VEGETTI FINZI Io dissidente femminista| La psicologa racconta perché
ha preso le distanze da Luisa Muraro, leader della teoria
della differenza: sono contro ogni apartheid |
| "Il mio maestro... Di mia iniziativa non direi mai così. Non
fa parte del linguaggio femminile, questo riferimento. Sono gli
uomini a dire: "il mio maestro", non le donne". E perché mai?
Troppa supponenza o eccesso di timidezza? "Né l'una né l'altra
cosa. È che le donne, se non mimano il modo di fare maschile,
hanno un modo orizzontale di relazionarsi. E fluido. Prendono
da più parti (e nel contempo, a volte, danno su altri piani),
hanno un modo di formarsi meno strutturato degli uomini". I
quali che cosa fanno - o hanno - di tanto diverso? "Il senso
della gerarchia. Vedono e vivono le relazioni secondo una
modalità verticale: perciò ecco in cima il maestro da cui
discende l'allievo. L'esercito è il loro tipico organigramma
mentale, che poi ripropongono sotto diverse forme: gli
ospedali, i giornali, la scuola sono strutturati secondo quello
schema".
Allora questa intervista su "il mio cattivo maestro" con lei,
Silvia Vegetti Finzi, "maestra" a sua volta all'università di
Pavia in quanto docente di Psicologia dinamica, non la si può
fare? Né con altre signore della cultura o dello spettacolo: sarà
dunque una serie solo al maschile, la nostra sul Corriere?
Sorride la signora Vegetti Finzi: come dirà poi, la mediazione è il
suo tratto distintivo. Sorride e acconsente: "Sì, posso indicare un
mio maestro. Anzi, due". Non esageriamo, adesso. Ride: "Ma no.
Mio maestro nel senso maschile del termine, e per la psicoanalisi,
è stato Leonardo Ancona conosciuto nel '62-'64 alla Cattolica di
Milano. Una figura importante: per primo riuscì a portare dentro
l'ambito cattolico la disciplina dell'inconscio, che era stata
condannata dalle autorità ecclesiastiche. Ma fu un incontro
fuggevole: servì a darmi un'idea problematica e una prospettiva
storica della psicoanalisi. Più influente, ma anche più conflittuale,
è stato il mio maestro, anzi maestra, per la seconda componente
della mia formazione, il femminismo. Si tratta di Luisa Muraro e
il rapporto con lei non fu certo di tipo istituzionale".
Già. Muraro, nome di punta del femminismo "storico", una delle
più "dure e pure", intransigente su teoria e pratica del separatismo
dall'altra metà della terra, gli uomini. Allora una leader, non una
docente in senso proprio. Per cui è forse opportuno che ora Silvia
Vegetti Finzi completi quel che stava dicendo su come le donne si
rapportano ai maestri. "Un modo di dire femminista è che le
donne sono "acqua nell'acqua" perché le loro relazioni sono
fluide, e reciproche, anche nell'insegnamento. Per esempio, una
docente di chimica può chiedere alla sua allieva un consiglio su
come vestirsi. Un uomo non lo farebbe mai. Un'assistente può
essere recepita come maestra di vita da una cattedratica
accademicamente molto più sapiente e potente di lei. Ecco la
mobilità orizzontale delle donne. Dove convivono l'avvicinarsi e
l'allontanarsi, l'affettività e l'aggressività, la gratitudine e
l'invidia. L'uomo è più schematico e si muove, nel rapporto con
gli altri, secondo un asse verticale che evidenzia e organizza la
competizione".
Dunque la Muraro, il femminismo... "1975, esce in Italia
Speculum. L'altra donna , della filosofa francese Luce Irigaray, e
a tradurlo è Luisa Muraro. La mia storia comincia lì. Quel libro è
il manifesto del femminismo della liberazione, dopo quello
ugualitario dell'emancipazione". Due parole per spiegare la
differenza? "Nel dopoguerra una forte spinta emancipatoria ha
chiesto la parità di trattamento tra i due sessi. Ben presto però ci si
è accorte che questo andava a svantaggio delle donne, che non
sono in tutto e per tutto "uguali" agli uomini, ma hanno una loro
specificità che nell'eguaglianza non veniva riconosciuta. Per tutti
gli anni '80 nel femminismo domina allora il tema della
"differenza". Col foglio ViaDogana , così chiamato dalla strada
dove si trova tuttora la "Libreria delle donne" a Milano, che esce
dall'81, si alimenta il pensiero e la pratica della differenza
sessuale. Significa costruire un'identità femminile a partire da noi
stesse, non dall'immagine ricevuta dalla cultura maschile. In
quest'ambito l'animatrice, la migliore testa pensante è appunto
Luisa Muraro". Il percorso, fondato sulla programmatica
parzialità dei due sessi, condurrà alla pratica del totale distacco
dal mondo degli uomini. "Separatismo, si chiamò. E Luisa e
quante gravitavano attorno alla "Libreria delle donne" lo
lanciarono e lo scelsero come pratica di vita. Ecco, su questo mi
distaccai. Nonostante le difficoltà, ritenevo e ritengo che vivere
insieme, uomini e donne, sia una ricchezza per tutti. Ho un marito
un po' maschilista, che però mi ha insegnato, sia pure con modi
piuttosto rudi, stile sergente di Full Metal Jacket , il senso
critico, l'impegno sociale, la prospettiva filosofica...".
