RASSEGNA STAMPA

2 AGOSTO 2000
GEORGE SOROS
Se il capitalismo è contro la democrazia
In tutto il mondo la democrazia è in marcia. I regimi totalitari e autoritari sono stati spazzati via e contro quelli che restano cresce il rancore popolare. Ma è troppo presto per cantar vittoria, perché anche se il capitalismo trionfa non possiamo parlare di trionfo della democrazia.
Il rapporto tra capitalismo e democrazia è tutt'altro che automatico. I regimi repressivi non rinunciano spontaneamente al potere e godono spesso della complicità di interessi privati, stranieri e nazionali, specie in paesi in cui sono in palio risorse come petrolio o diamanti. Forse oggi la più grave minaccia alla libertà parte da un'alleanza sacrilega tra governo e business, come nel Perù di Fujimori, nello Zimbawe di Mugabe, nella Malesia di Mahatir e nella Russia degli oligarchi, dove spesso si presentano parvenze di processi democratici, ma i poteri statali sono sviati e indirizzati a favorire interessi privati. Il capitalismo crea ricchezza ma non dà garanzie di rispetto della libertà, della democrazia e dello stato di diritto. Il mondo degli affari è motivato dal profitto, non è fatto per salvaguardare principi universali. Gli interessi personali non sono sufficienti neppure alla protezione del mercato stesso: i partecipanti sono in competizione per vincere e, se potessero, eliminerebbero la concorrenza. Così la libertà, la democrazia e lo stato di diritto non possono essere affidati alle forze di mercato, c'è bisogno di salvaguardie istituzionali. Compito tradizionale dello stato nazionale era difendere l'interesse comune. Ma i poteri statali si sono ridotti con l'espandersi dei mercati globali. Dato che il capitale oggi può evitare stati che impongono tasse e regolamentazioni, i governi vanno incontro alle sue richieste.
Sotto molti aspetti questo è positivo. La libera concorrenza produce più ricchezza del controllo statale, la globalizzazione impedisce agli stati di abusare del proprio potere e offre un livello di libertà che nessuno stato potrebbe garantire. La globalizzazione però ha anche i suoi contro: i mercati finanziari sono instabili, la libera concorrenza crea e rafforza disuguaglianze a livello nazionale e internazionale, gli interessi collettivi, dal mantenimento della pace al rispetto dei diritti umani, alla protezione ambientale sono tenuti in scarsa considerazione. Per apprezzare i benefici della globalizzazione è necessario un impegno su scala internazionale nei confronti di questi temi trascurati. Sfortunatamente le istituzioni internazionali esistenti, come le Nazioni Unite, non sono adatte a salvaguardare interessi universali in quanto associazioni di stati, che come tali, difendono gelosamente i propri interessi. Inoltre le pecche delle burocrazie statali si moltiplicano all'interno delle burocrazie internazionali. Nel mondo di oggi la maggior parte dei conflitti non hanno luogo tra gli stati ma al loro interno. Per i popoli soggetti a regimi repressivi la protezione esterna è l' unica ancora di salvezza. I paesi democratici non possono tollerare violazioni su larga scala dei diritti umani e sono disposti a farsi coinvolgere in conflitti locali. Anche se rifiutano il coinvolgimento diretto si trovano a dover fronteggiare il flusso dei rifugiati e altre forme di contagio. Una volta scoppiato il conflitto, come dimostra la Jugoslavia, la maggior parte degli interventi punitivi produce una serie di conseguenze sfavorevoli al di là delle intenzioni. Le sanzioni commerciali favoriscono il contrabbando e i contrabbandieri sono in genere in combutta con le autorità, così che le sanzioni finiscono per rafforzare i governi che dovrebbero rovesciare. L'intervento militare tende a mettere a tacere l'opposizione interna al regime contro cui è diretta. Una prevenzione della crisi è di gran lunga preferibile all'intervento. Il modo migliore di prevenire le crisi è sostenere lo sviluppo di società aperte. E' proprio ciò che intende fare la mia rete di fondazioni. Le società aperte consentono a individui di vedute, background e interessi differenti di vivere assieme in pace. In considerazione della nostra natura umana i conflitti sono inevitabili, ma si riducono notevolmente le occasioni di crisi che richiedano interventi esterni.
