RASSEGNA STAMPA

1 AGOSTO 2000
editoriale
NIETZSCHE UN SECOLO DI SUPERUOMINI
CENT'ANNI FA MORIVA IL GRANDE FILOSOFO
Dopo oltre dieci anni di infermità mentale Nietzsche si spense verso mezzogiorno del 25 agosto 1900, mentre un temporale si abbatteva su Villa Silberblick, a Weimar.
Un secolo è trascorso. La sua opera ha anticipato esperienze decisive del Novecento e ha toccato punti nevralgici della nostra condizione e del nostro sentire: la "Morte di Dio" e lo svanire dei valori tradizionali, la perdita del centro e la contaminazione delle antiche appartenenze, l'esperienza del negativo e l'impossibilità di dare un nome all'intero. E la sua analisi non è stata una mera descrizione, ma ha contribuito ad accelerare lo stato di crisi che descriveva.
L'esito è noto: è stato il "deserto che cresce", l'allungarsi dell'ombra del nichilismo come spiega tra l'altro il grande frammento di Lenzerheide (10 giungo 1887), smembrato dalla sorella e restituito da Colli-Montinari alla sua forma integrale (il quaderno originale è stato riprodotto per il centenario, con un'interpretazione di Manfred Riedel, dalle edizioni Kranich di Zollikon).
Ecco perché Nietzsche ha suscitato entusiasmi e al tempo stesso attirato anatemi, ha ispirato movimenti, mode culturali e stili di pensiero, ma anche provocato reazioni e rifiuti altrettanto risoluti. Quando nel 1897 il sociologo Tönnies - che in gioventù era stato un appassionato nicciano - metteva in guardia dal "culto di Nietzsche" e dall'irrazionalismo che fomentava, lo faceva perché già allora schiere di artisti e letterati guardavano a Nietzsche come a un mito da emulare: Strindberg, von Hofmannsthal, George e il suo Circolo, Gide, Musil, Broch, i fratelli Mann, Benn, Jünger sono i nomi che spiccano fra molti altri. Anche in campo filosofico, dopo un iniziale spaesamento, pensatori dalle provenienze più diverse si misurarono con le sue dottrine: Klages, Steiner, Simmel, Spengler, Jaspers, Heidegger e altri ancora.
Perfino Carnap riconosceva alla "metafisica" di Nietzsche un suo fascino e una sua legittimità, sia pure soltanto "estetica". L'apice della fortuna fu raggiunto verso la metà degli anni Trenta, quando si accese un grande dibattito pro o contro Nietzsche.
Constatava Jaspers: "Ovunque lo si apra, lo si capisce immediatamente; non c'è sua pagina che non sia interessante, i suoi giudizi affascinano, la sua lingua è estasiante; la minima lettura ripaga". E naturalmente reclamava l'eremita di Sils- Maria dalla parte della filosofia dell'esistenza. Alfred Bäumler apriva invece la strada all'appropriazione nazionalsocialista. Contro entrambi, Heidegger ingaggiava un decennale, snervante corpo a corpo con i frammenti postumi per mostrarne l'intima coerenza filosofica e l'appartenenza alla metafisica tradizionale. Ma alla fine, spossato, confessava: "Quel Nietzsche mi ha distrutto". Zarathustra - la principale figura creata da Nietzsche per insegnare le sue dottrine fondamentali, la volontà di potenza, il superuomo e l'eterno ritorno - aveva prevenuto i suoi critici "politici" dicendo che avrebbe voluto alzare steccati intorno ai propri pensieri affinché porci ed esaltati non irrompessero nei suoi giardini.
Nietzsche rimaneva dunque "la gigantesca figura dominante dell'età post-goethiana", "il terremoto dell'epoca", "dopo Lutero il più grande genio della lingua tedesca", colui che aveva sofferto e anticipato le esperienze spirituali decisive dei tempi moderni.
Che cosa rimane oggi di lui a un secolo dalla sua morte? Diciamo che lo stile, nonostante le idee, ha fatto di Nietzsche un autore così letto da portarlo ad occupare nell'anima tedesca - e non solo in essa - il posto che prima di lui era stato di Schopenhauer. La sua opera ha riempito il vuoto filosofico spalancatosi nel "dopo Hegel", parando una duplice insidia: la nostalgia per la totalità dialettica perduta, da un lato, e la piatta adesione al positivismo dei fatti, dall'altro. La sua critica della civiltà, la sua diagnosi della decadenza e l' analisi del nichilismo europeo, la lungimirante previsione delle conseguenze che esso avrebbe innescato, tutto ciò ha allungato la sua ombra su buona parte del pensiero e della cultura del Novecento, e anche in seguito Nietzsche non ha cessato di tormentare l'autocomprensione filosofica del nostro tempo. La ricchezza e l'enigmaticità del suo pensiero continuano ancor oggi ad attirare con la stessa fatalità con cui attira la "fosforescenza del male".
La sua opera ci ha fatto sentire l'ingombrante presenza di una forza che - comunque la si chiami e la si esorcizzi: "volontà di potenza", con il termine da lui prescelto, oppure élan vital (Bergson), Leben (Simmel, Klages), "Inconscio" (Freud), "Archetipico" (Jung), "Demoniaco" (T. Mann) - non appare più governabile dalla ragione, anzi, sembra asservirla alle proprie cieche finalità.
Muovendo dalla convinzione che esista un fondamentale antagonismo tra il Dionisiaco e l'Apollineo, tra la vita e lo spirito, la natura e la cultura, l' anima e le forme, si è così data espressione - filosofica, letteraria e artistica - a una diffusa sfiducia nella ragione esaltando per contro la dimensione "irrazionale" della vita.
L'intento era di dare spazio alla creatività della vita, alla posizione di nuovi valori, a una nuova fedeltà alla terra. Intanto, però, si sono smantellati quegli antichi - Dio, la verità, il bene - e si sono corrose le tradizionali risorse simboliche dell'uomo.
Perché è chiaro che dove cessa la volontà di autoingannarsi con la verità - quella sorta di errore senza la quale una determinata specie di esseri viventi non potrebbe sopravvivere - lì comincia il nichilismo. Nietzsche ha alimentato la dottrina del sospetto e ha finito per ispirare una filosofia di Penelope che disfa incessantemente la sua tela perché è convinta che Ulisse non tornerà.
Nella paralisi nichilistica trova una spiegazione coerente perfino il suo stile aforistico, come suggerisce Gottfried Benn: "Adesso capisco perché Nietzsche scriveva per aforismi. Chi non vede più connessioni, più alcuna traccia di un sistema, può ancora procedere solo per episodi". A questo fulminante corto circuito noi dobbiamo in realtà ribellarci: perché negare che la verità possa stare nel frammento significa indirettamente presupporre che il discorso prolisso la contenga tutta.
Ammoniva preoccupato Thomas Mann: "Chi prende sul serio Nietzsche, chi lo prende alla lettera e gli crede, è perduto".
Per quanto difficile sia contestare questo giudizio, esso conferma tuttavia per converso un'altra verità, che a cent'anni dalla morte appare ancora più evidente: ci sono pensatori, come Kant, che sono veri o falsi; altri invece, come Marx, che non sono né veri né falsi, ma vivi o morti.
Nietzsche è certamente tra questi ultimi.
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