RASSEGNA STAMPA

6 AGOSTO 2000
EMANUELE SEVERINO
L'etica tra scienza e politica
Se la "buona fede" non basta alla morale
Oggi la morale è interpellata, invocata, difesa da molte voci importanti. Non si sospetta neppure che essa sia un sepolcro imbiancato. L'immoralità - e innanzitutto la violenza - non è certo una casa riempita dal sole. È un sepolcro non imbiancato. Ma in un tempo di violenza come il nostro non è immorale e dannoso insinuare il sospetto che la morale sia un sepolcro imbiancato? D'altra parte, l'uomo vivrà forse nella luce del sole, se invece di abitare quelli non imbiancati abiterà sepolcri imbiancati?
In nome della morale si condannano in Europa e negli Stati Uniti i rigurgiti del nazismo. E ancora nel suo nome la scienza rifiuta la mercificazione degli embrioni umani. I problemi del razzismo e dell'immigrazione vengono affrontati in termini "umanitari", cioè, daccapo, morali. Nella cultura capitalistica si sostiene che un'azienda non può funzionare efficacemente senza morale. Oggi lo si risente dire anche a proposito della politica. Ancora in nome di una comune morale le religioni del mondo tentano di avvicinarsi tra loro. Gli intellettuali che riescono a farsi sentire "esortano". In tono pensoso alcuni, altri con l'ironia e la satira. "Esortano" a non violare le leggi morali. Ma che cos'è la morale? La complessità del problema è gigantesca. Anche gli addetti ai lavori annaspano. I benpensanti "esortano" - come bambini che esortano a salire su un convoglio di cui non possono conoscere il funzionamento.
Tuttavia esiste un nucleo attorno al quale tendono a convergere le concezioni più disparate della morale - cristiane e non cristiane, antiche e moderne - e che è anche il loro punto più alto. Esso afferma che un'azione è morale quando è compiuta con retta intenzione, cioè in buona fede. Anche gli atei dicono: beati gli uomini di "buona volontà". Alcuni diranno che è un nucleo troppo ristretto; che, ad esempio, bisogna guardare, oltre alle intenzioni, anche alle conseguenze dell'agire. Però nemmeno per costoro (o per chi ritiene indispensabili i Dieci Comandamenti) un'azione è morale se non è compiuta "in buona fede". Oltre che innocente, sembra, questa, un'espressione così semplice e chiara - così bianca! (una tinta non deve essere bianca per imbiancare?). Ma che significa agire "in buona fede"? Generalmente si risponde: significa fare ciò che si è intimamente convinti di dover fare. La buona fede è appunto questa convinzione. Se uno è convinto di dover sacrificare la propria vita per il bene del prossimo, e la sacrifica, costui agisce in buona fede. E anche chi, convinto di doverlo fare, sacrifica un gran numero di vite umane per salvare un popolo intero. Chiediamoci: l'uomo morale, ossia chi è convinto di dover fare ciò che fa, possiede forse una scienza incontrovertibile, innegabile, necessaria, immodificabile intorno a ciò che egli deve fare? Se rispondiamo di sì, veniamo a dire che solo chi possiede questa scienza può essere un uomo morale. Agli ignoranti e alla maggior parte degli uomini sarebbe preclusa la possibilità di essere morali. Ma poi, dove mai potremmo trovare quella scienza? L'uomo morale, dunque, una scienza siffatta non la possiede. Egli è sì intimamente convinto di dover fare ciò che fa, ma questa convinzione è una fede, e appunto per questo non si dice che egli sia "in buona scienza", ma che è "in buona fede". Ma una fede - qualsiasi fede - è una certezza smentibile, che potrebbe rivelarsi falsa, e il cui contenuto potrebbe non convincere più chi ne era convinto. Ed eccoci al punto cruciale, che qui dobbiamo limitarci a guardare da lontano. Chi ha una fede qualsiasi deve esser cosciente di ciò in cui egli crede; ma, si è visto, ciò in cui crede non gli si può presentare all'interno di quella scienza innegabile di cui abbiam detto: gli si deve dunque presentare nel suo esser qualcosa di smentibile.
Facciamo ancora un passo? Si tratta di comprendere che il dubbio non è altro che la situazione di cui abbiamo appena parlato, quella cioè dove, nella fede, la coscienza ha dinanzi qualcosa che non si presenta con i caratteri di una scienza innegabile e assoluta. Ma questo non significa forse che chi ha fede dubita; e non prima o dopo, ma proprio nell'atto in cui ha fede, e proprio perché ha fede? Non significa dunque che la fede, come pura fede che riesca a liberarsi per un solo momento dal dubbio, non può esistere?
Se questo è la fede, che ne è allora della "buona fede", senza di cui non c'è morale? Dovremo dire che, come ogni fedele (ateo o religioso) anche chi è "in buona fede" dubita. Dubita che quello che egli crede di dover fare sia proprio quello che egli deve fare. Agisce dunque col dubbio di non star facendo quello che deve fare. Sacrifica ad esempio la vita altrui col dubbio di non star facendo quel che egli deve fare. Ma che nome daremo a questa forma di azione se non quello di "malafede", sia pure di un tipo particolare ed implicito? E allora non dovremo dire che all'essenza della "buona fede" appartiene la "malafede"? In un mio libro ( La buona fede , Rizzoli, 1999), ciò che qui abbiamo appena accennato - e in qualche modo alterato - vien mostrato in concreto, e nel contesto che gli è proprio. Qui si poteva solo intravvedere perché ci si è azzardati a dire che la morale è un sepolcro imbiancato: perché la "buona fede" è il bianco che ricopre il sepolcro della "malafede". Chi parlava dei sepolcri imbiancati guardava verso una morale sublime. Ma il pensiero non ci spinge ad affermare che proprio le morali sublimi sono sepolcri imbiancati?
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vedi anche
Filosofia morale