| Quando gli dèi
dominavano il mondo | Ferito a morte in battaglia, Giuliano
avrebbe sfidato il Cielo levando in alto il
pugno intriso del suo sangue e gridando:
Viciste, Galilee!, "Hai vinto, Galileo!".
Così vuole la leggenda diffusa dai cristiani,
che non perdonavano all'imperatore
romano l'abbandono della fede cristiana e
la tentata restaurazione del paganesimo.
Gregorio Nazianzeno, suo compagno di
studi ad Atene e poi vescovo di
Costantinopoli, lo apostrofò con spregio
l'"Apostata", il "Rinnegato", e mise in
circolazione calunnie sul suo conto,
denunciando i suoi difetti fisici e morali, i
suoi misfatti e le sue persecuzioni contro i
cristiani. A poco servì che storici
equilibrati come Eutropio e Ammiano
Marcellino ne tratteggiassero invece un
lusinghiero profilo di imperatore giusto ed
equo: la collera cristiana non si placò, al
contrario, per secoli continuò ad accanirsi
contro l'imperatore che non si era
rassegnato alla fine degli dèi pagani e aveva
lottato contro l'annuncio riportato da
Plutarco che "il grande Pan è morto".
Ma la Terra, un tempo piena di oracoli,
languiva ormai esausta e inaridita: perfino
a Delfi - l'ombelico del mondo, il punto
dove due aquile partite dagli estremi della
terra e dirette al suo centro si erano
incontrate - perfino là gli oracoli erano
ammutoliti. Il torto di Giuliano fu di non
comprendere che quel silenzio e quel vuoto
erano ormai saldamente occupati dal
cristianesimo.
Ma che cosa c'era di tanto riprovevole nella
nostalgia di Giuliano? Ed era davvero così
turpe la "religione pagana" in cui egli
credeva? E poi, per quali incomprensibili
ragioni "essere pagano" equivaleva per i
cristiani a "essere senza Dio"? Denunciare
l'antica religione politeista come "atea" non
era forse un fatale abbaglio alimentato
dall'intollerante pretesa che il proprio Dio
fosse l'unico ammissibile?
Un mirabile trattatello, Sugli dèi e il
mondo, attribuito a Salustio neoplatonico,
un pensatore appartenente alla cerchia di
Giuliano, mostra quale profonda religiosità
fosse alla base della visione del mondo che
l'imperatore romano intendeva salvare. Lo
si può leggere ora nella superba edizione
bilingue di Riccardo Di Giuseppe, che per
ricchezza di informazioni e aggiornamento
supera le precedenti, perfino quella delle
Belles Lettres (Adelphi, 265 pagg., 22.000
lire).
In poche pagine il trattato offre una sintesi
delle dottrine filosofiche e religiose del
paganesimo ellenistico, filtrate attraverso
la spiritualità neoplatonica della Scuola di
Giamblico. Vi è contemplata l'intera realtà,
strutturata su tre piani gerarchici: il mondo
intelligibile (noeton), quello intelligente
(noeron) e quello visibile (oraton).
Nell'illustrare le cose divine e l'azione
degli dèi sul mondo, Salustio non parla per
allegoresi, come il mito, ma in forma
didascalica, cioè nei termini di
un'esposizione scientifica. Egli assegna
però ai miti classificati in "teologici,
naturali, psichici e materialistici" un ruolo
chiave. La loro peculiarità sta nel fatto che
essi dicono e al tempo stesso non dicono,
secondo quell'"ermeneutica della reticenza"
che Kojève teorizzerà con acutezza nel
saggio L'empereur Julien et son art d'écrire.
Il modo in cui i miti narrano degli dèi -
"dèi encosmici" e "dèi ipercosmici" - si fa
capire da tutti, ma occulta la verità a chi
non è sufficientemente preparato per
comprenderla. Infatti i comportamenti
eccentrici e le stravaganze che i miti
attribuiscono agli dèi, suscitando stupore,
inducono l'uomo a riflettere e gli fanno
capire che in fondo i miti altro non sono
che un velo dietro il quale si nasconde un
contenuto ineffabile, una verità che non
muore: perché le cose che i miti narrano
"non avvennero mai, ma sono sempre".
