L'etica tra scienza e politica| Se la "buona fede" non basta alla morale |
| Oggi la morale è interpellata, invocata, difesa da molte
voci importanti. Non si sospetta neppure che essa sia un
sepolcro imbiancato. L'immoralità - e innanzitutto la violenza -
non è certo una casa riempita dal sole. È un sepolcro non
imbiancato. Ma in un tempo di violenza come il nostro non è
immorale e dannoso insinuare il sospetto che la morale sia un
sepolcro imbiancato? D'altra parte, l'uomo vivrà forse nella luce
del sole, se invece di abitare quelli non imbiancati abiterà
sepolcri imbiancati?
In nome della morale si condannano in Europa e negli Stati
Uniti i rigurgiti del nazismo. E ancora nel suo nome la scienza
rifiuta la mercificazione degli embrioni umani. I problemi del
razzismo e dell'immigrazione vengono affrontati in termini
"umanitari", cioè, daccapo, morali. Nella cultura capitalistica si
sostiene che un'azienda non può funzionare efficacemente
senza morale. Oggi lo si risente dire anche a proposito della
politica. Ancora in nome di una comune morale le religioni del
mondo tentano di avvicinarsi tra loro. Gli intellettuali che
riescono a farsi sentire "esortano". In tono pensoso alcuni,
altri con l'ironia e la satira. "Esortano" a non violare le leggi
morali. Ma che cos'è la morale? La complessità del problema è
gigantesca. Anche gli addetti ai lavori annaspano. I
benpensanti "esortano" - come bambini che esortano a salire
su un convoglio di cui non possono conoscere il funzionamento.
Tuttavia esiste un nucleo attorno al quale tendono a
convergere le concezioni più disparate della morale - cristiane
e non cristiane, antiche e moderne - e che è anche il loro punto
più alto. Esso afferma che un'azione è morale quando è
compiuta con retta intenzione, cioè in buona fede. Anche gli
atei dicono: beati gli uomini di "buona volontà".
Alcuni diranno che è un nucleo troppo ristretto; che, ad
esempio, bisogna guardare, oltre alle intenzioni, anche alle
conseguenze dell'agire. Però nemmeno per costoro (o per chi
ritiene indispensabili i Dieci Comandamenti) un'azione è
morale se non è compiuta "in buona fede". Oltre che
innocente, sembra, questa, un'espressione così semplice e
chiara - così bianca! (una tinta non deve essere bianca per
imbiancare?).
Ma che significa agire "in buona fede"? Generalmente si
risponde: significa fare ciò che si è intimamente convinti di
dover fare. La buona fede è appunto questa convinzione. Se
uno è convinto di dover sacrificare la propria vita per il bene
del prossimo, e la sacrifica, costui agisce in buona fede. E
anche chi, convinto di doverlo fare, sacrifica un gran numero di
vite umane per salvare un popolo intero.
Chiediamoci: l'uomo morale, ossia chi è convinto di dover fare
ciò che fa, possiede forse una scienza incontrovertibile,
innegabile, necessaria, immodificabile intorno a ciò che egli
deve fare? Se rispondiamo di sì, veniamo a dire che solo chi
possiede questa scienza può essere un uomo morale. Agli
ignoranti e alla maggior parte degli uomini sarebbe preclusa la
possibilità di essere morali. Ma poi, dove mai potremmo
trovare quella scienza? L'uomo morale, dunque, una scienza
siffatta non la possiede. Egli è sì intimamente convinto di
dover fare ciò che fa, ma questa convinzione è una fede, e
appunto per questo non si dice che egli sia "in buona scienza",
ma che è "in buona fede".
Ma una fede - qualsiasi fede - è una certezza smentibile, che
potrebbe rivelarsi falsa, e il cui contenuto potrebbe non
convincere più chi ne era convinto. Ed eccoci al punto cruciale,
che qui dobbiamo limitarci a guardare da lontano. Chi ha una
fede qualsiasi deve esser cosciente di ciò in cui egli crede; ma,
si è visto, ciò in cui crede non gli si può presentare all'interno
di quella scienza innegabile di cui abbiam detto: gli si deve
dunque presentare nel suo esser qualcosa di smentibile.
Facciamo ancora un passo? Si tratta di comprendere che il
dubbio non è altro che la situazione di cui abbiamo appena
parlato, quella cioè dove, nella fede, la coscienza ha dinanzi
qualcosa che non si presenta con i caratteri di una scienza
innegabile e assoluta. Ma questo non significa forse che chi ha
fede dubita; e non prima o dopo, ma proprio nell'atto in cui ha
fede, e proprio perché ha fede? Non significa dunque che la
fede, come pura fede che riesca a liberarsi per un solo
momento dal dubbio, non può esistere?
Se questo è la fede, che ne è allora della "buona fede", senza
di cui non c'è morale? Dovremo dire che, come ogni fedele
(ateo o religioso) anche chi è "in buona fede" dubita. Dubita
che quello che egli crede di dover fare sia proprio quello che
egli deve fare. Agisce dunque col dubbio di non star facendo
quello che deve fare. Sacrifica ad esempio la vita altrui col
dubbio di non star facendo quel che egli deve fare. Ma che
nome daremo a questa forma di azione se non quello di
"malafede", sia pure di un tipo particolare ed implicito? E
allora non dovremo dire che all'essenza della "buona fede"
appartiene la "malafede"?
In un mio libro ( La buona fede , Rizzoli, 1999), ciò che qui
abbiamo appena accennato - e in qualche modo alterato - vien
mostrato in concreto, e nel contesto che gli è proprio. Qui si
poteva solo intravvedere perché ci si è azzardati a dire che la
morale è un sepolcro imbiancato: perché la "buona fede" è il
bianco che ricopre il sepolcro della "malafede". Chi parlava dei
sepolcri imbiancati guardava verso una morale sublime. Ma il
pensiero non ci spinge ad affermare che proprio le morali sublimi
sono sepolcri imbiancati? |