RASSEGNA STAMPA

8 AGOSTO 2000
SERENA ZOLI
VEGETTI FINZI Io dissidente femminista
La psicologa racconta perché ha preso le distanze da Luisa Muraro, leader della teoria della differenza: sono contro ogni apartheid
"Il mio maestro... Di mia iniziativa non direi mai così. Non fa parte del linguaggio femminile, questo riferimento. Sono gli uomini a dire: "il mio maestro", non le donne". E perché mai? Troppa supponenza o eccesso di timidezza? "Né l'una né l'altra cosa. È che le donne, se non mimano il modo di fare maschile, hanno un modo orizzontale di relazionarsi. E fluido. Prendono da più parti (e nel contempo, a volte, danno su altri piani), hanno un modo di formarsi meno strutturato degli uomini". I quali che cosa fanno - o hanno - di tanto diverso? "Il senso della gerarchia. Vedono e vivono le relazioni secondo una modalità verticale: perciò ecco in cima il maestro da cui discende l'allievo. L'esercito è il loro tipico organigramma mentale, che poi ripropongono sotto diverse forme: gli ospedali, i giornali, la scuola sono strutturati secondo quello schema". Allora questa intervista su "il mio cattivo maestro" con lei, Silvia Vegetti Finzi, "maestra" a sua volta all'università di Pavia in quanto docente di Psicologia dinamica, non la si può fare? Né con altre signore della cultura o dello spettacolo: sarà dunque una serie solo al maschile, la nostra sul Corriere? Sorride la signora Vegetti Finzi: come dirà poi, la mediazione è il suo tratto distintivo. Sorride e acconsente: "Sì, posso indicare un mio maestro. Anzi, due". Non esageriamo, adesso. Ride: "Ma no.
Mio maestro nel senso maschile del termine, e per la psicoanalisi, è stato Leonardo Ancona conosciuto nel '62-'64 alla Cattolica di Milano. Una figura importante: per primo riuscì a portare dentro l'ambito cattolico la disciplina dell'inconscio, che era stata condannata dalle autorità ecclesiastiche. Ma fu un incontro fuggevole: servì a darmi un'idea problematica e una prospettiva storica della psicoanalisi. Più influente, ma anche più conflittuale, è stato il mio maestro, anzi maestra, per la seconda componente della mia formazione, il femminismo. Si tratta di Luisa Muraro e il rapporto con lei non fu certo di tipo istituzionale". Già. Muraro, nome di punta del femminismo "storico", una delle più "dure e pure", intransigente su teoria e pratica del separatismo dall'altra metà della terra, gli uomini. Allora una leader, non una docente in senso proprio. Per cui è forse opportuno che ora Silvia Vegetti Finzi completi quel che stava dicendo su come le donne si rapportano ai maestri. "Un modo di dire femminista è che le donne sono "acqua nell'acqua" perché le loro relazioni sono fluide, e reciproche, anche nell'insegnamento. Per esempio, una docente di chimica può chiedere alla sua allieva un consiglio su come vestirsi. Un uomo non lo farebbe mai. Un'assistente può essere recepita come maestra di vita da una cattedratica accademicamente molto più sapiente e potente di lei. Ecco la mobilità orizzontale delle donne. Dove convivono l'avvicinarsi e l'allontanarsi, l'affettività e l'aggressività, la gratitudine e l'invidia. L'uomo è più schematico e si muove, nel rapporto con gli altri, secondo un asse verticale che evidenzia e organizza la competizione". Dunque la Muraro, il femminismo... "1975, esce in Italia Speculum. L'altra donna , della filosofa francese Luce Irigaray, e a tradurlo è Luisa Muraro. La mia storia comincia lì. Quel libro è il manifesto del femminismo della liberazione, dopo quello ugualitario dell'emancipazione". Due parole per spiegare la differenza? "Nel dopoguerra una forte spinta emancipatoria ha chiesto la parità di trattamento tra i due sessi. Ben presto però ci si è accorte che questo andava a svantaggio delle donne, che non sono in tutto e per tutto "uguali" agli uomini, ma hanno una loro specificità che nell'eguaglianza non veniva riconosciuta. Per tutti gli anni '80 nel femminismo domina allora il tema della "differenza". Col foglio ViaDogana , così chiamato dalla strada dove si trova tuttora la "Libreria delle donne" a Milano, che esce dall'81, si alimenta il pensiero e la pratica della differenza sessuale. Significa costruire un'identità femminile a partire da noi stesse, non dall'immagine ricevuta dalla cultura maschile. In quest'ambito l'animatrice, la migliore testa pensante è appunto Luisa Muraro". Il percorso, fondato sulla programmatica parzialità dei due sessi, condurrà alla pratica del totale distacco dal mondo degli uomini. "Separatismo, si chiamò. E Luisa e quante gravitavano attorno alla "Libreria delle donne" lo lanciarono e lo scelsero come pratica di vita. Ecco, su questo mi distaccai. Nonostante le difficoltà, ritenevo e ritengo che vivere insieme, uomini e donne, sia una ricchezza per tutti. Ho un marito un po' maschilista, che però mi ha insegnato, sia pure con modi piuttosto rudi, stile sergente di Full Metal Jacket , il senso critico, l'impegno sociale, la prospettiva filosofica...". È lui il maestro buono, dunque... "Diciamo il buon maestro, come tutti quelli che fanno crescere". Dalla Muraro, allora, divorzio totale? "Chiariamo: mi è stata maestra per tanti temi. E le sono grata. Ho recepito le sue parole d'ordine, poi però le ho gestite a modo mio. Ho praticato il separatismo mentale cercando di pensare fuori dagli schemi sia nelle psicoterapie sia nel mio lavoro teorico. Ho rifiutato il separatismo come modo di vivere".
