RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 2000
SEBASTIANO MAFFETTONE
Cari giovani, non dimenticate l'etica pubblica
Le grandi adunate , non sono di per sé garanzia di positività
La cosa strana è la sorpresa. Parlo della reazione al successo di partecipazione del "Giubileo dei giovani". Se ne meraviglia, per esempio, ma con simpatia, Miriam Mafai sulla Repubblica (sabato 19 agosto), nostalgica probabilmente di folle diverse per cultura ma parimenti entusiaste. Mentre Piero Ostellino, sul Corriere della Sera (sempre sabato), enfatizza, con compostezza liberale, l'assenza di impegno sui valori etico-politici. E, allora, è facile suggerire - come fa in qualche modo anche Stefano Rodotà sulla Repubblica di ieri - che gli stessi valori, quali la pace, la giustizia, la libertà, la fratellanza, andati persi nei meandri della società civile, ritrovano vigore e cittadinanza sotto l'ombrello protettivo della Chiesa cattolica.
Quest'ultima fornisce un "aiutino", come si dice oggi nel gergo imbelle della tv, dal punto di vista non solo organizzativo ma anche psicologico, per far emergere forze già presenti nel patrimonio morale del mondo. Naturalmente, una pacata lettura di questo tipo non accontenta le esigenze degli "ultrà" della fede, il cui istintivo radicalismo esce, come è ovvio, rafforzato dal successo di pubblico e di "letizia" di queste giornate romane.
Lo fa notare, con apodittica chiarezza, l'organizzatore in capo della gioventù ultracattolica italiana, don Giussani, non a caso intervistato con grande enfasi da "Panorama" (17-24 agosto), giornale sempre più in bilico tra liberismo di maniera e sostanziale catto-populismo. Secondo il popolare "don Gius", così, la Chiesa parla oggi troppo di morale e poco di fede, perché, in buona sostanza, non dovrebbe raccogliere quanto di buono c'è nel mondo, ma presentarsi piuttosto come alternativa mistica a un presente tristo e triste. Le giornate romane del Giubileo dei giovani non sarebbero, da questo punto di vista, che l'avvisaglia di un prepotente ritorno del sacro, destinato a spezzare a furor di popolo le reni a una società borghese troppo prona all'edonismo e al culto del frivolo.
Ma è proprio qui che la sorpresa gioiosa, o se preferite il dispiegamento di divisioni di giovani pieni di letizia, non ha senso. Ma dove siete cresciuti signori miei, mica a Londra, Parigi o Francoforte? Io no. Io sono cresciuto a Napoli-Italia, e qui la Vandea catto-populista, periodicamente unta da conferme elettorali, ha sempre vinto. A tal punto che i supposti avversari, i generosi comunisti, erano di norma animati dallo stesso spirito antimoderno, anticapitalista, antiliberale, insomma di una robustissima fede contro il tempo nostro e la società civile.
Fatto è che, solo se ci fosse ora una ventata di etica pubblica liberale, avremmo il diritto di sorprenderci ed essere lieti. Ma in questo caso, la pace e la giustizia non ci sarebbero ammannite da giovanotti e giovanotte eterodiretti da gerarchie ecclesiastiche, paludate ed efficientiste (come fa notare anche Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 20 agosto), ma dalle coscienze individuali libero-pensanti. In realtà, solo un mondo in cui - come proponevano alcuni utopisti protestanti - ognuno si concepisce come sacerdote unico della propria fede è un mondo capace di etica pubblica. Ma non è quello in cui siamo cresciuti nell'Italia del dopoguerra...
Com'è pure ovvio, le cause reali di questo nostro essere già sempre immersi nella fede, antimoderna, piuttosto che nell'etica, moderna e liberale, sono assai complesse. Ho sempre pensato che il contributo critico di un singolo non fosse in grado di rimuovere tali cause, ma che fosse tuttavia necessario spezzare qualche volontaristica lancia in nome della verità. E il progetto dell'etica pubblica, che coincide con il mio lavoro filosofico da anni, è una sorta di riconoscimento del prezzo che chi è nato e cresciuto a Napoli e in Italia deve pagare per poter essere alla pari con gli altri.
Ma questo, come si dice, esula dal tema principale. Che è poi il seguente: non possiamo essere sorpresi dall'impatto dei rigurgiti di fede organizzata da una potente agenzia spirituale, ampiamente dominante sul territorio, quale la Chiesa cattolica. E neppure particolarmente contenti per ciò. Le adunate oceaniche in quanto tali non sono né buone né cattive, ma, come ci insegna il secolo appena chiusosi, in politica sono spesso foriere di minaccia. Soprattutto, se ci stanno a cuore i ritardi culturali e morali, che rendono endemica la crisi nel nostro Paese, non sarà certa la Woodstock cattolica di questi giorni ad aiutarci.
Non ci sano scorciatoie per il progresso, e l'entusiasmo giovanile non può sostituire il diuturno lavoro delle istituzioni della società civile. Rispetto di sé e degli altri, coscienza critica, amore per la pace, simpatia cosmica, desiderio di eguaglianza, e perfino voglia di stare insieme allegramente sono valori sarti e del tutto condivisibili. E' pure bello che molti giovani li vivano collettivamente, sentendosi - come dice poeticamente il Papa - "sentinelle del mattino in quest'alba del Terzo Millennio". Ma, a essere franchi, non c'è alcun bisogno di un'agenzia spirituale o di un comitato centrale che promuovano un fenomeno così umano. E, anzi, se per far muovere la gente c'è bisogno di comitati del genere o di simile carisma, allora c'è puzza di bruciato ...
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