Un saggio di Nancy| Tutto cominciò dalla libertà |
| Cominciamo dalla fine: "il pensiero è quel che vi è di più
libero per noi. Ma la libertà è il fatto che meno di ogni altro si
lascia ricondurre al pensiero". Così Jean-Luc Nancy in un
frammento che conclude il suo L'esperienza della libertà
(Einaudi, pagine I-XXXVI e 1-184, lire 32.000). Ma se essa "può
superare ogni limite che le si voglia assegnare", come riconosceva
a suo tempo Immanuel Kant, perché scriverne ancora? Non può,
anzi non deve trascendere ogni tentativo di definirla, così che
ciascuna parola che cerca di dirla è per principio inadeguata?
"Libertà come diritto o come potere, autodeterminazione, libero
arbitrio, riconoscimento della legge comune, libertà individuale o
collettiva, libertà civili, politiche, sociali, culturali... anarchia,
libertà libertina o libertaria", ecc. sono tutte "rappresentazioni",
argomenta Nancy, pertinenti alla libertà, ma nelle quali questa
inevitabilmente si sottrae. Presentare la libertà non come un
diritto, una qualità o una proprietà dell'individuo o della
comunità, ma come "un'esperienza, una decisione d'esistenza",
significa (come opportunamente nota Roberto Esposito
nell'Introduzione a questa edizione italiana) sfiorare "il baratro
della ragione". Per dirla con Hegel: la libertà altro non sarebbe
che "la più alta forma del niente". Il lettore potrebbe avere così
l'impressione che la storia della libertà non sia che la versione
laica della storia del Dio delle religioni monoteistiche: nessun
nome può nominarlo, nessun umano sguardo può contemplarne il
volto, nessuna immagine è adeguata all'Onnipotente. Eppure, chi
vuol comunicare agli altri esseri umani il messaggio divino non
può che servirsi di parole e di immagini. La furia dell'iconoclasta
non è che la reazione dell'iconofilo, quando scopre che quelle
"rappresentazioni" sono sempre da meno. Analogamente,
l'esperienza della libertà è già al di là di qualsiasi presa
concettuale, di qualsiasi sapere, nonché di qualsiasi azione.
L'intera storia umana sarebbe dunque storia delle libertà, ma solo
come storia delle uccisioni delle specifiche libertà via via
raggiunte da parte della libertà stessa. Attraverso Heidegger,
Nancy pretende di rovesciare l'ideale liberale e libertario
dell'umana avventura quale teofania della libertà (si pensi, per
esempio, al nostro Croce), per riscoprire invece il paesaggio di
detriti che, per così dire, la marea lascia sulla spiaggia quando si
ritira.
Vanno cercate qui le vere ragioni del disincanto che sono al
contempo quelle della "disperazione" di ogni sinistra , dai
livellatori ai giacobini, dai socialisti marxisti ai sostenitori del
Welfare ? Nemmeno l'anarchico individualista, il difensore dello
stato minimo di Locke o di Nozick, il libertario più o meno
geloso di "diritti" e di "proprietà" se la passa, però, molto bene.
Di fatto, almeno agli occhi di Nancy, egli manca il senso
autenticamente ontologico della libertà, reificandola a mera
determinazione dell'ente. Ma, come insegnava Spinoza, ogni
determinazione è alla radice una negazione. Di nuovo, ritroviamo
al fondo della libertà l'esperienza radicale del nulla. E tuttavia,
tale esperienza non ha (o almeno non dovrebbe avere) il senso di
una paralisi, né di una rinuncia, rappresentando piuttosto la
condizione imprescindibile di ogni pensiero e di ogni azione.
Così, si comincia sempre dalla libertà: essa ha la forma di un
"fondamento infondato", di un "dono gratuito". Un dono, però,
che non va semplicemente atteso, ma che richiede di essere
conquistato. Ogni esperienza, chiarisce Nancy, è sempre "un
tentativo portato senza riserve e lasciato in balia del pericolo della
propria mancanza di base e di certezze". Aveva ragione Heidegger
quando diceva che non è l'essere umano a "possedere la libertà
come una sua proprietà", ma che è la libertà "esistente e svelante"
a possedere l'uomo. Aggiunge Nancy, con suggestiva immagine,
che i posseduti dalla libertà sono come i pirati di un tempo, capaci
di "esporre" vita e fortune "in alto mare". Vorremmo, però,
chiedere a Nancy se questa "condivisione" del rischio davvero
fondi una qualsiasi comunità, o se essa non sia piuttosto l'ultimo
"bagliore" del più audace individualismo. |