RASSEGNA STAMPA

17 SETTEMBRE 2000
PAOLO ROSSI
Uomini con la testa come radici
Luciana Repici, «Uomini capovolti. Le piante nel pensiero dei Greci», Laterza, Roma-Bari 2000, pagg. 366, L. 70.000.
A forza di attualizzare il pensiero di Aristotele- sottolineando la vicinanza fra le sue soluzioni e i nostri problemi (come oggi è di moda fare), si rischia di perdere di vista quella diversità che ti fa apparire strani e lontani il suo modo di pensare e la sua visione del mondo. Tra gli animali solo l'uomo ha statura eretta. La grande quantità dì calore posseduta dal corpo tende, per la sua natura leggera, a portarsi verso l'alto e la testa serve come luogo di raffreddamento. Via via che ci si allontana dalla specie umana e dalla statura eretta, il calore e la leggerezza decrescono e i corpi si vanno appiattendo sulla terra. Il "principio psichico" si sposta verso il basso e viene a trovarsi in posizione capovolta rispetto a quella dell'uomo. L'alto e il basso (che per Aristotele non sono relativi, ma assoluti) si invertono e la testa dell'uomo è là ove le piante hanno le radici. Le piante sono erette come gli uomini, ma hanno la testa conficcata nella terra. Con la loro inamovibilità rispecchiano l'immobilità della Terra che è al centro dell'universo.
La metafora degli uomini capovolti dà il titolo al libro che fa di Aristotele il punto locale della ricerca, ma che parla a lungo di Empedocle e di Platone, della medicina ippocratica e, in un ampio capitolo conclusivo, della grande opera botanica di Teofrasto che resta un modello insuperato fino al Rinascimento e che è, nella tradizione, l'atto di fondazione del sapere botanico. Il libro affronta, per la prima volta nel suo insieme, e con grande chiarezza, vivacità e precisione una tematica assai poco familiare agli storici della filosofia e della letteratura. Il libro è importante anche perché serve a mostrare l'insufficienza, la parzialità, l'inutilità di molte tradizionali storie della botanica antica. Gli autori di queste poco storiche storie credono sia lecito occuparsi solo di opere espressamente dedicate alle piante e non sanno che le metafore e le analogie non hanno, nella scienza, solo un valore didattico, ma anche una funzione creativa.
Una sola osservazione- ho l'impressione che l'autrice.(che dedica alcune pagine ai divieti relativi alle fave) non sappia che esiste una grave malattia che è legata all'ingestione di fave o anche al semplice contatto con la pianta (per esempio l'attraversamento a piedi scalzi di un campo di fave). Non si tratta, come fu mostrato negli Stati Uniti durante la guerra di Corea, di un'allergia, ma della carenza di un enzima che da luogo a un'anemia emolitica. Quella carenza, oltre che fra i neri americani, è ancora presente in popolazioni mediterranee fra le quali i greci. Come mostrò Mirko Grmek, in uno splendido saggio, l'interpretazione più attendibile del verso di Empedocle («Miseri, tenete via le mani dalle fave») non è pertanto quella che esprime un divieto sessuale (le fave come metafora del sesso maschile), ma proprio quella letterale. Le fave possono essere davvero pericolose. Questa osservazione non è una critica, è solo la riprova che anche libri belli e importanti come questo sono sempre suscettibili di integrazioni. Un'integrazione all'integrazione: la metafora sessuale è ancora viva a Firenze, dove le fave si chiamano baccelli e fava (con grande stupore dei non fiorentini) è una parola sporca.
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