RASSEGNA STAMPA

16 SETTEMBRE 2000
FRANCO MARCOALDI
Benjamin, fuga verso l'abisso
Sessant'anni fa, 26 settembre 1940: l'ebreo tedesco Walter Benjamin - intrappolato nella Francia di Vichy - ha finalmente ottenuto a Marsiglia il visto per gli Stati Uniti. Ma quando il piccolo gruppo di profughi a cui si è unito giunge a Port Bou, sul confine spagnolo, si diffonde la notizia che proprio quel giorno la frontiera è stata chiusa. Nella notte, dopo aver scritto una lettera ad Adorno, Benjamin ingerisce del veleno e si toglie la vita.
Come osserva Hannah Arendt, anche in quel frangente sembra perseguitarlo una straordinaria malasorte: "Un giorno prima sarebbe passato senza difficoltà, un giorno dopo a Marsiglia si sarebbe saputo che in quel momento non si poteva passare per la Spagna. Solo in quel giorno era possibile la catastrofe".
Sì, è proprio così, la malasorte sembra inscritta nel quadro astrale di quest'uomo dagli "occhi azzurro cupo" e dalla "cortesia cinese": la fama sarà soltanto postuma; e l'esistenza piuttosto grama. Trovando ripetutamente sbarrate le porte dell'accademia, Benjamin si arrabatta come può - qualche saggio su commissione, alterne collaborazioni ai giornali, consulenze di grafologia, commercio di libri antichi - ma soprattutto colleziona innumerevoli naufragi: dopo l'acquisto (per quattordici dollari!) dell'Angelus Novus di Klee, progetta invano una rivista che dovrebbe portare il suo nome; molti editori si mostrano freddini, o peggio, verso le sue proposte di traduzione; e non mancano i casi in cui suoi lavori vengono direttamente cestinati (come per la voce "Goethe", commissionatagli dalla Grande Enciclopedia Sovietica).
L'intima irrequietezza, il gusto di viaggiare e l'insoddisfazione crescente per la sua condizione di homme des lettres, faranno il resto. La sua diventa una fuga perenne attraverso l'Europa: Berlino, Capri, Parigi, Mosca. Poi ancora Parigi, la preferita, città ideale per il flâneur; per chi, come lui, non desidera più far carriera, raggiungere il successo, arrivare a una meta mondana.
I luoghi si bruciano, e con essi le donne che li hanno segnati. Finisce la storia con la moglie Dora ("Walter era, per così dire, incorporeo"), poi quella con la scultrice Julia Cohn; ed è la volta di Asja Lacis, la lettone conosciuta a Capri, che lo introduce al mondo comunista. Per Gershom Scholem, lo studioso di cabbala e amico di gioventù, è una terribile ferita; anche perché dietro Asja si allunga l'ombra di Bertolt Brecht, che "tutto risolve nella manipolazione rivoluzionaria".
Si apre così la lunga stagione del Benjamin "Giano bifronte", che da un lato conferma continuamente a Gershom il desiderio di trasferirsi in Palestina per studiare l'ebraico e approfondire i suoi interessi teologici, mentre dall'altro non nasconde la sconfinata ammirazione per il comunismo poetico di Brecht.
Non bastasse l'inclassificabilità della sua opera (chi era? un critico? un filosofo? un saggista? un ermeneuta?), e l'inafferrabile vastità dei suoi interessi (letteratura, fotografia, collezionismo, droghe, giocattoli, infiorescenze del paesaggio urbano), ecco il paradossale mix teologia-marxismo che finisce per avvolgere definitivamente la sua figura in un'aura enigmatica; causa nient'affatto secondaria dell'ubriacatura postuma verso il Benjamin- pensiero.
Riscoperto negli anni Cinquanta grazie ad Adorno, la sua fama esplode negli anni Sessanta e Settanta. Tirandolo a sinistra e a destra come un elastico, ciascuno trova nella sua prosa lampeggiante e diseguale ciò che meglio crede: i cultori del post-moderno, il gusto per la citazione e il frammento (poco importa se totalmente estranei all'eclettismo pacificato di quel movimento); i nuovi mistici, la passione per la teologia (tanto sui generis da ritrarsi proprio di fronte al testo sacro per eccellenza, la Bibbia); i seguaci dei "francofortesi", la radicale critica dell'industria culturale (salvo dimenticarsi i burrascosi rapporti di Benjamin con l'Institut für Socialforschung, a cominciare dal fondatore, Horkheimer). Insomma, l'opera benjaminiana è un ombrello sotto cui chiunque può trovare legittimo ricovero.
