Sessant'anni fa, 26 settembre 1940: l'ebreo
tedesco Walter Benjamin - intrappolato
nella Francia di Vichy - ha finalmente
ottenuto a Marsiglia il visto per gli Stati
Uniti. Ma quando il piccolo gruppo di
profughi a cui si è unito giunge a Port
Bou, sul confine spagnolo, si diffonde la
notizia che proprio quel giorno la frontiera
è stata chiusa. Nella notte, dopo aver
scritto una lettera ad Adorno, Benjamin
ingerisce del veleno e si toglie la vita.
Come osserva Hannah Arendt, anche in
quel frangente sembra perseguitarlo una
straordinaria malasorte: "Un giorno prima
sarebbe passato senza difficoltà, un giorno
dopo a Marsiglia si sarebbe saputo che in
quel momento non si poteva passare per la
Spagna. Solo in quel giorno era possibile la
catastrofe".
Sì, è proprio così, la malasorte sembra
inscritta nel quadro astrale di quest'uomo
dagli "occhi azzurro cupo" e dalla "cortesia
cinese": la fama sarà soltanto postuma; e
l'esistenza piuttosto grama. Trovando
ripetutamente sbarrate le porte
dell'accademia, Benjamin si arrabatta come
può - qualche saggio su commissione,
alterne collaborazioni ai giornali,
consulenze di grafologia, commercio di
libri antichi - ma soprattutto colleziona
innumerevoli naufragi: dopo l'acquisto
(per quattordici dollari!) dell'Angelus
Novus di Klee, progetta invano una rivista
che dovrebbe portare il suo nome; molti
editori si mostrano freddini, o peggio,
verso le sue proposte di traduzione; e non
mancano i casi in cui suoi lavori vengono
direttamente cestinati (come per la voce
"Goethe", commissionatagli dalla Grande
Enciclopedia Sovietica).
L'intima irrequietezza, il gusto di viaggiare
e l'insoddisfazione crescente per la sua
condizione di homme des lettres, faranno il
resto. La sua diventa una fuga perenne
attraverso l'Europa: Berlino, Capri, Parigi,
Mosca. Poi ancora Parigi, la preferita, città
ideale per il flâneur; per chi, come lui, non
desidera più far carriera, raggiungere il
successo, arrivare a una meta mondana.
I luoghi si bruciano, e con essi le donne che
li hanno segnati. Finisce la storia con la
moglie Dora ("Walter era, per così dire,
incorporeo"), poi quella con la scultrice
Julia Cohn; ed è la volta di Asja Lacis, la
lettone conosciuta a Capri, che lo
introduce al mondo comunista. Per
Gershom Scholem, lo studioso di cabbala e
amico di gioventù, è una terribile ferita;
anche perché dietro Asja si allunga l'ombra
di Bertolt Brecht, che "tutto risolve nella
manipolazione rivoluzionaria".
Si apre così la lunga stagione del Benjamin
"Giano bifronte", che da un lato conferma
continuamente a Gershom il desiderio di
trasferirsi in Palestina per studiare l'ebraico
e approfondire i suoi interessi teologici,
mentre dall'altro non nasconde la
sconfinata ammirazione per il comunismo
poetico di Brecht.
Non bastasse l'inclassificabilità della sua
opera (chi era? un critico? un filosofo? un
saggista? un ermeneuta?), e l'inafferrabile
vastità dei suoi interessi (letteratura,
fotografia, collezionismo, droghe,
giocattoli, infiorescenze del paesaggio
urbano), ecco il paradossale mix
teologia-marxismo che finisce per
avvolgere definitivamente la sua figura in
un'aura enigmatica; causa nient'affatto
secondaria dell'ubriacatura postuma verso
il Benjamin- pensiero.
Riscoperto negli anni Cinquanta grazie ad
Adorno, la sua fama esplode negli anni
Sessanta e Settanta. Tirandolo a sinistra e a
destra come un elastico, ciascuno trova
nella sua prosa lampeggiante e diseguale
ciò che meglio crede: i cultori del
post-moderno, il gusto per la citazione e il
frammento (poco importa se totalmente
estranei all'eclettismo pacificato di quel
movimento); i nuovi mistici, la passione
per la teologia (tanto sui generis da ritrarsi
proprio di fronte al testo sacro per
eccellenza, la Bibbia); i seguaci dei
"francofortesi", la radicale critica
dell'industria culturale (salvo dimenticarsi
i burrascosi rapporti di Benjamin con
l'Institut für Socialforschung, a cominciare
dal fondatore, Horkheimer). Insomma,
l'opera benjaminiana è un ombrello sotto
cui chiunque può trovare legittimo
ricovero.
