RASSEGNA STAMPA

19 OTTOBRE 2000
MICHAEL IGNATIEFF
Un protagonista del Novecento
Una notte magica con la dea Achmatova
Dalla biografia che Michael Ignatieff dedica a Isaiah Berlin, sottotitolo "Ironia e libertà", che esce in Italia in questi giorni (Carocci, pagg. 373, lire 39.000), anticipiamo il capitolo sull'incontro nel 1945 con la Achmatova.
Lei aveva venti anni più di lui, un tempo era stata una celebre bellezza, ora era appesantita, i suo abiti erano sciatti, gli occhi scuri cerchiati, ma conservava un portamento orgoglioso e una espressione di fredda dignità. Mentre sedevano su sedie di vimini l'una di fronte all'altro e iniziavano a parlare (ndr, nel 1945), Isaiah la conosceva soltanto come la stella più luminosa dell'avanguardia nella San Pietroburgo prebellica. Ma di quanto le era accaduto dopo la rivoluzione Isaiah non sapeva nulla.
Non c'era niente di falsamente melodrammatico nella sua aria tragica. Il suo primo marito, Nikolai Gumilev, era stato giustiziato nel 1921 sulla base della falsa accusa di aver congiurato contro Lenin. Gli anni del terrore per lei erano iniziati allora, non nel 1937. Sebbene avesse continuato a scrivere ininterrottamente, tra il 1925 e il 1940 non le era stato permesso di pubblicare nemmeno un verso. Durante quel periodo era riuscita a sopravvivere lavorando nella biblioteca di un istituto di agraria, traducendo e scrivendo studi critici su Puskin e su scrittori occidentali come Benjamin Constant.
Ai suoi occhi, Isaiah era il messaggero tra due culture russe - una in esilio esterno, l'altra in esilio interiore - che erano state divise dalla rivoluzione. Nelle poesie composte dopo la partenza di lui, la Achmatova scrisse che l'Europa stava mettendo le foglie, che un virgulto verde della cultura che un tempo era stata la sua era finalmente riuscito a farsi strada fino a Fontannij Dom. Ma fu categorica riguardo alla questione dell'emigrazione. Il suo posto era con il suo popolo e con la sua lingua madre. La notte acquistò dunque per lei un altro significato: fu l'occasione di riaffermare il suo destino di musa coraggiosa della sua lingua madre. Isaiah era certo di non aver mai incontrato nessuno altrettanto capace di offrire di sé un'immagine drammatica ma, allo stesso tempo, riconosceva che la pretesa che lei avanzava di fronte al suo tragico destino era assolutamente sincera.
Isaiah aveva sempre cercato una conferma di sé attraverso il genio: era fondamentale per lui che Virginia Woolf, Freud, Wittgenstein e Keynes avessero tutti compreso il talento che era in lui. Ma questo incontro fu più importante di qualunque altro. Qui si trattava della più grande poetessa nella sua lingua madre che gli parlava come se lui avesse sempre fatto parte del suo circolo, come se lui conoscesse tutte le persone che lei conosceva, avesse letto tutto ciò che lei aveva letto, capito ciò che lei diceva e ciò che intendeva dire. In realtà, naturalmente, si trattava di un'illusione: Isaiah sapeva della Achmatova molto meno di ciò che lei immaginava. E tuttavia, si stava verificando un momento purissimo di comunicazione, come avviene soltanto una o due volte in tutta una vita.
In una ondata di entusiasmo e nostalgia, lei gli raccontò dell'infanzia trascorsa sulla costa del Mar Nero - "una terra pagana, non battezzata" - e della sua affinità con "una cultura antica, mezza greca, mezza barbara, profondamente non russa", sulla costa meridionale della Russia. Ricordò la Odessa che aveva conosciuto da giovane, il porto rumoroso dei racconti di Isaac Babel', luogo di incontro di ebrei e bessarabi, turchi e ucraini. Lui le raccontò episodi della sua infanzia a Riga, dei primi anni a Pietrogrado, e di come - quando lei era già una poetessa talmente famosa che i suoi ammiratori sapevano recitare a memoria per intero le raccolte delle sue poesie - lui era ancora un bambino, che da solo, nello studio del padre, leggeva le storie di cowboy di Mayne Reid.
Lei gli raccontò del suo matrimonio con Gumilev e di come, malgrado la separazione e il divorzio, lei avesse sempre ricordato il modo laconico e fiducioso con cui lui aveva accettato il suo talento.
Descrivendo la sua esecuzione, avvenuta nel 1921, le vennero le lacrime agli occhi.
Poi iniziò a recitare dal Don Giovanni di Byron. La sua pronuncia era inintellegibile, ma declamava i versi con una emozione così intensa che Isaiah dovette alzarsi e guardare fuori dalla finestra per nascondere i propri sentimenti.
