Si è appena concluso a Salisburgo l'ottavo congresso della Società Europea di Filosofia e Psicologia, fondata all'inizio degli anni '90 per far incontrare filosofi e psicologi su temi di interesse comune. La convergenza tra il lavoro dei membri delle due categorie accademiche è certo segnalata dalla proliferazione delle etichette professionali. Un tempo c'erano gli epistemologi e i logici, peraltro abbastanza scettici nei confronti della psicologia. Gottlob Frege (il padre della logica contemporanea), aveva stroncato nel 1894 la Filosofia dell'Aritmetica di Edmund Husserl (il padre della fenomenologia) che in seguito aveva descritto la propria fase filosofica iniziale come "psicologista", un epiteto che ancora oggi ha delle risonanze avvertite come poco gradevoli. In effetti nella Filosofia dell'aritmetica Husserl ha anticipato in maniera molto interessante alcune delle intuizioni che stanno alla base della psicologia contemporanea della cognizione numerica; per esempio sostiene ci sia una distinzione non accidentale tra piccoli numeri e grandi numeri, dato che la cognizione ha sviluppato strategie di conoscenza robusta solo per i piccoli numeri. Certo, la demarcazione metodologica di Frege ha dato poi impulso alla matematizzazione della logica e ha permesso i grandi risultati metalogici del ventesimo secolo, ma ha anche avuto due effetti collaterali meno proficui. Da un lato ha reso meno interessante per i filosofi l'interazione con la psicologia sperimentale, obbligandoli a fidarsi di certe analisi fenomenologiche che spesso sono semplicemente sbagliate (quando non sono la ripetizione pura e semplice di certi abbagli di Husserl, fenomenologo fine ma sicuramente non infallibile), e d'altro lato li ha spinti a delle curiose depsicologizzazioni forzate della mente e della conoscenza i cui risultati più stravaganti, veri e propri fossili concettuali, sono le costruzioni logiche del neo-positivismo e del verificazionismo.
Più di un secolo è passato e non mi pare vi sia oggi un dipartimento di filosofia dell'aritmetica che suggellerebbe il ricongiungimento delle discipline, ma la specializzazione della professione filosofica nel secondo dopoguerra ha creato campi come la filosofia del linguaggio e la filosofia della mente, vengono pubblicati dei libri sulla filosofia della percezione e addirittura sulla filosofia dell'Intelligenza Artificiale. Per suo conto, l'epistemologia ha affrontato le sfide poste da un ambizioso programma di "naturalizzazione" che cerca di fondare la conoscenza sull'affidabilità dei meccanismi psicologici (e biologici) che premettono a un sistema cognitivo di avere delle credenze, di aggiornarle costantemente e di sottoporle a una revisione.
Questa divisione del lavoro filosofico si armonizza con le suddivisioni settoriali della ricerca in psicologia e in parte ne è il risultato. Tuttavia il problema con le etichettature è che si perdono di vista i problemi comuni a più settori, si rischia di sottovalutare le complessità metodologiche, e si rimpiazza la mancanza di comunicazione tra filosofi e psicologi con un'altrettanto deplorevole mancanza di comunicazione tra diversi settori della filosofia (e della psicologia). Per esempio per decenni i filosofi del linguaggio hanno guardato in tralice quelli della mente.
L'Espp cerca di rendere più permeabili le barriere. Tra le molte relazioni del convegno vorrei segnalare quella di Steven Palmer, psicologo della percezione di Berkeley (http://socrates.berkeley.edu/~plab). Palmer è l'autore di un monumentale trattato, Vision Science, uscito per i tipi di Mit Press nel 1999, la summa del sapere percettivo contemporaneo, paragonabile ai Fondamenti della Teoria della Visione di Hermann von Helmholtz. Nel suo intervento ha finito un'interessante discussione del problema lockeano dell'inversione dello spettro dei colori. In breve, si tratta di sapere se c'è un criterio per poter stabilire se una persona ha uno spettro cromatico soggettivo invertito rispetto al mio, assumendo per ipotesi che abbia imparato i nomi per i colori interagendo con l'ambiente e con altri parlanti dell'italiano nello stesso modo in cui ho interagito io. La semplice possibilità di uno «spettro invertito» ha svariate conseguenze per alcune posizioni' teoriche e metodologiche in psicologia. Se fosse possibile che io abbia un'impressione di rosso quando guardo una cosa che in te produce un'impressione di verde, non potremmo allora analizzare in termini puramente funzionali il contenuto della percezione (dato che per ipotesi io reagisco esattamente come te di fronte alla stessa cosa). E l'analisi funzionale è uno dei pilastri metodologici della psicologia.
Palmer ha indagato un aspetto della questione che di solito non viene trattato nelle discussioni filosofiche: ha studiato le simmetrie possibili dello spettro cromatico, le sole che permettono un'inversione preservando le relazioni tra i colori. Sorprendentemente, la classe di simmetrie che potrebbero essere utili a Locke è piccola ma non inesistente. Tuttavia le inversioni diventano sempre più problematiche quanto più complesso è il sistema dei colori e quanto più lo si considera integrato ad altri spazi di qualità. Per esempio, un'inversione gialloblù potrebbe avere come conseguenza un'inversione chiaro/scuro, più facile da rilevare.
Il lavoro di Palmer esemplifica bene le invasioni di campo reciproche di filosofia e psicologia. I filosofi guardano alla psicologia per una messa a fuoco empirica del problema dello spettro invertito, gli psicologi introducono dei vincoli a priori sulle possibilità dell'inversione. |