RASSEGNA STAMPA

25 SETTEMBRE 2000
PIETRO CITATI
E la Bibbia creò l'uomo superbo
Con quale inesausto ardore, con quale giovanile freschezza, nei primi capitoli della Genesi e nei Salmi, Dio crea le cose, organizzando sovranamente le distese deserte e vuote che esistevano sotto di lui.
Ci sembra di assistere a un teatro primigenio, brulicante di vita, di movimento di germi, grondante di acque, di luci e di colori, come nei testi dei Padri e nei quadri del Rinascimento che si ispirarono a queste righe. Senza posa, come un giovane, fantastico e prodigo Signore della metamorfosi, Dio crea la luce e se ne avvolge come un manto: separa le acque superiori e quelle inferiori, la terra e il mare: distende i cieli come un drappo, avanza rapido sulle ali del vento; fa salire i monti e discendere le valli, suscita le sorgenti dei ruscelli, irrora di pioggia le montagne. Produce i germogli, le erbe verdi che fanno seme, gli alberi da frutto, la vita che rallegra il cuore dell'uomo, il sole, la luna, gli astri del mattino, gli esseri viventi che brulicano nelle acque, le bestie selvatiche, i serpenti acquatici, i passeri e le cicogne sopra i cedri del Libano, le lepri nelle loro tane... Poi crea l'uomo due volte nelle due diverse storie della creazione che ci racconta la Genesi. Sono creazioni opposte (e complementari), perché la prima volta Dio fa l'uomo a sua "immagine e somiglianza"; la seconda lo plasma con la polvere del suolo, come dal suolo fa germogliare gli alberi e gli uccelli. Una sola cosa mi inquieta in questo glorioso prologo alla civiltà occidentale.
L'uomo, che Dio ha appena creato, deve "dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". "Siate fecondi e moltiplicatevi -dice Dio all' uomo -. Riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra". Nel secondo racconto della creazione, l'uomo riceve il compito di nominare: lui, lui solo, non Dio, deve dare il nome a ciascuna delle creature. L'uomo obbedisce, e impone i nomi a tutto ciò che esiste nel mondo. Perché questo passo? Perché l' uomo - che è soltanto una creatura, fatta colla polvere del suolo - diventa il culmine della creazione, e domina la natura? Non esiste culmine della creazione: perché essa è una infinita rete di rapporti tra tutte le sue parti.
E perché Dio rinuncia al sovrano privilegio di dare i nomi, per attribuirlo all'uomo, che possiede una lingua così incerta e confusa? Credo che da questi versetti siano nati molti mali della civiltà ebraico-cristiana: la persuasione che la terra sia nostra, che noi dobbiamo soggiogarla e soggiogare gli alberi e gli uccelli. Avremmo potuto vedere in loro delle creature affini, dei fratelli minori, che spesso posseggono una intuizione molto superiore alla nostra.
Nessuno può escludere che anche gli alberi, gli animali e i cespugli ricevano una qualche immagine di Dio. Come dice Rumi, tutto ciò che i nostri sguardi contemplano nello "specchio colorato e profumato" dell'universo è un riflesso di Dio: i cieli, la terra, il sole e gli astri sono segni che l'Amato ci getta perché noi lo vediamo. Questo passo della Genesi ha interrotto la mobile, ininterrotta catena di rapporti che da Dio scende a tutte le creature, e fa sì che l'erba e i rami degli alberi siano prossimi al sangue degli uomini. Si è prodotta una lacerazione, che col passare dei secoli si è allargata e approfondita. Ne è discesa una totale desacralizzazione dell'universo: una condanna nascosta della natura; e tutti i delitti contro la natura che l'uomo - colui che ha il privilegio di dare i nomi - ha compiuto e continua a compiere. Ricordo una frase che un dotto cinese rispose, nel XVII secolo, a un missionario gesuita che lo accusava di materialismo. "È ragionevole, disse, sotto il pretesto di venerare il Signore del Cielo, dichiarare che il Cielo e la Terra sono privi di intelligenza, che il sole, la luna e i pianeti sono cose brute, che gli dei delle montagne dei fiumi, gli dei del suolo e della mietitura sono diavoli?".