È lui il maestro buono, dunque... "Diciamo il buon maestro,
come tutti quelli che fanno crescere". Dalla Muraro, allora,
divorzio totale? "Chiariamo: mi è stata maestra per tanti temi. E
le sono grata. Ho recepito le sue parole d'ordine, poi però le ho
gestite a modo mio. Ho praticato il separatismo mentale cercando
di pensare fuori dagli schemi sia nelle psicoterapie sia nel mio
lavoro teorico. Ho rifiutato il separatismo come modo di vivere".
Il gruppo raccolto attorno e dominato da Luisa Muraro scelse un'
apartheid radicale dagli uomini, in quegli anni l'ingresso alla
Libreria era vietato persino ai maschi neonati. Ma Silvia Vegetti
Finzi concentra la sua critica sulla verticalità che si venne a
instaurare in quel gruppo. "In cima al collettivo si ergeva la figura
della madre simbolica, che poi era Luisa. Il modello era il
convento femminile e, in quanto chiuso, divenne ben presto
intollerante di ogni dissidenza: per chi avanza perplessità, per chi
dissente, anatemi. Scomuniche".
No, Silvia non ci sta. "Sono profondamente laica. Non mi va
nessuna "chiesa". Penso che dalla tolleranza possono nascere
cento fiori, dall'intolleranza un pensiero unico. Non fa per me".
Ma ancora non siamo arrivati al dissidio più grave, alla maggiore
accusa di "nocività" rivolta dall'allieva al magistero di Luisa
Muraro. "In quegli anni veniva teorizzata la pratica
dell'"affidamento", per cui una giovane deve affidarsi a una donna
cui riconosce un maggior valore. Teoria completata dal fatto che
ogni donna deve guardare indietro per riconoscere la propria
genealogia femminile nella madre naturale e nelle "madri
simboliche", quelle che hanno avuto e hanno più sapere (che poi è
più potere). No, tutto questo non mi andava proprio. Era troppo
rigido e programmato. Come ho già detto, l'autorità tra le donne è
mobile, non può essere formalizzata. Quanto alla centralità della
madre, d'accordo, ma anziché guardare solo indietro, verso madri
fondanti, penso che la donna debba anche esprimere il suo
potenziale materno, proiettandosi in avanti. Non importa che
generi davvero figli, quel che conta è pensare e vivere
maternamente, con spirito di accoglienza, di generosità, con
capacità di creare nuovi legami sociali" .
In conclusione, che cosa ha preso di buono dalla "maestra di
femminismo" Luisa Muraro? Sembrerebbe ben poco... "No, è
tanto. Luisa ha fatto analisi molto acute, ha sviluppato tematiche
originali, ha lanciato parole d'ordine di vasta risonanza. Da lei ho
recepito temi essenziali, come quello della differenza sessuale nel
linguaggio e nell'etica, poi - è vero - le ho gestite a modo mio,
facendo tesoro della psicoanalisi e soprattutto del lavoro clinico
con le bambine".
E per concentrare la parte "cattiva", origine del disconoscimento
della maestra Luisa Muraro, cosa direbbe? "Si è tenuta per sé
tutta l'autorità, negandola alle donne che esprimevano un pensiero
o proponevano una pratica diversi dai suoi. Lei è indubbiamente
autorevole. Lo riconosco eccome, dobbiamo riconoscerlo tutte
con gratitudine, ma ha tratti di autoritarismo inaccettabile. Pensi
che nel 1988, nel tentativo di ricucire i dissensi, organizzammo
un convegno nazionale a Firenze dal titolo "Vivere e pensare la
differenza". Vennero tutte le maggiori protagoniste del
femminismo culturale. Luisa non venne. Inviò una lettera,
durissima, che terminava così: "Sono, siamo contro il pluralismo
perché genera indifferenza, lascia pensare, dire, ascoltare parole
senza conseguenze". A parte il resto, quel "sono, siamo" dice
tutto...!".
Dunque, niente più maestri e maestre, tranne lei stessa, docente a
Pavia, con tanti allievi e, soprattutto, allieve. È così?
"No, no. In altri gruppi femministi, come quello di Roma (il
famoso "Virginia Woolf") e di Firenze, insegnare e imparare
erano funzioni reciproche. Con Alessandra Bocchetti, Nadia
Fusini e Gabriella Buzzatti siamo state di volta in volta maestre e
allieve. E - da notare - tutte le mie maestre sono più giovani di
me. Questo tra uomini non potrebbe mai accadere, impossibile per
loro riconoscersi allievi di uno più giovane".
Per concludere, parliamo del femminismo oggi, a che punto è la
militanza e come si pone. "Per quanto mi concerne", risponde
Silvia Vegetti Finzi con quel suo eterno, spesso impercettibile
sorriso, "sono rimasta una signora borghese che cerca, senza
fretta, di mutare se stessa prima ancora delle altre e del mondo.
Quanto all'eredità di quella stagione infuocata del femminismo,
non ne abbiamo lasciata molta. Tra intransigenze o chiusure o
dispersioni, è un fatto che ora abbiamo ben poche figlie, e ancor
meno nipoti. Però... però il femminismo è una delle rare
rivoluzioni riuscite. Ed è ancora aperta: è stata definita la
rivoluzione più lunga".
Ma non c'è contraddizione col discorso di prima, che mancano le
figlie e le nipoti di quelle "madri fondanti" anni '70 e '80?
"No, perché in questa rivoluzione molte esperienze e molte
conquiste sono passate - e passano ancora - senza però che le si
riconosca come frutto del femminismo. In realtà dopo quegli anni
essere donna ha un senso e un valore diversi. Anche se le giovani
non lo sanno". |