Un protagonista del Novecento| Una notte magica con la dea
Achmatova |
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| Dalla biografia che Michael Ignatieff
dedica a Isaiah Berlin, sottotitolo "Ironia e
libertà", che esce in Italia in questi giorni
(Carocci, pagg. 373, lire 39.000),
anticipiamo il capitolo sull'incontro nel
1945 con la Achmatova. |
Lei aveva venti anni più di lui, un tempo era
stata una celebre bellezza, ora era
appesantita, i suo abiti erano sciatti, gli
occhi scuri cerchiati, ma conservava un
portamento orgoglioso e una espressione
di fredda dignità. Mentre sedevano su sedie
di vimini l'una di fronte all'altro e
iniziavano a parlare (ndr, nel 1945), Isaiah
la conosceva soltanto come la stella più
luminosa dell'avanguardia nella San
Pietroburgo prebellica. Ma di quanto le era
accaduto dopo la rivoluzione Isaiah non
sapeva nulla.
Non c'era niente di falsamente
melodrammatico nella sua aria tragica. Il
suo primo marito, Nikolai Gumilev, era
stato giustiziato nel 1921 sulla base della
falsa accusa di aver congiurato contro
Lenin. Gli anni del terrore per lei erano
iniziati allora, non nel 1937. Sebbene
avesse continuato a scrivere
ininterrottamente, tra il 1925 e il 1940 non
le era stato permesso di pubblicare
nemmeno un verso. Durante quel periodo
era riuscita a sopravvivere lavorando nella
biblioteca di un istituto di agraria,
traducendo e scrivendo studi critici su
Puskin e su scrittori occidentali come
Benjamin Constant.
Ai suoi occhi, Isaiah era il messaggero
tra due culture russe - una in esilio
esterno, l'altra in esilio interiore - che
erano state divise dalla rivoluzione. Nelle
poesie composte dopo la partenza di lui, la
Achmatova scrisse che l'Europa stava
mettendo le foglie, che un virgulto verde
della cultura che un tempo era stata la sua
era finalmente riuscito a farsi strada fino a
Fontannij Dom. Ma fu categorica riguardo
alla questione dell'emigrazione. Il suo
posto era con il suo popolo e con la sua
lingua madre. La notte acquistò dunque per
lei un altro significato: fu l'occasione di
riaffermare il suo destino di musa
coraggiosa della sua lingua madre. Isaiah
era certo di non aver mai incontrato
nessuno altrettanto capace di offrire di sé
un'immagine drammatica ma, allo stesso
tempo, riconosceva che la pretesa che lei
avanzava di fronte al suo tragico destino
era assolutamente sincera.
Isaiah aveva sempre cercato una conferma
di sé attraverso il genio: era fondamentale
per lui che Virginia Woolf, Freud,
Wittgenstein e Keynes avessero tutti
compreso il talento che era in lui. Ma
questo incontro fu più importante di
qualunque altro. Qui si trattava della più
grande poetessa nella sua lingua madre che
gli parlava come se lui avesse sempre fatto
parte del suo circolo, come se lui
conoscesse tutte le persone che lei
conosceva, avesse letto tutto ciò che lei
aveva letto, capito ciò che lei diceva e ciò
che intendeva dire. In realtà, naturalmente,
si trattava di un'illusione: Isaiah sapeva
della Achmatova molto meno di ciò che lei
immaginava. E tuttavia, si stava
verificando un momento purissimo di
comunicazione, come avviene soltanto una
o due volte in tutta una vita.
In una ondata di entusiasmo e nostalgia, lei
gli raccontò dell'infanzia trascorsa sulla
costa del Mar Nero - "una terra pagana,
non battezzata" - e della sua affinità con
"una cultura antica, mezza greca, mezza
barbara, profondamente non russa", sulla
costa meridionale della Russia. Ricordò la
Odessa che aveva conosciuto da giovane, il
porto rumoroso dei racconti di Isaac
Babel', luogo di incontro di ebrei e
bessarabi, turchi e ucraini. Lui le raccontò
episodi della sua infanzia a Riga, dei primi
anni a Pietrogrado, e di come - quando lei
era già una poetessa talmente famosa che i
suoi ammiratori sapevano recitare a
memoria per intero le raccolte delle sue
poesie - lui era ancora un bambino, che
da solo, nello studio del padre, leggeva le
storie di cowboy di Mayne Reid.
Lei gli raccontò del suo matrimonio con
Gumilev e di come, malgrado la
separazione e il divorzio, lei avesse sempre
ricordato il modo laconico e fiducioso con
cui lui aveva accettato il suo talento.
Descrivendo la sua esecuzione, avvenuta
nel 1921, le vennero le lacrime agli occhi.
Poi iniziò a recitare dal Don Giovanni di
Byron. La sua pronuncia era inintellegibile,
ma declamava i versi con una emozione
così intensa che Isaiah dovette alzarsi e
guardare fuori dalla finestra per nascondere
i propri sentimenti.
