Etica e finanzaI profitti di Krishna Nel suo nuovo libro il grande economista riflette
sui rapporti tra affari e morale: partendo dai miti
indù |
| Vorrei cominciare attirando l'attenzione su una
singolare contrapposizione, la dissonanza tra la
cattiva fama di cui gode la pratica dell'attività
finanziaria e il ruolo sociale altamente positivo che
indubbiamente essa assolve. Polonio mette in
guardia il figlio: "Non indebitarti e non prestar
soldi". È un consiglio motivato dalla prudenza,
forse, più che dalla ripulsa morale, ma certo il
mestiere del prestare denaro è stato censurato per
migliaia di anni. Una censura senza mezzi termini.
Gesù scacciò i mercanti di denaro dal tempio; la
diffida dei profeti e le regole di condotta ebraiche
proibivano l'interesse sui prestiti; l'Islam vietò
l'usura a termini di legge.
Anche i pensatori laici per lo più non hanno
guardato con favore al procacciarsi da vivere con
gli interessi. Solone cancellò la maggior parte dei
debiti e vietò del tutto molte forme di credito nelle
sue leggi, emulate per questo aspetto da Giulio
Cesare cinque secoli dopo. Aristotele osservò che
l'interesse costituisce un'innaturale e ingiustificata
riproduzione di denaro dal denaro. La sua critica
influenzò gli studiosi e i teorici dell'etica per molti
secoli. Cicerone ricorda che Catone il Censore,
interrogato su cosa pensasse dell'usura, rispose
domandando a sua volta all'interlocutore cosa
pensasse dell'omicidio.
L'accettabilità sociale di quanti si fossero arricchiti
prestando denaro è stata seriamente controversa
fino a epoca molto recente. In Gran Bretagna, in
particolare, gli inglesi appartenenti ai ceti sociali
elevati evitavano generalmente di esercitare
l'attività bancaria, delegando tale attività agli
stranieri e agli ebrei. Ancora oggi, la sede della
Banca di Inghilterra in Lombard Street testimonia il
ruolo decisivo degli stranieri nella finanza inglese
fino a tempi molto recenti. Il ritratto di Shylock
tracciato da Shakespeare pone bene in luce, per
l'Inghilterra elisabettiana, taluni tratti
dell'atteggiamento socialmente condiviso nei
confronti dei finanzieri.
Potrei aggiungere altri esempi, ma credo che il
punto sia sufficientemente chiaro. La finanza è
stata nel passato sottoposta a ripetute critiche di
ordine morale. Eppure è ben noto che essa svolge
un ruolo importante per la prosperità e il
benessere delle nazioni. Se il mondo avesse
seguito il consiglio di Polonio, non avremmo
raggiunto l'abbondanza di cui oggi godiamo. Il
ruolo creativo della finanza è stato una leva potente
anche per la cultura e per la scienza.
Storicamente, non solo la Rivoluzione industriale,
ma anche il Rinascimento sarebbero stati forse
impossibili senza la mano soccorrevole della
finanza.
Il primo interrogativo, perciò, è semplicemente
questo: come è possibile che una attività tanto utile
sia stata giudicata così dubbia sotto il profilo
etico?
Nell'etica moderna, è di uso frequente la
distinzione tra correnti "deontologiche" e correnti
"consequenzialiste". Le correnti "deontologiche"
attribuiscono un ruolo fondante, e dominante, al
concetto di dovere. Le correnti
"consequenzialiste", all'opposto, deducono il
dovere e gli atti conformi al giusto sul fondamento
delle relative conseguenze. Il loro punto di
partenza sta nell'interrogarsi sui nostri obiettivi, su
ciò che rende un risultato buono, e via dicendo;
procedono successivamente a dedurre i nostri
doveri dalla valutazione delle conseguenze
dell'agire, alla luce degli obiettivi.
La deontologia ha molte varianti, talune più attente
di altre alle conseguenze dell'agire. Nell'approccio
deontologico più aperto, quale quello proposto da
filosofi come Immanuel Kant, l'idea di dovere non
è scissa dalle conseguenze delle azioni richieste
per compierlo e ampio spazio è dedicato a
esaminare la natura di tali conseguenze.
