RASSEGNA STAMPA

11 AGOSTO 2000
GIOVANNI BELARDELLI
Rousseau e Babeuf
Ecco i padri di Stalin
Alla fine degli anni '30 Jacob L. Talmon, frequentando all'università un seminario sulla Rivoluzione francese, rimase fortemente colpito dalle affinità tra il Terrore giacobino e ciò che stava avvenendo a quell'epoca nella Russia di Stalin. Iniziò allora quell'indagine sulle origini remote del totalitarismo comunista che doveva sfociare nella pubblicazione di un testo ormai classico nella storia delle ideologie politiche, Le origini della democrazia totalitaria . Il volume comparve nel 1952, dunque in un periodo - come ricorda Carlo Galli presentandone la riedizione (Il Mulino, pagine 448, lire 34.000) - nel quale la cultura occidentale si stava interrogando su che cosa avesse determinato la nascita di ideologie e regimi totalitari. E Talmon si inseriva in quel filone di studi in modo originale, cercando nel pensiero di Rousseau, dei giacobini, di Babeuf, le radici di una forma di democrazia alternativa a quella liberale: la democrazia totalitaria, appunto. Entrambe esaltavano la libertà, ma la concepivano in modi radicalmente differenti. Per la democrazia liberale la libertà è anzitutto assenza di coercizione; per quella totalitaria essa coincide con la realizzazione di un fine collettivo, giusto e perciò indiscutibile. Mentre la prima ha un'idea intrinsecamente imperfetta dell'agire politico, la seconda concepisce la politica come strumento per attuare la Verità e il Bene. Per conseguenza, le opinioni differenti, che costituiscono il sale della democrazia liberale, finiscono col rappresentare un crimine nella visione democratico-totalitaria. Al principio dell'800 Benjamin Constant si era chiesto come mai Rousseau, "genio sublime che era animato dal più puro amore della libertà", avesse fornito "pretesti funesti a più di un tipo di tirannia".
Talmon si poneva in fondo il medesimo interrogativo e cercava di dare una risposta analizzando le antinomie del pensiero giacobino, la sua concezione "assolutista" della politica, la contraddizione irrisolvibile tra l'esaltazione della libertà e la volontà di attuare un fine collettivo predeterminato razionalmente e dunque indiscutibile. Naturalmente, l'indagine di Talmon, come spesso avviene per gli studi innovativi, presentava anche qualche forzatura nell'individuazione della continuità tra giacobinismo e comunismo. Questo non ha impedito che l'opera venisse giustamente apprezzata a livello internazionale. Ma non in Italia. Nel nostro Paese infatti il libro, pubblicato la prima volta nel 1967 sempre presso Il Mulino, passò sostanzialmente inosservato, tanto che nessuna rivista storica ritenne opportuno dedicargli una recensione. Questo avvenne per due motivi, che rimandano ad altrettanti caratteri della cultura politico-storiografica dell'epoca.
In primo luogo, tutto il filone di ricerche sul totalitarismo appariva sospetto a molti studiosi italiani, proprio a causa di ciò che ne rappresentava invece il principale pregio: la possibilità di analizzare in forma comparata i regimi nazista e fascista, da un lato, e i regimi comunisti dall'altro. Il concetto di totalitarismo era dunque circondato da un alone di sospetto, tanto che - ad esempio - Démocratie et totalitarisme di Raymond Aron venne pubblicato da noi, nel 1973, con l'anodino titolo Teoria dei regimi politici . Per la verità, nell'Italia repubblicana il termine aveva circolato largamente ma in una accezione insieme limitativa e peculiare: cioè con riferimento al fascismo e, addirittura, alla Democrazia cristiana. Nella "legge truffa", scrisse ad esempio Togliatti, si manifestava il "totalitarismo clericale" di De Gasperi. Lelio Basso pubblicava nel 1951 un libro intitolato Due totalitarismi , che erano - chiariva il sottotitolo - il fascismo e la Dc. In anni in cui si era affermato un "marxismo-gramscismo-togliattismo-leliobassismo" (come lo definì Leo Valiani), poteva apparire inammissibile parlare del comunismo come di una forma di totalitarismo. Ma a determinare la sfortuna italiana del libro di Talmon concorreva anche un altro fatto. Il collegamento fra Rivoluzione francese e Rivoluzione russa, postulato nelle Origini della democrazia totalitaria , in Italia circolava largamente, ma con un segno nettamente positivo. In sostanza, per la cultura di sinistra dell'epoca i bolscevichi erano stati dei giacobini finalmente conseguenti, poiché avevano attuato - sia pure con qualche "eccesso" repressivo - ciò che era stato annunciato nell'89 francese. Ciò che Talmon stigmatizzava come "democrazia totalitaria" era considerato piuttosto come una forma più avanzata di democrazia, in grado di dare sostanza alle "vuote" proclamazioni della democrazia liberale. Anche per questo, dunque, il libro di Talmon venne accolto con sostanziale freddezza. Naturalmente, oggi il libro può essere letto al di fuori delle polemiche e delle ideologie degli anni in cui comparve la traduzione italiana, e dunque come un'opera fondamentale per comprendere il pensiero rivoluzionario. Ma in un Paese come il nostro, in cui ci sono ancora studiosi e intellettuali che si definiscono con orgoglio "giacobini", servirà anche a ricordare che la democrazia liberale, rispetto a quella di Robespierre, è davvero un'altra cosa.
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vedi anche
Filosofia (e) politica