Per tutta la stagione della contestazione, e oltre, così vanno le cose. Poi, all'improvviso, più nulla. Il flâneur berlinese dallo sguardo magnetico e l'andatura caracollante, di fatto scompare dal nostro paesaggio culturale. Corsi e ricorsi, ubriacature e rimozioni. Prima, guai a mettere anche solo lontanamente in discussione certi farraginosi cripticismi della sua prosa; poi, una generalizzata coltre di silenzio su un pensatore che resta comunque tra i più fecondi e controversi dell'intero Novecento. Ma ora, a sessant'anni dalla sua morte, sarà finalmente giunto il momento per un giudizio più equilibrato e pacato?
Vediamo. Com'è noto, l'intera opera di Benjamin procede sotto l'egida del frammento, del non finito. Emblematici, in tal senso, sono I passages di Parigi (con i quali, secondo lo schema tedesco dei Gesammelte Schriften curati da Rolf Tiedemann, affiancato da Enrico Ganni, la casa editrice Einaudi ha ripreso la pubblicazione delle opere complete); saggi che lo videro impegnato - tra alterne vicende - dal 1927 al 1940. Inizialmente concepiti come una sorta di filosofia materiale della storia del XIX secolo, in realtà, come scrive Tiedemann, "i frammenti del Passagenwerk si possono paragonare ai materiali da costruzione per una casa della quale sia stata definita soltanto la pianta o di cui siano state appena scavate le fondamenta". E se li ritroviamo a quello stadio non è soltanto per via della tragica e prematura morte dell'autore, ma proprio perché l'approccio teoretico del Nostro non avrebbe potuto dare frutti diversi. Benjamin infatti si autoraffigura come "un naufrago alla deriva su un relitto che si arrampica sulla cima dell'albero ormai fradicio. Ma di lassù egli ha la possibilità di dare un segnale che può salvare".
In fin dei conti, se per tutta la vita tiene aperte entrambe le porte di sionismo e comunismo è perché poco o nulla è interessato all'aspetto "positivo" di quelle ideologie. Non crede né alla forza intatta della tradizione, e all'autorità che ne discende (sionismo), né alle "magnifiche sorti e progressive" del proletariato (comunismo). A lui interessano soltanto gli aspetti "negativi", di critica dell'esistente, che quelle due strade gli offrono. Sia Gerusalemme che Mosca sarebbero - in sé - mete sbagliate. Soltanto sulla "cima dell'albero ormai fradicio" ritiene di poter condurre una vita autentica, non menzognera. Così come - per tornare ai Passages - è solo rovistando disperatamente tra i cocci delle rovine della storia, che ritiene possibile procedere nella sua ricerca. Ciò che veramente lo affascina è la scoperta delle analogie, delle corrispondenze, tra l'elemento spirituale-intellettuale e quello materiale: una scena di strada, una speculazione in borsa, una poesia, un oscuro dramma barocco.
Riconosciuto con grande anticipo il fallace disegno di qualunque filosofia della storia, di qualunque continuum storicistico, Benjamin si accosta al passato non come a qualcosa di dato, da classificare una volta per tutte, bensì come a un grumo doloroso che va riscoperto e rimontato nel presente in una logica di radicale discontinuità. Il suo famoso progetto di un libro di sole citazioni, a questo rimanda: al desiderio di strappare frammenti dal loro contesto per riordinarli secondo un nuovo criterio, in maniera tale che si illuminino reciprocamente; e nello stesso tempo, come sospesi e liberi, possano conservare la loro giustificazione di esistere.
Il vagabondo metropolitano, dunque, abbandona per tempo ogni cieca fede nel progresso. Come indica la nona delle sue corrusche "tesi di filosofia della storia", l'angelo della storia non avanza trionfante verso il futuro, ma ha il volto rivolto al passato: "Dove a noi appare una catena di eventi egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe arrestarsi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta soffia dal paradiso e lo spinge irresistibilmente verso il futuro (...) Quello che chiamiamo il progresso è questa tempesta".
Eccolo il punto centrale. A chi, come noi, oscilla ancora tra la nostalgia di un pensiero totalizzante capace di mettere ordine a ciò che non è ordinabile, e il rinculo sempre più diffuso di una sciatta indifferenza verso i trascorsi storici, viene a illuminarci il cammino di questo "cacciatore di perle" - secondo la felice immagine della Arendt - il quale si immerge sul fondo del mare non per richiamare in vita il passato, ma per catturarne frammenti preziosi da riportare alla luce del giorno; nella convinzione che "il mondo vivente ceda alla rovina dei tempi, ma che il processo di decomposizione sia insieme anche un processo di cristallizzazione". Perché nella protezione del mare - "nello stesso elemento non storico cui si deve cedere tutto quanto si è compiuto nella storia" - nascono nuove forme che aspettano soltanto un pescatore coraggioso capace di riportarle in superficie.
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vedi anche
Storia della filosofia