RASSEGNA STAMPA

4 AGOSTO 2000
GIULIO GIORELLO
Un saggio di Nancy
Tutto cominciò dalla libertà
Cominciamo dalla fine: "il pensiero è quel che vi è di più libero per noi. Ma la libertà è il fatto che meno di ogni altro si lascia ricondurre al pensiero". Così Jean-Luc Nancy in un frammento che conclude il suo L'esperienza della libertà (Einaudi, pagine I-XXXVI e 1-184, lire 32.000). Ma se essa "può superare ogni limite che le si voglia assegnare", come riconosceva a suo tempo Immanuel Kant, perché scriverne ancora? Non può, anzi non deve trascendere ogni tentativo di definirla, così che ciascuna parola che cerca di dirla è per principio inadeguata? "Libertà come diritto o come potere, autodeterminazione, libero arbitrio, riconoscimento della legge comune, libertà individuale o collettiva, libertà civili, politiche, sociali, culturali... anarchia, libertà libertina o libertaria", ecc. sono tutte "rappresentazioni", argomenta Nancy, pertinenti alla libertà, ma nelle quali questa inevitabilmente si sottrae. Presentare la libertà non come un diritto, una qualità o una proprietà dell'individuo o della comunità, ma come "un'esperienza, una decisione d'esistenza", significa (come opportunamente nota Roberto Esposito nell'Introduzione a questa edizione italiana) sfiorare "il baratro della ragione". Per dirla con Hegel: la libertà altro non sarebbe che "la più alta forma del niente". Il lettore potrebbe avere così l'impressione che la storia della libertà non sia che la versione laica della storia del Dio delle religioni monoteistiche: nessun nome può nominarlo, nessun umano sguardo può contemplarne il volto, nessuna immagine è adeguata all'Onnipotente. Eppure, chi vuol comunicare agli altri esseri umani il messaggio divino non può che servirsi di parole e di immagini. La furia dell'iconoclasta non è che la reazione dell'iconofilo, quando scopre che quelle "rappresentazioni" sono sempre da meno. Analogamente, l'esperienza della libertà è già al di là di qualsiasi presa concettuale, di qualsiasi sapere, nonché di qualsiasi azione.
L'intera storia umana sarebbe dunque storia delle libertà, ma solo come storia delle uccisioni delle specifiche libertà via via raggiunte da parte della libertà stessa. Attraverso Heidegger, Nancy pretende di rovesciare l'ideale liberale e libertario dell'umana avventura quale teofania della libertà (si pensi, per esempio, al nostro Croce), per riscoprire invece il paesaggio di detriti che, per così dire, la marea lascia sulla spiaggia quando si ritira. Vanno cercate qui le vere ragioni del disincanto che sono al contempo quelle della "disperazione" di ogni sinistra , dai livellatori ai giacobini, dai socialisti marxisti ai sostenitori del Welfare ? Nemmeno l'anarchico individualista, il difensore dello stato minimo di Locke o di Nozick, il libertario più o meno geloso di "diritti" e di "proprietà" se la passa, però, molto bene.
Di fatto, almeno agli occhi di Nancy, egli manca il senso autenticamente ontologico della libertà, reificandola a mera determinazione dell'ente. Ma, come insegnava Spinoza, ogni determinazione è alla radice una negazione. Di nuovo, ritroviamo al fondo della libertà l'esperienza radicale del nulla. E tuttavia, tale esperienza non ha (o almeno non dovrebbe avere) il senso di una paralisi, né di una rinuncia, rappresentando piuttosto la condizione imprescindibile di ogni pensiero e di ogni azione.
Così, si comincia sempre dalla libertà: essa ha la forma di un "fondamento infondato", di un "dono gratuito". Un dono, però, che non va semplicemente atteso, ma che richiede di essere conquistato. Ogni esperienza, chiarisce Nancy, è sempre "un tentativo portato senza riserve e lasciato in balia del pericolo della propria mancanza di base e di certezze". Aveva ragione Heidegger quando diceva che non è l'essere umano a "possedere la libertà come una sua proprietà", ma che è la libertà "esistente e svelante" a possedere l'uomo. Aggiunge Nancy, con suggestiva immagine, che i posseduti dalla libertà sono come i pirati di un tempo, capaci di "esporre" vita e fortune "in alto mare". Vorremmo, però, chiedere a Nancy se questa "condivisione" del rischio davvero fondi una qualsiasi comunità, o se essa non sia piuttosto l'ultimo "bagliore" del più audace individualismo.
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