ed anzi la
Germania ha avanzato la richiesta di un'iniziativa
urgente per vietare la circolazione su tutto il
territorio europeo. Spetta ora alla Commissione
procedere. Vorrei chiarire che non vi è da parte
nostra alcun pregiudizio: spetta alla ricerca
scientifica far seguire alla fase della scoperta,
dell'innovazione, la valutazione accurata, in modo
sistematico, degli effetti dell'applicazione e la
ricerca italiana può dare ottimi contributi in questa
direzione.
Non si giustificano dunque le dichiarazioni,
disinformate o interessate, di quanti hanno visto
nella posizione italiana un colpo alla nostra ricerca.
Più semplicemente e molto realisticamente qui si
confrontavano, da una parte, i giganteschi interessi
delle grandi multinazionali del settore
agroalimentare e, dall'altra, la razionalità
scientifica e la salvaguardia della salute. Questa
volta ha prevalso, dunque, l'interesse della
collettività. |