All'opposto, il divario tra le due impostazioni risulta
particolarmente accentuato quando, come accade
nei costrutti deontologici "puri", si nega ogni
rilevanza alle conseguenze degli atti. Nel
Bhagavadgita, ad esempio, Krishna raccomanda
all'eroe, il sensibile Arjuna, di compiere il proprio
dovere combattendo per la giusta causa, contro la
tesi di Arjuna che non possa essere bene
combattere una guerra, sia pure giusta, che
causerebbe immane sofferenze ad amici e nemici.
La visione del dovere che Krishna applica è
esplicitamente contraria al consequenzialismo. Lo
sintetizza con evidente simpatia T.S. Eliot, nei cui
versi la posizione di Krishna prende la forma
dell'ammonimento: "E non pensate al frutto
dell'azione. Andate avanti". Eliot conclude: "Non
buon viaggio, ma avanti, viaggiatori".
L'attività di un usuraio che sovraccarica i suoi
debitori di interessi appare, sotto un certo punto di
vista, come una violazione dell'obbligo a essere
umani con gli altri. Nessun approccio umano al
problema, sia esso consequenzialista o
deontologico, può fare a meno di tener conto in
qualche misura, tra le altre, anche di questa
conseguenza. In taluni costrutti deontologici "puri"
tale riconoscimento potrebbe essere considerato
fondamento sufficiente alla condanna morale o
legale dell'usura. La condanna varrebbe anche
qualora si appurasse che per i debitori il corso
degli eventi sarebbe anche peggiore in assenza di
prestiti usurari.
Pertanto, in uno schema analitico di deontologia
"pura" (che escluda cioè ogni considerazione
delle conseguenze dell'agire) non si avrebbe
conflitto tra la condanna del prestito a interesse e
la simultanea constatazione del fatto che l'atto del
prestare produce molti effetti positivi, quali quelli di
agevolare i commerci e promuovere l'occupazione
e il reddito. La dissonanza è palese ed emerge in
piena evidenza, quando si giudica la moralità della
condotta senza tener conto delle conseguenze
dell'agire.
Ma le analisi classiche dell'etica della finanza non
sempre sono state condotte entro schemi di
deontologia "pura". In realtà, le censure più
autorevoli della finanza e dell'usura sono venute da
autori che ne avevano attentamente valutato le
conseguenze sciagurate nelle condizioni prese in
esame! Come si è detto, la considerazione delle
conseguenze è coerente con l'impostazione
deontologica più aperta, così come un'analisi
pienamente consequenziale.
Kautilya, vissuto in India sul finire del IV secolo
a.C. (e pertanto contemporaneo di Aristotele),
scrisse un celebre trattato sull'arte del governare,
sulla politica economica e sulla strategia politica. Il
titolo del trattato, Arthas a tra, tradotto dal
sanscrito potrebbe rendersi con l'espressione
"istruzioni sulla prosperità materiale" o, più
semplicemente, "economia politica". Kautilya non
avanzò critiche intrinseche alla pratica
dell'interesse sui prestiti, né suggerì che vi fosse
per alcuno l'obbligo morale di concedere prestiti
senza interesse. Egli mosse dall'assunto che il
"benessere del regno dipende" dalla "natura delle
transazioni tra creditori e debitori"; in questa
prospettiva sentì il bisogno di sottoporre a
"esame" l'attività finanziaria.
L'impostazione di Kautilya nel trattare dell'attività
finanziaria, e così quella seguita nel discutere di
altre attività, è incentrata sulle conseguenze degli
atti e delle norme. La definizione delle azioni giuste
e degli obblighi dipende dalle loro conseguenze. Al
sovrano, ad esempio, investito, inter alia, della
funzione di giudice nelle dispute sull'attività
finanziaria, si richiede di assumere quale finalità
prioritaria "la felicità dei propri sudditi" e di
"essere attivo nell'assolvere i propri compiti". "Se
manca un comportamento attivo, ogni acquisto
presente o futuro andrà perduto; operando
attivamente, egli potrà raggiungere i fini desiderati
e al contempo procurare l'abbondanza della
ricchezza".
