RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 2000
MAASSIMO L.SALVADORI
La via che conduce dritti al Vaticano
Da molto tempo ho denunciato un'ingerenza intollerabile
Caro Direttore, Sandro Viola nel suo articolo di ieri su "Gli allegri cantori di papa Wojtyla" ha usato la mano pesante contro gli intellettuali che "dopo anni di torpore battono finalmente un colpo" in tema di denuncia dell'"invadenza della Chiesa cattolica nella vita dello Stato". Gli intellettuali fortemente bacchettati da Viola, i quali si sarebbero mossi solo al carro dei pochi giornalisti "già insorti nelle settimane scorse", sono, egli lo dice ben chiaro, in primo luogo "gli storici e gli altri uomini di cultura scesi in campo" pochi giorni or sono (il riferimento a Galasso, Tranfaglia, Viroli, al sottoscritto e ad altri non è nominativo ma del tutto trasparente). "Nessuna meraviglia", continua il giornalista, poiché un simile comportamento è consono alla "tradizione della nostra intellighenzia": "stare nel gruppo grosso" e cercare consensi "quando è diventato certo che il ballo suscita applausi".
Toccava agli intellettuali levare la voce.
"Invece niente. Silenzio".
Dare lezioni di etica, come fa Viola, è una dura responsabilità.
Talvolta è giusto darle. Alla condizione però che si abbia ragione.
Le proteste generiche di fronte alle accuse di Viola non possono certo convincere.
Perciò farò riferimento solo ad alcune cose scritte da me, lasciando al lettore il giudizio. Cose scritte non alcune settimane fa ma nel corso di anni. E non dubito che gli altri firmatari potrebbero fare altrettanto. Personalmente è da tempo che sento il peso dell'invadenza non tollerabile della Chiesa nel nostro paese, sicché la firma al documento collettivo e la mia lettera a Repubblica costituiscono l'ultima delle mie prese di posizione, modeste per significato, ma sempre ferme. Ne ho scritto in libri, in interviste e articoli. Viola non ha avuto occasione di leggerle? E' scusato, ma non è scusabile quando accusa senza conoscere. Nelle pagine finali della seconda edizione del mio saggio Storia d'Italia e crisi di regime del 1996 dicevo: "Nella nostra via pubblica resta aperta una questione importante e grave. Tanto nello schieramento di Centro-destra quanto in quello di Centro-sinistra manca una coscienza politica e civile che si ispiri ai valori dello Stato laico moderno (.) il rapporto tra il cattolicesimo e la vita dello Stato e dei partiti rimane improntato ad una pervasiva e continua ingerenza del primo, costantemente orientato non soltanto a far valere legittimamente i propri valori, ma a farli prevalere in quanto "spirito della nazione". E non vi è partito che senta come un dovere la salvaguardia dei principi dello Stato laico". Sull'Unità dell'8 agosto 1997 scrivevo che dal 1922 era diventata pratica costante di tutti coloro che esercitano il potere di "prendere la via che conduce al Vaticano per ottenerne consenso, legittimazione ed appoggio". Sulla Stampa dell'8 giugno 2000 insistevo sul fatto che "l'idea secondo cui Roma, la nostra Parigi, val bene una messa continua a fare gran presa su governanti e amministratori", che troppo "debole è, al di là dell'ufficialità, lo spirito dello Stato laicamente chiamato a tutelare i diritti dei singoli nell'ambito della legge eguale per tutti". Potrei continuare con altre citazioni. Ma bastino queste.
Viola protesta contro il tacere della categoria degli intellettuali in generale. Ma anche in questo caso ha torto nel parlare genericamente. Prima che i giornalisti benemeriti da lui nominati prendessero posizione, numerosi intellettuali aderirono ad un Manifesto laico, che ebbe larga eco.
Dunque, tirare fendenti all'impazzata induce a processi sommari. Viola nel suo articolo sottolinea con forza accusatoria: "Toccava per primi a loro, agli intellettuali" di denunciare il deterioramento dello Stato laico.
Come ho già detto, alcuni lo hanno fatto, come hanno potuto. Detto questo, mi pare di dover notare che Viola attribuisce un potere e una funzione agli intellettuali oggi che essi non posseggono affatto in quanto categoria. Un tempo gli intellettuali erano i detentori quasi esclusivi della penna e del discorso pubblico, ora non lo sono più.
Professionisti nelle loro specifiche discipline, nel discorso pubblico sono cittadini tra cittadini, distribuendosi in diverse correnti ideali, culturali e politiche.
Il loro potere di intervento è relativo e condizionato. Possono esercitarlo molto meno dei politici e dei giornalisti, che occupano la scena pubblica in una misura e con un'influenza molto maggiori. Possono far sentire la loro opinione sui mass media solo e quanto chi li controlla lo ritenga opportuno.
Finisco qui. Ma una cosa intendo resti chiara: compito e dovere istituzionale e costituzionale primario di difendere la laicità dello Stato è delle forze politiche.
Noi cittadini, a qualunque categoria apparteniamo, dobbiamo cercare di svegliarle dal loro sonno profondo. E merito ai più attivi e vigili.
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