Riabilitazione di un filosofo antitotalitarioBestia nera della sinistra francese ed europea, anche in Italia ha avuto pochi estimatori: ma ora s'inizia a parlare del suo pensiero ... Definito "il Tucidide del XX
secolo", fu attento osservatore
della storia in corso. Sottolineò
le incongruenze del marxismo
e della mentalità rivoluzionaria |
| Raymond Aron? Un punto interrogativo ambulante. Con quest'immagine, sgraziata ma aderente alla sua personalità intellettuale, un articolista del New York Times descriveva nel 1983, pochi mesi prima della morte, il grande studioso francese: il dubbio fatto persona, la negazione vivente di ogni sistema, l'avversario implacabile delle ideologie totalizzanti e chiuse. In effetti, per circa sessant'anni Aron ha calcato la scena culturale seminando interrogativi, sollevando problemi, proponendo analisi e chiavi di letture in forma sempre dubitativa; cercando, insomma, di spiegare a se stesso e agli altri, "senza illusioni, senza pessimismo" e attraverso l'uso critico della ragione, le complesse vicende politiche di cui è stato spettatore partecipe e studioso attento.
Giovane borsista in Germania, ebbe modo di assistere in diretta al montare della dittatura hitleriana. Negli anni del secondo conflitto mondiale, fu resistente accanto a De Gaulle, dall'esilio londinese. Nel dopoguerra, tornato a Parigi, si trovò coinvolto nel clima della guerra fredda e nel contrasto, ideologico e politico-militare, tra Occidente e Oriente. Verso la fine degli anni Cinquanta, prese parte alle dispute sull'Algeria francese e sulla decolonizzazione. Nel decennio successivo affrontò, da studioso delle relazioni internazionali e da cultore degli studi strategici, il dibattito sul nucleare e sul bipolarismo, Si trovò poi coinvolto nelle convulsioni del Sessantotto francese. Mancò, per sua sfortuna, l'appuntamento del secolo: la caduta del Muro di Berlino e la fine delle ideocrazie dell'est.
Vista la sua passione per l'attualità storica viene da chiedersi: che cosa avrebbe pensato della globalizzazione, dell'attuale disordine geopolitico, della diffusione planetaria del "pensiero unico" liberale, dell'economicismo trionfante, dell'immigrazione, dei nuovi orizzonti aperti alla politica dalla rivoluzione digitale?
Con immagine iperbolica, si è parlato di lui come di una sorta di Tucidide del XX secolo: uno storico del presente, osservatore della storia-in-corso, letta attraverso il filtro dei grandi classici del pensiero politico e con gli strumenti delle moderne scienze sociali. Per tutta la vita Aron ha avuto una sola passione: la politica. E un'unica ambizione intellettuale: comprenderne la natura e l'essenza, spiegarne le contraddizioni, descriverne la dinamica. Non c'è evento o fenomeno politico contemporaneo con il quale non si sia misurato con disincanto e rigore: dal totalitarismo (nero e rosso), che per primo egli ha descritto alla stregua di una "religione secolare", all'evoluzione dei regimi rappresentativi, dalla natura delle guerre al declino politico dell'Europa. Appassionato di filosofia della storia, si è guardato bene dal proporne una sua propria: la libertà, a suo giudizio sale della storia e della politica, è ciò che nega qualunque determinismo.
Dotato di una cultura enciclopedica, Aron è stato molte cose insieme: politologo, giornalista, sociologo, internazionalista, polemista, economista: un intellettuale poliedrico poco incline al rispetto dei confini disciplinari. Come analista politico si è mosso nella tradizione del realismo politico europeo, del quale ha tuttavia criticato l'esaltazione della forza e della volontà di potenza, alle quali ha opposto, soprattutto nel campo della politica internazionale, la virtù della prudenza e la morale della saggezza. Tutte le volte che si è trovato a discutere la decisione di un politico si è posto preventivamente la domanda: "Che cosa farei se fossi al suo posto?". L'analisi che non tiene conto dei numerosi vincoli che gravano sulle scelte politiche è vana o iniqua, mai efficace.
Commentatore apprezzato per la sua prosa lucida e per il suo rigore analitico, per decenni colonna del Figaro, poi dell'Express, ha lasciato una lezione insuperata di giornalismo, praticato all'insegna del motto: "La previsione attraverso il ragionamento". Uomo di grandi passioni, nei suoi commenti sull'attualità ha sempre privilegiato l'uso critico della ragione, disprezzando il partito preso ideologico.
Nel solco della sociologia di Montesquieu, Tocqueville e Max Weber ha sviluppato una penetrante analisi della società industriale moderna, della stratificazione del potere, dei meccanismi di selezione delle classi politiche e della conflittualità sociale.
E stato un grande universitario, un docente scrupoloso, in grado di suscitare l'interesse degli studenti (molti dei quali a lui politicamente avversi) sui grandi problemi della società contemporanea, sempre guidato da una grande passione per la conoscenza e per il confronto. Non a caso tutti i suoi libri più importanti sono scaturiti dai corsi universitari tenuti alla Sorbona o al Collège de France dinanzi a un pubblico di allievi sempre numeroso.
Politicamente, non è mai venuto meno al suo credo antitotalitario. Bestia nera della sinistra francese ed europea, ha mostrato tutte le incongruenze del marxismo (nelle sue molte varietà) e della mentalità rivoluzionaria. E' stato un liberale mai dogmatico e assertivo, sempre problematico e pronto a mettersi in discussione. Ha difeso il mercato, senza mai farne un feticcio o un dogma. Ha difeso la libertà, accettando tuttavia l'idea che il potere sia il fondamento necessario dell'ordine politico. Vicino alle leve del comando politico, non è mai stato un consigliere del Principe. Dall'esercizio diretto del potere si è anzi sempre tenuto lontano. La libertà di giudizio prima di tutto.
Ebreo di nascita, si è sempre dichiarato un patriota e un buon francese, animato da un forte spirito nazionale. In questa chiave si è battuto, volta a volta, contro le divisioni della Francia determinate dalla catastrofe del 1940, contro gli anacronistici difensori dell'impero coloniale, contro le velleità autoritarie di De Gaulle, contro i rivoluzionari parigini da salotto.
E stato insomma un vero intellettuale, sempre pronto a impegnarsi in prima persona, geloso della propria autonomia di pensiero, mai prono al potere. Provato duramente dalla vita, oltre l'apparenza di freddezza fu anche un uomo generoso e leale: morì di un attacco dì cuore dopo essere stato in tribunale a difendere il suo vecchio amico Bertrand De Jouvenel dall'accusa di avere civettato in gioventù con l'hitlerismo, dimostrando di non amare coloro che fanno i processi postumi alla storia.
In Italia Aron ha sempre avuto pochi estimatori. Forse perché troppo libero e spregiudicato per il gusto intellettuale prevalente nel nostro Paese. E' forse giunta l'ora di rivalutarne lo stile e di riprenderne gli insegnamenti. |