Alla fine degli anni '30 Jacob L. Talmon, frequentando
all'università un seminario sulla Rivoluzione francese, rimase
fortemente colpito dalle affinità tra il Terrore giacobino e ciò
che stava avvenendo a quell'epoca nella Russia di Stalin. Iniziò
allora quell'indagine sulle origini remote del totalitarismo
comunista che doveva sfociare nella pubblicazione di un testo
ormai classico nella storia delle ideologie politiche, Le origini
della democrazia totalitaria . Il volume comparve nel 1952,
dunque in un periodo - come ricorda Carlo Galli presentandone la
riedizione (Il Mulino, pagine 448, lire 34.000) - nel quale la
cultura occidentale si stava interrogando su che cosa avesse
determinato la nascita di ideologie e regimi totalitari. E Talmon si
inseriva in quel filone di studi in modo originale, cercando nel
pensiero di Rousseau, dei giacobini, di Babeuf, le radici di una
forma di democrazia alternativa a quella liberale: la democrazia
totalitaria, appunto. Entrambe esaltavano la libertà, ma la
concepivano in modi radicalmente differenti. Per la democrazia
liberale la libertà è anzitutto assenza di coercizione; per quella
totalitaria essa coincide con la realizzazione di un fine collettivo,
giusto e perciò indiscutibile. Mentre la prima ha un'idea
intrinsecamente imperfetta dell'agire politico, la seconda
concepisce la politica come strumento per attuare la Verità e il
Bene. Per conseguenza, le opinioni differenti, che costituiscono il
sale della democrazia liberale, finiscono col rappresentare un
crimine nella visione democratico-totalitaria. Al principio
dell'800 Benjamin Constant si era chiesto come mai Rousseau,
"genio sublime che era animato dal più puro amore della libertà",
avesse fornito "pretesti funesti a più di un tipo di tirannia".
Talmon si poneva in fondo il medesimo interrogativo e cercava di
dare una risposta analizzando le antinomie del pensiero giacobino,
la sua concezione "assolutista" della politica, la contraddizione
irrisolvibile tra l'esaltazione della libertà e la volontà di attuare un
fine collettivo predeterminato razionalmente e dunque
indiscutibile. Naturalmente, l'indagine di Talmon, come spesso
avviene per gli studi innovativi, presentava anche qualche
forzatura nell'individuazione della continuità tra giacobinismo e
comunismo. Questo non ha impedito che l'opera venisse
giustamente apprezzata a livello internazionale. Ma non in Italia.
Nel nostro Paese infatti il libro, pubblicato la prima volta nel
1967 sempre presso Il Mulino, passò sostanzialmente inosservato,
tanto che nessuna rivista storica ritenne opportuno dedicargli una
recensione. Questo avvenne per due motivi, che rimandano ad
altrettanti caratteri della cultura politico-storiografica dell'epoca.
In primo luogo, tutto il filone di ricerche sul totalitarismo
appariva sospetto a molti studiosi italiani, proprio a causa di ciò
che ne rappresentava invece il principale pregio: la possibilità di
analizzare in forma comparata i regimi nazista e fascista, da un
lato, e i regimi comunisti dall'altro. Il concetto di totalitarismo
era dunque circondato da un alone di sospetto, tanto che - ad
esempio - Démocratie et totalitarisme di Raymond Aron venne
pubblicato da noi, nel 1973, con l'anodino titolo Teoria dei
regimi politici .
Per la verità, nell'Italia repubblicana il termine aveva circolato
largamente ma in una accezione insieme limitativa e peculiare:
cioè con riferimento al fascismo e, addirittura, alla Democrazia
cristiana. Nella "legge truffa", scrisse ad esempio Togliatti, si
manifestava il "totalitarismo clericale" di De Gasperi. Lelio
Basso pubblicava nel 1951 un libro intitolato Due totalitarismi ,
che erano - chiariva il sottotitolo - il fascismo e la Dc. In anni in
cui si era affermato un
"marxismo-gramscismo-togliattismo-leliobassismo" (come lo
definì Leo Valiani), poteva apparire inammissibile parlare del
comunismo come di una forma di totalitarismo.
Ma a determinare la sfortuna italiana del libro di Talmon
concorreva anche un altro fatto. Il collegamento fra Rivoluzione
francese e Rivoluzione russa, postulato nelle Origini della
democrazia totalitaria , in Italia circolava largamente, ma con un
segno nettamente positivo. In sostanza, per la cultura di sinistra
dell'epoca i bolscevichi erano stati dei giacobini finalmente
conseguenti, poiché avevano attuato - sia pure con qualche
"eccesso" repressivo - ciò che era stato annunciato nell'89
francese. Ciò che Talmon stigmatizzava come "democrazia
totalitaria" era considerato piuttosto come una forma più
avanzata di democrazia, in grado di dare sostanza alle "vuote"
proclamazioni della democrazia liberale. Anche per questo,
dunque, il libro di Talmon venne accolto con sostanziale
freddezza.
Naturalmente, oggi il libro può essere letto al di fuori delle
polemiche e delle ideologie degli anni in cui comparve la
traduzione italiana, e dunque come un'opera fondamentale per
comprendere il pensiero rivoluzionario. Ma in un Paese come il
nostro, in cui ci sono ancora studiosi e intellettuali che si
definiscono con orgoglio "giacobini", servirà anche a ricordare
che la democrazia liberale, rispetto a quella di Robespierre, è
davvero un'altra cosa. |