Quale e quanta religiosità ispirasse la
visione del mondo pagana di Salustio lo
attesta lo scopo ultimo che il trattatello
assegna all'uomo: l'assimilazione a Dio,
ossia l'approssimazione alla forma di vita
propria degli dèi. A tal fine Salustio
prospetta un'iniziazione dai tratti misterici
e teosofici, che si manifestano in primo
luogo nella distinzione tra iniziati e
profani, nell'accentuato dualismo di spirito
e materia, nella preoccupazione per la
morte e il destino dell'anima,
nell'attribuzione alla filosofia di un
carattere religioso e salvifico.
L'iniziazione fa vedere come tra il piano
fisico, visibile, dell'essere e quello
spirituale, invisibile, sussista una
corrispondenza in base alla quale l'uomo
può risalire dal primo al secondo. Coloro
che amano il sapere, osservando e
studiando i fenomeni naturali, in
particolare il cielo, sono guidati fino alle
verità supreme, precluse agli empi e agli
stolti. Tra costoro, come sappiamo,
Giuliano annoverava i cristiani, contro i
quali lanciava un' intera serie di "categorie"
(kategoriai) ovvero di accuse.
La finalità del trattatello - impropriamente
ma significativamente definito un
"catechismo pagano" - era la restaurazione
dell'antica religione mitologica. Finalità,
questa, che Giuliano perseguiva con il
sostegno di filosofi neoplatonici come
Massimo di Efeso, Prisco di Epiro,
Temistio e lo stesso Salustio, senza però
riuscire a riconquistare il terreno spirituale
ormai occupato in tutto l'impero dal
cristianesimo.
La partita era insomma perduta. Eppure il
neopaganesimo di Giuliano rimase un
riferimento ideale per i successivi tentativi
di ritornare ai valori del politeismo pagano.
Che non mancarono. Per esempio
nell'Umanesimo con la nuova religione di
Zeus che Giorgio Gemisto Pletone intese
fondare. O con la riabilitazione di Giuliano
intrapresa da Lorenzo de' Medici nella sua
Sacra rappresentazione di san Giovanni e
Paolo, considerati dalla tradizione vittime
di Giuliano. O con i molteplici fermenti
studiati da Edgar Wind in un celebre libro
sui Misteri pagani nel Rinascimento.
All'epoca ebbe peraltro inizio lo studio
scientifico del Corpus Iulianeum che portò
alla sua prima edizione, realizzata nel 1583
da un allievo di Pierre de la Ramée. Larga
influenza ebbe soprattutto il giudizio di
Montaigne, che definiva Giuliano un
"très-grand homme et rare", e vedeva in lui
il modello del sovrano illuminato, ostile al
clero. Più tardi, nella sua scia, Voltaire
nominerà l'imperatore "padrino dei
filosofi" e gli dedicherà una voce nel suo
Dictionnaire philosophique. Fino ai
numerosi tentativi letterari compiuti
nell'Ottocento per raccontare la vicenda
esistenziale dell'ultimo imperatore pagano,
tra i quali spiccano il dramma di Ibsen
Cesare e Galileo (1873) e il romanzo
storico di Merezkovskij Giuliano
l'Apostata o la morte degli dèi (1896).
In realtà, il paganesimo non ebbe più
grande spazio. Certo, il suo vasto
patrimonio mitologico e culturale fu
assimilato dalla tradizione umanistica, ma
con ciò stesso neutralizzato. Chi in seguito
ha provato a rifondare una visione del
mondo pagana si è condannato da sé - basti
per tutti il nome di Nietzsche -
all'isolamento. Forse per questo le varie
forme di neopaganesimo che pure il mondo
moderno ha partorito sono rimaste la
religione privata di spiriti eccentrici. Come
Louis Ménard, l'amico di Baudelaire
autore delle Réveries dun paen mystique, o
l'antichista Walter F. Otto, forse l'ultimo
ad aver creduto negli dèi della Grecia. E
oggi che cosa rimane della tradizione
neopagana, distante dall'ateismo almeno
quanto dal cristianesimo? |