Quindi prese a recitare le sue poesie, da Anno domini, Lo stormo bianco, Da sei libri, e da Cleopatra, scritta nel 1940, in uno dei periodi più disperati, quando si era chiesta se l'unica cosa da fare non fosse darsi la morte come la regina egizia. Disse che poesie come questa avevano causato la morte di un poeta migliore di lei - ma Berlin non riuscì a capire se intendesse Mandel'stam o Gumilev, perché di nuovo le lacrime la interruppero. Ripresasi, iniziò a recitare l'ancora incompiuto Poema senza eroe, iniziato a Leningrado nel 1940.
Era, come scrisse in seguito Isaiah, "una sorta di ultimo monumento alla propria vita di poeta, al passato della città", "sotto forma di una processione carnevalesca di personaggi mascherati, una Dodicesima notte en travesti". Mentre ascoltava, non poteva sapere che in questa opera - che lei avrebbe continuato a limare fino al 1962 - lui avrebbe figurato come il misterioso "Ospite dal Futuro", "l'ospite d'Oltrespecchio".
Isaiah fu contento di scoprire il lato sarcastico e lievemente maligno di lei; i modi regali furono sostituiti da qualcosa di più umoristico e umano. Cominciò a capire che era un'attrice consumata che sapeva interpretare perfettamente un ruolo da regina, ma era abbastanza astuta e consapevole per staccarsene di tanto in tanto e vedere se stessa e gli altri con un tocco di ironia. Parlò divertita delle cotte ricorrenti di Pasternak per lei; raccontò di come, negli anni Venti, lui fosse solito arrivare e affermare tra i singhiozzi di non poter vivere senza di lei, soltanto per poi supplicare la moglie di andare a prenderlo e riportarlo a casa.
Lei confessò di essere molto sola, nella desolazione di Leningrado. Parlò dei suoi passati amori, Gumilev, Shileiko e Punin, e Isaiah, commosso dal suo tono confessionale - ma forse anche per prevenire l'interesse erotico dell'Achmatova per lui - confessò di essere innamorato di una persona. Fu vago, ma era chiaro che si riferiva a Patricia Douglas. L'Achmatova sembra aver passato una versione assolutamente distorta di queste parole di Isaiah sulla propria vita sentimentale a Korney Cukovskij, le cui memorie, pubblicate anni più tardi, fanno riferimento a Berlin come a un dongiovanni sbarcato a Leningrado per aggiungere la Achmatova all'elenco delle sue conquiste. La stessa Achmatova sembra responsabile del malinteso, che da allora aleggiò sempre sul loro incontro.
Nessun russo che legga Cinque, le poesie che lei dedicò alla loro notte insieme, può credere che non siano stati amanti.
In realtà, non si toccarono nemmeno. Lui rimase in un angolo della stanza, lei nell'altro. Lungi dall'essere un dongiovanni, Isaiah era un neofita del sesso nell'appartamento di una leggendaria seduttrice, che aveva vissuto profondi legami sentimentali con una mezza dozzina di uomini dotati di enorme talento. Lei stava già investendo il loro incontro di un mistico significato sia storico che erotico, mentre lui rifuggiva da queste tendenze sottintese e manteneva una distanza intellettuale di sicurezza. Inoltre, lui era anche consapevole di esigenze più quotidiane. Si trovava lì già da sei ore e aveva bisogno di andare al bagno. Ma farlo avrebbe infranto lo stato d'animo e, comunque, la toilette comune era lungo lo scuro corridoio. Dunque rimase e ascoltò, fumando un altro sigaro svizzero. Mentre lei snocciolava la storia della sua vita sentimentale, lui la paragonava a Donna Anna in Don Giovanni e, facendo ondeggiare il sigaro - un gesto che lei ha catturato con un verso - tracciava la melodia di Mozart nell'aria tra di loro.
Parlavano ininterrottamente da ore, vagando tra il cabaret Cane randagio e l'assedio, da Leningrado a Oxford, lungo tutto il loro secolo, creando una catena di associazioni e di legami che li avrebbe legati l'uno all'altra per il resto dei loro giorni. Avevano parlato delle cose più intime e ora discorrevano delle più astratte.
Lui le chiese se il Rinascimento fosse per lei un mondo reale o immaginario, e lei rispose immaginario. Tutta la poesia e l'arte, disse, erano per lei "una forma di nostalgia, un anelito a una cultura universale, come Goethe e Schlegel l'avevano concepita, che abbracciasse tutto ciò che era stato tramutato in arte e pensiero - natura, amore, morte, disperazione e martirio - una realtà che non aveva storia, nulla al di fuori di se stessa". Quella notte a Fontanij Dom, nella stanza spoglia, con le patate nel piatto, il disegno di Modigliani, il fumo del sigaro che pian piano svaniva, la vita di Isaiah sfiorò la tranquilla perfezione dell'arte.
Ormai c'era la luce fuori e si sentiva il rumore della pioggia gelida che cadeva nella Fontanka. Lui si alzò, le baciò la mano e andò a piedi fino all'Astoria, annebbiato, "sconvolto", esaltato. Guardò l'ora e scoprì che erano le undici del mattino. Brenda Tripp ricorda chiaramente di averlo sentito dire, mentre si gettava sul letto della stanza: "Sono innamorato, sono innamorato".
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