| Se informazione
e libertà sono
in alternativa | "Ricordati che stai scrivendo per il lattaio di Kansas City", è scritto su un cartello affisso nel salone della
cronaca del Washington Post. Sta a indicare due semplicissimi, elementari princìpi, praticamente l'ABC
dell'etica giornalistica: quel che si scrive dev'esser sempre chiaro, cioè comprensibile da tutti, e poi utile,
cioè conforme all'interesse pubblico. Ora, perdonino la nostra schematica semplicità gli studiosi di
comunicazioni di massa riuniti oggi a Napoli all'Istituto Suor Orsola dalle Fondazioni Cortese e Einaudi
per una giornata di riflessione sul tema "diritto di cronaca e diritto alla privacy". Ma è soprattutto quanto
sta avvenendo nell'informazione da qualche mese a questa parte a consentirci l'ardire di dar loro un
suggerimento: ammesso che il tanto parlare intorno al "come" del giornalismo non produca un fastidioso
volteggiare di aria fritta sulle teste dei poveri lettori, non sarebbe il caso di accantonare troppo dotte e
fumose dissertazioni sulla deontologia e la libertà d'informazione, per arrivare direttamente al "dunque"
di una professione invero assai mal rappresentata da un paio di pessime prove recentemente offerte in
casa Rai?
Ora, per gli studiosi riuniti a Napoli il "dunque" sta in un documento-manifesto, sottoposto oggi a una
pubblica discussione cui parteciperà anche il garante della privacy Stefano Rodotà. Ecco il suo punto
centrale: la preoccupazione che "un eccesso di tutela della privacy possa determinare, al di là della
volontà stessa dei suoi tutori, una sostanziale restrizione della libertà d'informazione, e quindi della stessa
democrazia liberale". In altri termini, considerando vicende di questi giorni - come la diffusione da parte
del servizio pubblico televisivo d'immagini di bambini sottoposti a violenze sessuali da adulti, l'anarchia
informativa dilagante su Internet e, aggiungeremo adesso, la subalternità perniciosa manifestata da un
collega della Rai nei confronti di una "fonte" privilegiata come l'autorità palestinese a scapito di colleghi
di un'altra emittente italiana - i firmatari del documento napoletano non esitano a dichiarare, in nome del
princìpio liberale: "laddove si ponesse una scelta tra libertà di comunicazione e informazione e la tutela
speciale di alcuni diritti particolari, la priorità spetta necessariamente al dovere di informare su tutto ciò
che possa essere rilevante ai fini della formazione corretta di una pubblica opinione".
Scusateci, illustri professori, ma ci permettiamo di dissentire. Intanto c'è giornalista e giornalista: ci sono
gli Antonio Russo e le Ilaria Alpi, che ci rimettono la pelle, e ci sono altri bravi a mettere in gioco solo la
pelle di qualcun altro. E ancora, la storia stessa dell'informazione c'insegna che "notizia è ciò che i
giornali scrivono intorno a un avvenimento", che insomma non attinge all'assoluto ma alla sfera del
relativo, e che di notizie si può anche morire, per noi il "dunque" della professione sta altrove: per
esempio, nel rifiutare categoricamente che debba esistere un'alternativa tra libertà d'informazione e
tutela dei diritti dei più deboli. E senza scomodare né Karl Popper né Walter Lippmann (di cui Donzelli
ripubblica in questi giorni il bellissimo saggio L'opinione pubblica) preferiamo rivolgere un premuroso
pensiero al lattaio di Kansas City e immaginare per lui un'informazione chiara e utile, vale a dire
conforme all'interesse collettivo. Dove, cioè, siano esclusi il "pattume del pettegolezzo inutile" deplorato
da Montanelli, le delazioni contro i colleghi e le notizie-scoop strappate via sulla pelle di chi non può
difendersi. E qui ci illumina anche la domanda (retorica) di un signore di nome Norberto Bobbio, di
sicuro non tacciabile d'illiberalità o di semplicismo, che annota: "Ci sono notizie da dare e da non dare
(quella sugli autori del video di Ramallah, per esempio, era da non dare, e men che mai ai palestinesi,
n.d.r.). Diritto-dovere del giornalista è dare tutte le informazioni che contribuiscano a accrescere la
conoscenza della realtà sociale, politica e culturale. Siamo bombardati dai media con un eccesso
d'informazioni, a volte utili, a volte dannose... Ecco allora la mia domanda: quale informazione va tutelata
come diritto inalienabile della collettività?" |