![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 SETTEMBRE 2000 |
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L'incarnazione di Cristo è il paradosso più
sublime della teologia cristiana. Il Dio che
diventa uomo: un Dio innominabile,
impronunciabile e indefinibile che assume
un nome: l'infinito che accetta il finito,
l'illimitato che assume il limite, ciò che è
spirito o al di sopra dello spirito che si
trasforma in carne: qualcosa di eterno e
immortale che cerca la morte: l'Essere che
vuole il niente; la suprema Saggezza che
desidera la follia: - mai, credo,
l'immaginazione intellettuale dell'uomo
aveva concepito qualcosa di così
meravigliosamente assurdo. Nessuna idea
sconvolse mai tanto il mondo; e dovrebbe
continuare a sconvolgere, se la sentissimo
sino in fondo, ognuno di noi. I Greci e i
Cinesi non potevano accettare che Dio si
modificasse e si trasformasse, perché egli
ignora qualsiasi mutamento; né che
assumesse una carne umana. Secondo loro,
un dio non doveva morire di una morte
violenta e ignominiosa: né scendere sulla
terra, e sacrificarsi per noi. Tutto il dolore,
l'impotenza, la fragilità, la debolezza di
Dio - ciò che esalta ogni cuore cristiano,
perché ci pare l'ultimo segno della sua
forza - sembrava loro completamente
incomprensibile.
Da questo paradosso nasce tutta la civiltà
dell'Occidente. Senza l'incarnazione di
Cristo, la nostra religione non avrebbe
senso. Per secoli, nessuna mano avrebbe
dipinto un quadro o scritto un libro. Non
sarebbe esistita quella grandiosa
invenzione che è il romanzo europeo. I
filosofi non avrebbero posseduto i quadri
mentali entro cui pensare. Tutte le più
grandi e umili espressioni della vita
quotidiana avrebbero perso ogni valore e
ogni alone.
Oso dire che il dominio dell'idea
dell'incarnazione spiega anche i vizi
dell'Occidente. La superbia dell' uomo, che
si crede superiore a tutte le creature perché
Dio si è incarnato in lui: l'incapacità di
comprendere le cose spirituali se non
assumono un aspetto fisico: il disprezzo
della natura perché non è stata redenta:
degli alberi perché Dio non è diventato un
albero: la pretesa (più bizantina che
occidentale) che, a causa dell'incarnazione,
la stessa sostanza dell'uomo è stata
divinizzata ed è superiore a quella degli
angeli... Così gli uomini hanno dimenticato
uno dei due racconti della Genesi. Non
siamo stati creati soltanto a "immagine e
somiglianza di Dio"; ma con la polvere del
suolo: siamo fatti di terra e siamo legati al
destino della terra e diventeremo polvere.
Abbiamo perduto o rischiamo di perdere
quella discrezione, quel senso del limite,
quel rifiuto della dismisura, senza i quali
l'uomo si perde.
Qualsiasi teologia fondata soltanto
sull'incarnazione di Cristo nel corpo
umano, come si è diffusa in parte del
pensiero religioso moderno, è povera e
limitata. Non è possibile credere che
l'uomo sia l'unica meta della creazione, e
che tutto sia stato fatto per noi. Così il
cristianesimo ha dimenticato spesso la
natura. Molti santi hanno dedicato la loro
esistenza al soccorso dei poveri e degli
ammalati: compito degnissimo. Soltanto
qualche eremita, che abitava molti secoli fa
in una piccola isola del Mediterraneo, ha
dedicato la propria vita a salvare un albero,
una fonte, o a proteggere un animale:
compito non meno degno.
Nella Lettera ai Romani di san Paolo, c'è
un passo mirabile, che affascinò Origene e
Massimo il Confessore. "La creazione
attende con impazienza la rivelazione dei
figli di Dio: essa infatti è stata sottomessa
alla caducità - non per suo volere, ma per
volere di colui che l'ha
sottomessa - e nutre la speranza di essere
lei pure liberata dalla schiavitù della
corruzione per entrare nella libertà della
gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che
tutta la creazione geme e soffre fino ad
oggi insieme a noi nelle doglie del parto;
essa non è la sola, ma anche noi che
possediamo le primizie dello Spirito,
gemiamo in noi stessi aspettando
l'adozione a figli, la redenzione del nostro
corpo".
Secondo Paolo, anche la creazione ha
peccato: non per sua colpa, ma per colpa di
Adamo; ed è stata sottoposta come l'uomo
alla corruzione e alla degradazione.
Salendo sulla croce, Cristo l'ha salvata dal
peccato, come ha redento l'uomo. E, in
questo tempo intermediario in cui viviamo
attendendo la apparizione definitiva di
Cristo, essa "geme e soffre" e spera come
noi di essere redenta e adottata come figlia
di Dio. Dunque, il piano della redenzione è
unico. Non c'è differenza tra noi e gli alberi
e gli animali della terra e del cielo. Cristo
si è immolato per tutti: forse, come
pensava Campanella, anche per gli abitanti
sconosciuti di altri pianeti, creature
completamente dissimili da noi. Se la
creazione "geme e soffre", anch'essa ha una
voce, una voce che si ode dovunque, lungo
i fiumi e le montagne, e che soltanto noi
non udiamo.
Non dobbiamo dimenticare le parole di
Paolo. Cristo non è il sovrano di un mondo
esclusivamente umano, dove noi, a nostra
volta, siamo i dominatori della creazione.
Cristo regna sugli alberi, gli animali, i
fiori, i mari, i pesci, gli uccelli; e non ha
bisogno di mediazioni umane. Nei grandi
periodi del pensiero e dell'arte cristiani, lo
si vedeva riflesso non soltanto nel nostro
corpo, ma nel sole e nella luna. Quasi tutte
le apparizioni dell'universo erano un suo
simbolo: un suo riflesso: una sua eco; un
suo alone. Leggiamo i Padri, i testi del
dodicesimo e del tredicesimo secolo, del
Rinascimento e della Controriforma
cattolica. Allora l'incarnazione e la
resurrezione di Cristo, senza le quali il
Cristianesimo non potrebbe esistere, erano
la chiave di un immenso edificio cosmico.