DA CRONOPIO UN "OMAGGIO A LYOTARD"Addio ideologia Meglio il disincanto del post-moderno |
| Jean-François Lyotard è stato uno dei pionieri e dei più impegnati nella definizione di quella che egli
stesso definì "la condizione post-moderna". Ed è soprattutto questa direzione del suo pensiero ad
assicurargli - credo - un certo rilievo nella storia del nostro tempo e delle idee contemporanee. In
generale, la sua riflessione fu fin troppo mobile e reattiva sia rispetto a se stessa, sia rispetto alle
questioni e ai problemi del giorno, con un continuo variare di ispirazioni, di metodi, di riferimenti, di
prospettive e di temi. Guerra d'Algeria, significato di Auschwitz, militanza nel gruppo "Socialisme ou
barbarie", scetticismo rispetto alla politica e al relativo impegno, scrittura della figura, contemplazione
dell'afigurale o sforzo di testimoniare l'intrattabile e ancora altre direzioni o tematiche attrassero di volta
in volta la sua attenzione. Si può e si deve, naturalmente, vedere in questa stessa mobilità di orizzonti e
di impegni un valore di testimonianza dello spirito del nostro tempo, della sua irrequietezza disorientata,
ma fervida di ricerca, di finezze, di scandagli che - crediamo - alla fine dovranno pur assumere un loro
più definito senso e valore. Lyotard era, del resto, fin troppo consapevole del carattere mobile e
irrequieto del suo pensiero. Non per nulla uno dei suoi libri più impegnativi porta il titolo Peregrinazioni; e
vi si legge che "i pensieri sono nubi", e "la periferia di una nube non è misurabile esattamente".
Considerazione degna di chi parlava di "economia libidinale", di "costituzione del tempo attraverso il
colore", di "far vedere - contro il realismo - l'invisibile".
Particolarmente felice è, quindi, il titolo del volume che Federica Sossi ha dedicato a Lyotard,
raccogliendo, come Omaggio a lui, una decina di saggi di vari autori, sicuramente versati in materia
(basti dire che ci sono Derrida e Vidal-Naquet). Pensiero al presente (Edizioni Cronopio, Napoli 1999,
pp. 271) è, infatti, quel titolo, che coglie perciò assai bene la cifra essenziale della stessa condizione
speculativa di Lyotard. Nei vari saggi del volume i molti aspetti del suo pensiero sono rappresentati
spesso con grande finezza. Ciò avviene anche, come era naturale, data la molteplicità degli autori, con
diversità di accenti. In generale, abbiamo l'impressione che tutti, però, tendano a mettere in rilievo una
autentica natura filosofica e una densità del pensiero di Lyotard da questo punto di vista. Può, inoltre,
essere significativo che ciò accada richiamando gli interessi kantiani di Lyotard più di molti suoi altri. Il
che è giustificato (come ad esempio, si vede nei saggi di Ferraris e della Sossi), ma forse va un po' oltre
la prospettiva del titolo del volume, irrigidendo, cioè, in qualche modo, quel pensiero in una certa
tendenzialità speculativa. Ecco perché ci sembra che le pagine di Jacques Derrida, nel loro commosso
atteggiamento ricreativo di una grande amicizia, siano quelle che più e meglio rendano lo spirito e la
logica del concreto svolgimento del pensiero di Lyotard (tra l'altro, con l'analisi di quella prospettiva del
"peggio della morte, verso cui è teso tutto il lavoro del lutto", argomento di una delle sue riflessioni più
coinvolgenti, che merita di essere ricordata).
Nel volume, comunque, non c'è un esame specifico della teorizzazione del post-moderno (vogliamo dire
della teorizzazione e del tema in quanto tali, perché i relativi riferimenti nel volume sono, naturalmente,
numerosi). E francamente ce lo saremmo aspettato, perché è a questo tema che Lyotard deve la
massima parte della sua fama, ma soprattutto perché è qui il suo vero e maggiore, più riuscito e
approfondito rapporto col suo e nostro tempo, il frutto probabilmente più interessante e duraturo del suo
"pensiero al presente", come, appunto, opportunamente lo si è definito. Ed è, perciò, che lo notiamo.
Non già perché condividiamo le sue riflessioni e i suoi giudizi, convinti, come siamo, che la condizione
post-moderna non sia altro che la stessa condizione moderna in una nuova fase delle prospettive che
essa aprì quattro o cinque secoli fa e che continuano a dare, con inesauribile fecondità ricchissimi frutti
(esaltanti e vitali che essi siano o di "cenere e tosco").
In compenso, sono compresi nel volume un colloquio e una intervista di Lyotard, finora non tradotti in
italiano. L'intervista (Davanti alla legge, dopo la legge) è con Elisabeth Weber e tratta di molti temi del
suo pensiero, a partire da quelli relativi all'ebraismo. Il colloquio (Conversazioni sull'Algeria) è con Pierre
Vidal-Naquet e partendo dal problema algerino, spazia anch'esso su vari temi. Ne emergono, in
particolare, il distacco di Lyotard dall'interesse per la politica e la sua rinuncia all'ideologia come tale. E
si constata anche qui che, come molto bene scrive la Sossi, "nel dominio dell'estetica, o dell'anestetica a
cui negli ultimi anni Lyotard approda, la ferita dell'anima minima balbetta qualcosa della legge e
dell'evento. È così che nel Kant dell'entusiasmo, dove l'evento è quello della Rivoluzione francese,
l'informe del sublime, in cui le forme dell'immaginazione si infrangono dinanzi alla legge della ragione,
attraversa il sentimento degli spettatori. È così che nei pensieri della legge tra cui Lyotard non smette di
peregrinare - Kant, l'ebraismo - il debito a un evento, sempre obliato perché mai (ac)caduto nella
memoria, potrà essere assolto e mai sciolto solo rispettando l'interdetto sublime dell'immagine". |