Auspico uno sforzo d'insieme delle democrazie evolute per sostenere la crescita della democrazia in parti del mondo meno sviluppate. Ciò dovrebbe avvenire sotto forma di assistenza tecnica e di incentivi economici. Economia e politica non possono essere separate.
Convincente è la tesi sostenuta dal premio Nobel Amaryta Sen che lo sviluppo dovrebbe essere definito in termini di libertà e non in termini di prodotto interno lordo. Il sistema capitalistico globale ha creato un terreno di gioco molto irregolare. Il divario tra ricchi e poveri è sempre maggiore.
Dobbiamo trovare il modo di opporci a questo perché un sistema che non offra speranze e opportunità ai perdenti è passibile di distruzione per mano di disperati. Per contrasto, l'aiuto economico può sostenere lo sviluppo democratico, può anche essere utilizzato per far leva sui governi recalcitranti. Sfortunatamente questa idea riscuote scarso appoggio. Gli aiuti stranieri hanno fallito in Africa e nei paesi post-comunisti e rischiano di fallire nei Balcani. Ciò non significa però che l'idea debba essere abbandonata. Piuttosto dobbiamo esaminare le ragioni del fallimento e studiare vie migliori. Gli aiuti stranieri sono diretti troppo spesso a soddisfare le esigenze di chi li eroga e non di chi li riceve. Sulla base dell'esperienza delle mie fondazioni in paesi come la Russia, sostengo che l'assistenza esterna può essere efficace. Recenti modificazioni all'architettura finanziaria globale sulla scia delle crisi finanziarie internazionali hanno l'esclusivo intento di imporre ai mercati una maggiore disciplina. L'obiettivo è eliminare il rischio soggettivo introdotto dal Fmi. Si ridurrebbe così il pericolo di un flusso eccessivo di capitale verso i mercati emergenti, ma da un flusso inadeguato di capitale può nascere la prossima crisi. Il credo fondamentalista del mercato attuale non riconosce l'instabilità intrinseca dei mercati finanziari. Imporre una disciplina di mercato significa di fatto imporre instabilità. I mercati finanziari globali hanno bisogno di una banca centrale globale o di altre istituzioni finanziarie internazionali per mantenere in equilibrio i mercati finanziari. Lo stesso vale per L'Organizzazione Mondiale del Commercio. C'è urgente bisogno sia di standard di manodopera che di protezione ambientale, ma i paesi poveri non possono permetterseli. Invece di imporre questi standard con misure punitive, bisognerebbe concedere ai paesi poveri degli incentivi come sgravi tariffari per adeguarsi. La Commissione Meltzer, stabilita dal Congresso Usa, ha recentemente raccomandato di trasformare la Banca Mondiale in un'Agenzia Mondiale di Sviluppo. Magnifico, ma la Commissione Meltzer vorrebbe ridimensionare la Banca mondiale restituendo il capitale inutilizzato agli azionisti. La mia proposta è che le società aperte del mondo formino un'alleanza con un duplice obiettivo: incoraggiare lo sviluppo di società aperte nei singoli paesi e l' evoluzione di una società aperta globale. Il primo obiettivo comporta fornire assistenza allo sviluppo, il secondo rafforzare le istituzioni internazionali,come una banca centrale internazionale e un'Agenzia Mondiale di Sviluppo. Un'alleanza di questo tipo ha bisogno della cooperazione non solo dei governi, ma anche della società civile. I governi rappresentano gli interessi dello stato ma i governi democratici sono sensibili alle richieste degli elettori. Fino ad oggi la società civile è stata mobilitata per distruggere le istituzioni internazionali come nelle recenti manifestazioni di protesta contro Wto e Banca Mondiale a Seattle e Washington. Dobbiamo invertire la tendenza e dar vita ad un movimento per la creazione di una società aperta mondiale.
Il World Forum sulla democrazia tenutosi a Varsavia dal 25 al 27 giugno ha rappresentato un inizio cui va dato un seguito.
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…