Kautilya desiderava che lo Stato indagasse a
fondo le transazioni finanziarie per arrivare a
fissare tassi di interesse massimi e per punire i
prestatori di denaro che addebitassero tassi
superiori al massimo stabilito. I tassi massimi
dovevano essere fissati seguendo un insieme di
criteri che tenevano conto della destinazione dei
crediti e dei rispettivi oneri. Così, i tassi suggeriti
da Kautilya erano molto contenuti se relativi a
prestiti concessi per le abituali necessità delle
famiglie, un poco più alti se riferiti ai crediti
commerciali, e molto superiori se applicati al
finanziamento di attività molto rischiose come il
commercio marittimo. Si doveva inoltre prender
nota delle variazioni di prezzo delle merci nel
corso del tempo, almeno in misura approssimata.
L'Arthas a tra di Kautilya, oltre a dimostrare che
non tutte le riflessioni sulla finanza del pensiero
antico furono ostili al pagamento di interessi,
indica ancora che non è necessario considerare
l'addebito di interessi come male in sé, né
catalogare l'attività finanziaria come attività
inferiore, per concludere con la raccomandazione
che il pagamento degli interessi sia regolamentato
da leggi volte al raggiungimento di finalità
normative. La questione degli effetti negativi va ben
distinta dal giudizio di intrinseca iniquità. Questo
punto di vista complessivo, è sviluppato e applicato
con grande efficacia da Adam Smith e la semplice
distinzione appena evidenziata rimane pienamente
rilevante ancora oggi.
Adam Smith è comunemente considerato il
sostenitore, per eccellenza, della opportunità di
fare affidamento esclusivamente sul mercato.
Smith ha certamente contribuito in modo decisivo
a chiarire la logica del meccanismo di mercato;
ma ha anche analizzato alcune delle sue più
importanti limitazioni. In tema di interessi, Smith si
oppose a vietarli per legge, eppure sostenne la
necessità di restrizioni di legge, imposte dallo
Stato, quanto ai massimi tassi praticabili.
La motivazione sottesa alla logica interventista di
Smith è che i segnali del mercato possono rivelarsi
fuorvianti e che dall'operare del libero mercato può
risultare un grande spreco di capitale, in seguito
all'investimento privato in progetti che sembrano
promettere immediati profitti e al conseguente
spreco di risorse sociali da parte dei privati.
Nel marzo 1787 Jeremy Bentham scrisse una
lunga lettera ad Adam Smith, rimproverandolo e
argomentando in favore della piena libertà del
mercato. È un curioso episodio nella storia del
pensiero economico: il filosofo utilitarista,
l'interventista, il riformatore fa lezione al
propugnatore, al guru dell'economia di mercato,
predicando le virtù dell'allocazione delle risorse
stabilita liberamente dal mercato.
Nel valutare gli affari e la finanza Smith e Bentham
condividevano un'impostazione, al fondo,
consequenzialista; ma Bentham obiettava alla tesi
di Smith che tassi di interesse troppo alti
avrebbero indotto "prodighi" e "progettatori di
iniziative chimeriche" a fare spreco di risorse
sociali, mettendo fuori mercato quanti
intendessero investire capitali in usi più produttivi.
Quanto ai prodighi, o agli stravaganti
spendaccioni, Bentham scriveva: "non è tra loro
che dobbiamo cercare i clienti che comunemente
domandano denaro ad alti tassi di interesse" (pag.
136). E si dilungava ad argomentare che quelli che
Smith trattava da "progettatori di iniziative
chimeriche" - iniziative svariate tutte miranti a far
denaro rapidamente - erano anche gli innovatori
e i pionieri del progresso e del cambiamento
(pagg. 137-143).
Nel dibattito contemporaneo il problema di un tasso
legale massimo non è più di attualità. Sotto questo
profilo è ben chiaro che Bentham ha avuto ragione
su Smith. È importante, tuttavia, esaminare perché
Smith si fosse formato un'opinione così negativa
dell'impatto sul sistema economico di "prodighi" e
"progettatori di iniziative chimeriche". Ciò che lo
toccava profondamente era il problema dello
spreco di risorse sociali e della perdita di capitale
produttivo. |