Per tutta la stagione della contestazione, e
oltre, così vanno le cose. Poi,
all'improvviso, più nulla. Il flâneur
berlinese dallo sguardo magnetico e
l'andatura caracollante, di fatto scompare
dal nostro paesaggio culturale. Corsi e
ricorsi, ubriacature e rimozioni. Prima,
guai a mettere anche solo lontanamente in
discussione certi farraginosi cripticismi
della sua prosa; poi, una generalizzata
coltre di silenzio su un pensatore che resta
comunque tra i più fecondi e controversi
dell'intero Novecento. Ma ora, a
sessant'anni dalla sua morte, sarà
finalmente giunto il momento per un
giudizio più equilibrato e pacato?
Vediamo. Com'è noto, l'intera opera di
Benjamin procede sotto l'egida del
frammento, del non finito. Emblematici, in
tal senso, sono I passages di Parigi (con i
quali, secondo lo schema tedesco dei
Gesammelte Schriften curati da Rolf
Tiedemann, affiancato da Enrico Ganni, la
casa editrice Einaudi ha ripreso la
pubblicazione delle opere complete); saggi
che lo videro impegnato - tra alterne
vicende - dal 1927 al 1940. Inizialmente
concepiti come una sorta di filosofia
materiale della storia del XIX secolo, in
realtà, come scrive Tiedemann, "i
frammenti del Passagenwerk si possono
paragonare ai materiali da costruzione per
una casa della quale sia stata definita
soltanto la pianta o di cui siano state
appena scavate le fondamenta". E se li
ritroviamo a quello stadio non è soltanto
per via della tragica e prematura morte
dell'autore, ma proprio perché l'approccio
teoretico del Nostro non avrebbe potuto
dare frutti diversi. Benjamin infatti si
autoraffigura come "un naufrago alla
deriva su un relitto che si arrampica sulla
cima dell'albero ormai fradicio. Ma di
lassù egli ha la possibilità di dare un
segnale che può salvare".
In fin dei conti, se per tutta la vita tiene
aperte entrambe le porte di sionismo e
comunismo è perché poco o nulla è
interessato all'aspetto "positivo" di quelle
ideologie. Non crede né alla forza intatta
della tradizione, e all'autorità che ne
discende (sionismo), né alle "magnifiche
sorti e progressive" del proletariato
(comunismo). A lui interessano soltanto
gli aspetti "negativi", di critica
dell'esistente, che quelle due strade gli
offrono. Sia Gerusalemme che Mosca
sarebbero - in sé - mete sbagliate. Soltanto
sulla "cima dell'albero ormai fradicio"
ritiene di poter condurre una vita autentica,
non menzognera. Così come - per tornare
ai Passages - è solo rovistando
disperatamente tra i cocci delle rovine della
storia, che ritiene possibile procedere nella
sua ricerca. Ciò che veramente lo affascina
è la scoperta delle analogie, delle
corrispondenze, tra l'elemento
spirituale-intellettuale e quello materiale:
una scena di strada, una speculazione in
borsa, una poesia, un oscuro dramma
barocco.
Riconosciuto con grande anticipo il fallace
disegno di qualunque filosofia della storia,
di qualunque continuum storicistico,
Benjamin si accosta al passato non come a
qualcosa di dato, da classificare una volta
per tutte, bensì come a un grumo doloroso
che va riscoperto e rimontato nel presente
in una logica di radicale discontinuità. Il
suo famoso progetto di un libro di sole
citazioni, a questo rimanda: al desiderio di
strappare frammenti dal loro contesto per
riordinarli secondo un nuovo criterio, in
maniera tale che si illuminino
reciprocamente; e nello stesso tempo, come
sospesi e liberi, possano conservare la loro
giustificazione di esistere.
Il vagabondo metropolitano, dunque,
abbandona per tempo ogni cieca fede nel
progresso. Come indica la nona delle sue
corrusche "tesi di filosofia della storia",
l'angelo della storia non avanza trionfante
verso il futuro, ma ha il volto rivolto al
passato: "Dove a noi appare una catena di
eventi egli vede una sola catastrofe, che
accumula senza tregua rovine su rovine e
le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe
arrestarsi, destare i morti e ricomporre
l'infranto. Ma una tempesta soffia dal
paradiso e lo spinge irresistibilmente verso
il futuro (...) Quello che chiamiamo il
progresso è questa tempesta".
Eccolo il punto centrale. A chi, come noi,
oscilla ancora tra la nostalgia di un
pensiero totalizzante capace di mettere
ordine a ciò che non è ordinabile, e il
rinculo sempre più diffuso di una sciatta
indifferenza verso i trascorsi storici, viene
a illuminarci il cammino di questo
"cacciatore di perle" - secondo la felice
immagine della Arendt - il quale si
immerge sul fondo del mare non per
richiamare in vita il passato, ma per
catturarne frammenti preziosi da riportare
alla luce del giorno; nella convinzione che
"il mondo vivente ceda alla rovina dei
tempi, ma che il processo di
decomposizione sia insieme anche un
processo di cristallizzazione". Perché nella
protezione del mare - "nello stesso
elemento non storico cui si deve cedere
tutto quanto si è compiuto nella storia" -
nascono nuove forme che aspettano
soltanto un pescatore coraggioso capace di
riportarle in superficie. |