L'incarnazione di Cristo è il paradosso più sublime della teologia cristiana. Il Dio che diventa uomo: un Dio innominabile, impronunciabile e indefinibile che assume un nome: l'infinito che accetta il finito, l'illimitato che assume il limite, ciò che è spirito o al di sopra dello spirito che si trasforma in carne: qualcosa di eterno e immortale che cerca la morte: l'Essere che vuole il niente; la suprema Saggezza che desidera la follia: - mai, credo, l'immaginazione intellettuale dell'uomo aveva concepito qualcosa di così meravigliosamente assurdo. Nessuna idea sconvolse mai tanto il mondo; e dovrebbe continuare a sconvolgere, se la sentissimo sino in fondo, ognuno di noi. I Greci e i Cinesi non potevano accettare che Dio si modificasse e si trasformasse, perché egli ignora qualsiasi mutamento; né che assumesse una carne umana. Secondo loro, un dio non doveva morire di una morte violenta e ignominiosa: né scendere sulla terra, e sacrificarsi per noi. Tutto il dolore, l'impotenza, la fragilità, la debolezza di Dio - ciò che esalta ogni cuore cristiano, perché ci pare l'ultimo segno della sua forza - sembrava loro completamente incomprensibile.
Da questo paradosso nasce tutta la civiltà dell'Occidente. Senza l'incarnazione di Cristo, la nostra religione non avrebbe senso. Per secoli, nessuna mano avrebbe dipinto un quadro o scritto un libro. Non sarebbe esistita quella grandiosa invenzione che è il romanzo europeo. I filosofi non avrebbero posseduto i quadri mentali entro cui pensare. Tutte le più grandi e umili espressioni della vita quotidiana avrebbero perso ogni valore e ogni alone.
Oso dire che il dominio dell'idea dell'incarnazione spiega anche i vizi dell'Occidente. La superbia dell' uomo, che si crede superiore a tutte le creature perché Dio si è incarnato in lui: l'incapacità di comprendere le cose spirituali se non assumono un aspetto fisico: il disprezzo della natura perché non è stata redenta: degli alberi perché Dio non è diventato un albero: la pretesa (più bizantina che occidentale) che, a causa dell'incarnazione, la stessa sostanza dell'uomo è stata divinizzata ed è superiore a quella degli angeli... Così gli uomini hanno dimenticato uno dei due racconti della Genesi. Non siamo stati creati soltanto a "immagine e somiglianza di Dio"; ma con la polvere del suolo: siamo fatti di terra e siamo legati al destino della terra e diventeremo polvere.
Abbiamo perduto o rischiamo di perdere quella discrezione, quel senso del limite, quel rifiuto della dismisura, senza i quali l'uomo si perde.
Qualsiasi teologia fondata soltanto sull'incarnazione di Cristo nel corpo umano, come si è diffusa in parte del pensiero religioso moderno, è povera e limitata. Non è possibile credere che l'uomo sia l'unica meta della creazione, e che tutto sia stato fatto per noi. Così il cristianesimo ha dimenticato spesso la natura. Molti santi hanno dedicato la loro esistenza al soccorso dei poveri e degli ammalati: compito degnissimo. Soltanto qualche eremita, che abitava molti secoli fa in una piccola isola del Mediterraneo, ha dedicato la propria vita a salvare un albero, una fonte, o a proteggere un animale: compito non meno degno.

Nella Lettera ai Romani di san Paolo, c'è un passo mirabile, che affascinò Origene e Massimo il Confessore. "La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio: essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi insieme a noi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo".
Secondo Paolo, anche la creazione ha peccato: non per sua colpa, ma per colpa di Adamo; ed è stata sottoposta come l'uomo alla corruzione e alla degradazione.
Salendo sulla croce, Cristo l'ha salvata dal peccato, come ha redento l'uomo. E, in questo tempo intermediario in cui viviamo attendendo la apparizione definitiva di Cristo, essa "geme e soffre" e spera come noi di essere redenta e adottata come figlia di Dio. Dunque, il piano della redenzione è unico. Non c'è differenza tra noi e gli alberi e gli animali della terra e del cielo. Cristo si è immolato per tutti: forse, come pensava Campanella, anche per gli abitanti sconosciuti di altri pianeti, creature completamente dissimili da noi. Se la creazione "geme e soffre", anch'essa ha una voce, una voce che si ode dovunque, lungo i fiumi e le montagne, e che soltanto noi non udiamo.
Non dobbiamo dimenticare le parole di Paolo. Cristo non è il sovrano di un mondo esclusivamente umano, dove noi, a nostra volta, siamo i dominatori della creazione.
Cristo regna sugli alberi, gli animali, i fiori, i mari, i pesci, gli uccelli; e non ha bisogno di mediazioni umane. Nei grandi periodi del pensiero e dell'arte cristiani, lo si vedeva riflesso non soltanto nel nostro corpo, ma nel sole e nella luna. Quasi tutte le apparizioni dell'universo erano un suo simbolo: un suo riflesso: una sua eco; un suo alone. Leggiamo i Padri, i testi del dodicesimo e del tredicesimo secolo, del Rinascimento e della Controriforma cattolica. Allora l'incarnazione e la resurrezione di Cristo, senza le quali il Cristianesimo non potrebbe esistere, erano la chiave di un immenso edificio cosmico.
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