Quindi prese a recitare le sue poesie, da
Anno domini, Lo stormo bianco, Da sei
libri, e da Cleopatra, scritta nel 1940, in
uno dei periodi più disperati, quando si era
chiesta se l'unica cosa da fare non fosse
darsi la morte come la regina egizia. Disse
che poesie come questa avevano causato la
morte di un poeta migliore di lei - ma
Berlin non riuscì a capire se intendesse
Mandel'stam o Gumilev, perché di nuovo
le lacrime la interruppero. Ripresasi, iniziò
a recitare l'ancora incompiuto Poema
senza eroe, iniziato a Leningrado nel 1940.
Era, come scrisse in seguito Isaiah, "una
sorta di ultimo monumento alla propria
vita di poeta, al passato della città", "sotto
forma di una processione carnevalesca di
personaggi mascherati, una Dodicesima
notte en travesti". Mentre ascoltava, non
poteva sapere che in questa opera - che lei
avrebbe continuato a limare fino al 1962
- lui avrebbe figurato come il misterioso
"Ospite dal Futuro", "l'ospite
d'Oltrespecchio".
Isaiah fu contento di scoprire il lato
sarcastico e lievemente maligno di lei; i
modi regali furono sostituiti da qualcosa di
più umoristico e umano. Cominciò a
capire che era un'attrice consumata che
sapeva interpretare perfettamente un ruolo
da regina, ma era abbastanza astuta e
consapevole per staccarsene di tanto in
tanto e vedere se stessa e gli altri con un
tocco di ironia. Parlò divertita delle cotte
ricorrenti di Pasternak per lei; raccontò di
come, negli anni Venti, lui fosse solito
arrivare e affermare tra i singhiozzi di non
poter vivere senza di lei, soltanto per poi
supplicare la moglie di andare a prenderlo e
riportarlo a casa.
Lei confessò di essere molto sola, nella
desolazione di Leningrado. Parlò dei suoi
passati amori, Gumilev, Shileiko e Punin, e
Isaiah, commosso dal suo tono
confessionale - ma forse anche per
prevenire l'interesse erotico
dell'Achmatova per lui - confessò di
essere innamorato di una persona. Fu vago,
ma era chiaro che si riferiva a Patricia
Douglas. L'Achmatova sembra aver
passato una versione assolutamente
distorta di queste parole di Isaiah sulla
propria vita sentimentale a Korney
Cukovskij, le cui memorie, pubblicate anni
più tardi, fanno riferimento a Berlin come
a un dongiovanni sbarcato a Leningrado
per aggiungere la Achmatova all'elenco
delle sue conquiste. La stessa Achmatova
sembra responsabile del malinteso, che da
allora aleggiò sempre sul loro incontro.
Nessun russo che legga Cinque, le poesie
che lei dedicò alla loro notte insieme, può
credere che non siano stati amanti.
In realtà, non si toccarono nemmeno. Lui
rimase in un angolo della stanza, lei
nell'altro. Lungi dall'essere un
dongiovanni, Isaiah era un neofita del sesso
nell'appartamento di una leggendaria
seduttrice, che aveva vissuto profondi
legami sentimentali con una mezza dozzina
di uomini dotati di enorme talento. Lei
stava già investendo il loro incontro di un
mistico significato sia storico che erotico,
mentre lui rifuggiva da queste tendenze
sottintese e manteneva una distanza
intellettuale di sicurezza. Inoltre, lui era
anche consapevole di esigenze più
quotidiane. Si trovava lì già da sei ore e
aveva bisogno di andare al bagno. Ma farlo
avrebbe infranto lo stato d'animo e,
comunque, la toilette comune era lungo lo
scuro corridoio. Dunque rimase e ascoltò,
fumando un altro sigaro svizzero. Mentre
lei snocciolava la storia della sua vita
sentimentale, lui la paragonava a Donna
Anna in Don Giovanni e, facendo
ondeggiare il sigaro - un gesto che lei ha
catturato con un verso - tracciava la
melodia di Mozart nell'aria tra di loro.
Parlavano ininterrottamente da ore,
vagando tra il cabaret Cane randagio e
l'assedio, da Leningrado a Oxford, lungo
tutto il loro secolo, creando una catena di
associazioni e di legami che li avrebbe
legati l'uno all'altra per il resto dei loro
giorni. Avevano parlato delle cose più
intime e ora discorrevano delle più astratte.
Lui le chiese se il Rinascimento fosse per
lei un mondo reale o immaginario, e lei
rispose immaginario. Tutta la poesia e
l'arte, disse, erano per lei "una forma di
nostalgia, un anelito a una cultura
universale, come Goethe e Schlegel
l'avevano concepita, che abbracciasse tutto
ciò che era stato tramutato in arte e
pensiero - natura, amore, morte,
disperazione e martirio - una realtà che
non aveva storia, nulla al di fuori di se
stessa". Quella notte a Fontanij Dom, nella
stanza spoglia, con le patate nel piatto, il
disegno di Modigliani, il fumo del sigaro
che pian piano svaniva, la vita di Isaiah
sfiorò la tranquilla perfezione dell'arte.
Ormai c'era la luce fuori e si sentiva il
rumore della pioggia gelida che cadeva
nella Fontanka. Lui si alzò, le baciò la
mano e andò a piedi fino all'Astoria,
annebbiato, "sconvolto", esaltato. Guardò
l'ora e scoprì che erano le undici del
mattino. Brenda Tripp ricorda chiaramente
di averlo sentito dire, mentre si gettava sul
letto della stanza: "Sono innamorato, sono
innamorato". |