Il gruppo raccolto attorno e dominato da Luisa Muraro scelse un' apartheid radicale dagli uomini, in quegli anni l'ingresso alla Libreria era vietato persino ai maschi neonati. Ma Silvia Vegetti Finzi concentra la sua critica sulla verticalità che si venne a instaurare in quel gruppo. "In cima al collettivo si ergeva la figura della madre simbolica, che poi era Luisa. Il modello era il convento femminile e, in quanto chiuso, divenne ben presto intollerante di ogni dissidenza: per chi avanza perplessità, per chi dissente, anatemi. Scomuniche". No, Silvia non ci sta. "Sono profondamente laica. Non mi va nessuna "chiesa". Penso che dalla tolleranza possono nascere cento fiori, dall'intolleranza un pensiero unico. Non fa per me". Ma ancora non siamo arrivati al dissidio più grave, alla maggiore accusa di "nocività" rivolta dall'allieva al magistero di Luisa Muraro. "In quegli anni veniva teorizzata la pratica dell'"affidamento", per cui una giovane deve affidarsi a una donna cui riconosce un maggior valore. Teoria completata dal fatto che ogni donna deve guardare indietro per riconoscere la propria genealogia femminile nella madre naturale e nelle "madri simboliche", quelle che hanno avuto e hanno più sapere (che poi è più potere). No, tutto questo non mi andava proprio. Era troppo rigido e programmato. Come ho già detto, l'autorità tra le donne è mobile, non può essere formalizzata. Quanto alla centralità della madre, d'accordo, ma anziché guardare solo indietro, verso madri fondanti, penso che la donna debba anche esprimere il suo potenziale materno, proiettandosi in avanti. Non importa che generi davvero figli, quel che conta è pensare e vivere maternamente, con spirito di accoglienza, di generosità, con capacità di creare nuovi legami sociali" . In conclusione, che cosa ha preso di buono dalla "maestra di femminismo" Luisa Muraro? Sembrerebbe ben poco... "No, è tanto. Luisa ha fatto analisi molto acute, ha sviluppato tematiche originali, ha lanciato parole d'ordine di vasta risonanza. Da lei ho recepito temi essenziali, come quello della differenza sessuale nel linguaggio e nell'etica, poi - è vero - le ho gestite a modo mio, facendo tesoro della psicoanalisi e soprattutto del lavoro clinico con le bambine". E per concentrare la parte "cattiva", origine del disconoscimento della maestra Luisa Muraro, cosa direbbe? "Si è tenuta per sé tutta l'autorità, negandola alle donne che esprimevano un pensiero o proponevano una pratica diversi dai suoi. Lei è indubbiamente autorevole. Lo riconosco eccome, dobbiamo riconoscerlo tutte con gratitudine, ma ha tratti di autoritarismo inaccettabile. Pensi che nel 1988, nel tentativo di ricucire i dissensi, organizzammo un convegno nazionale a Firenze dal titolo "Vivere e pensare la differenza". Vennero tutte le maggiori protagoniste del femminismo culturale. Luisa non venne. Inviò una lettera, durissima, che terminava così: "Sono, siamo contro il pluralismo perché genera indifferenza, lascia pensare, dire, ascoltare parole senza conseguenze". A parte il resto, quel "sono, siamo" dice tutto...!". Dunque, niente più maestri e maestre, tranne lei stessa, docente a Pavia, con tanti allievi e, soprattutto, allieve. È così?
"No, no. In altri gruppi femministi, come quello di Roma (il famoso "Virginia Woolf") e di Firenze, insegnare e imparare erano funzioni reciproche. Con Alessandra Bocchetti, Nadia Fusini e Gabriella Buzzatti siamo state di volta in volta maestre e allieve. E - da notare - tutte le mie maestre sono più giovani di me. Questo tra uomini non potrebbe mai accadere, impossibile per loro riconoscersi allievi di uno più giovane". Per concludere, parliamo del femminismo oggi, a che punto è la militanza e come si pone. "Per quanto mi concerne", risponde Silvia Vegetti Finzi con quel suo eterno, spesso impercettibile sorriso, "sono rimasta una signora borghese che cerca, senza fretta, di mutare se stessa prima ancora delle altre e del mondo.
Quanto all'eredità di quella stagione infuocata del femminismo, non ne abbiamo lasciata molta. Tra intransigenze o chiusure o dispersioni, è un fatto che ora abbiamo ben poche figlie, e ancor meno nipoti. Però... però il femminismo è una delle rare rivoluzioni riuscite. Ed è ancora aperta: è stata definita la rivoluzione più lunga". Ma non c'è contraddizione col discorso di prima, che mancano le figlie e le nipoti di quelle "madri fondanti" anni '70 e '80? "No, perché in questa rivoluzione molte esperienze e molte conquiste sono passate - e passano ancora - senza però che le si riconosca come frutto del femminismo. In realtà dopo quegli anni essere donna ha un senso e un valore diversi. Anche se le giovani non lo sanno".
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