NIETZSCHE UN SECOLO DI
SUPERUOMINI| CENT'ANNI FA MORIVA IL GRANDE
FILOSOFO |
| Dopo oltre dieci anni di infermità mentale
Nietzsche si spense verso mezzogiorno del
25 agosto 1900, mentre un temporale si
abbatteva su Villa Silberblick, a Weimar.
Un secolo è trascorso. La sua opera ha
anticipato esperienze decisive del
Novecento e ha toccato punti nevralgici
della nostra condizione e del nostro sentire:
la "Morte di Dio" e lo svanire dei valori
tradizionali, la perdita del centro e la
contaminazione delle antiche appartenenze,
l'esperienza del negativo e l'impossibilità di
dare un nome all'intero. E la sua analisi
non è stata una mera descrizione, ma ha
contribuito ad accelerare lo stato di crisi
che descriveva.
L'esito è noto: è stato il "deserto che
cresce", l'allungarsi dell'ombra del
nichilismo come spiega tra l'altro il grande
frammento di Lenzerheide (10 giungo
1887), smembrato dalla sorella e restituito
da Colli-Montinari alla sua forma integrale
(il quaderno originale è stato riprodotto per
il centenario, con un'interpretazione di
Manfred Riedel, dalle edizioni Kranich di
Zollikon).
Ecco perché Nietzsche ha suscitato
entusiasmi e al tempo stesso attirato
anatemi, ha ispirato movimenti, mode
culturali e stili di pensiero, ma anche
provocato reazioni e rifiuti altrettanto
risoluti. Quando nel 1897 il sociologo
Tönnies - che in gioventù era stato un
appassionato nicciano - metteva in guardia
dal "culto di Nietzsche" e
dall'irrazionalismo che fomentava, lo
faceva perché già allora schiere di artisti e
letterati guardavano a Nietzsche come a un
mito da emulare: Strindberg, von
Hofmannsthal, George e il suo Circolo,
Gide, Musil, Broch, i fratelli Mann, Benn,
Jünger sono i nomi che spiccano fra molti
altri. Anche in campo filosofico, dopo un
iniziale spaesamento, pensatori dalle
provenienze più diverse si misurarono con
le sue dottrine: Klages, Steiner, Simmel,
Spengler, Jaspers, Heidegger e altri ancora.
Perfino Carnap riconosceva alla
"metafisica" di Nietzsche un suo fascino e
una sua legittimità, sia pure soltanto
"estetica".
L'apice della fortuna fu raggiunto verso la
metà degli anni Trenta, quando si accese un
grande dibattito pro o contro Nietzsche.
Constatava Jaspers: "Ovunque lo si apra, lo
si capisce immediatamente; non c'è sua
pagina che non sia interessante, i suoi
giudizi affascinano, la sua lingua è
estasiante; la minima lettura ripaga". E
naturalmente reclamava l'eremita di Sils-
Maria dalla parte della filosofia
dell'esistenza. Alfred Bäumler apriva
invece la strada all'appropriazione
nazionalsocialista. Contro entrambi,
Heidegger ingaggiava un decennale,
snervante corpo a corpo con i frammenti
postumi per mostrarne l'intima coerenza
filosofica e l'appartenenza alla metafisica
tradizionale. Ma alla fine, spossato,
confessava: "Quel Nietzsche mi ha
distrutto".
Zarathustra - la principale figura creata da
Nietzsche per insegnare le sue dottrine
fondamentali, la volontà di potenza, il
superuomo e l'eterno ritorno - aveva
prevenuto i suoi critici "politici" dicendo
che avrebbe voluto alzare steccati intorno
ai propri pensieri affinché porci ed esaltati
non irrompessero nei suoi giardini.
Nietzsche rimaneva dunque "la gigantesca
figura dominante dell'età post-goethiana",
"il terremoto dell'epoca", "dopo Lutero il
più grande genio della lingua tedesca",
colui che aveva sofferto e anticipato le
esperienze spirituali decisive dei tempi
moderni.
Che cosa rimane oggi di lui a un secolo
dalla sua morte? Diciamo che lo stile,
nonostante le idee, ha fatto di Nietzsche un
autore così letto da portarlo ad occupare
nell'anima tedesca - e non solo in essa - il
posto che prima di lui era stato di
Schopenhauer. La sua opera ha riempito il
vuoto filosofico spalancatosi nel "dopo
Hegel", parando una duplice insidia: la
nostalgia per la totalità dialettica perduta,
da un lato, e la piatta adesione al
positivismo dei fatti, dall'altro. La sua
critica della civiltà, la sua diagnosi della
decadenza e l' analisi del nichilismo
europeo, la lungimirante previsione delle
conseguenze che esso avrebbe innescato,
tutto ciò ha allungato la sua ombra su
buona parte del pensiero e della cultura del
Novecento, e anche in seguito Nietzsche
non ha cessato di tormentare
l'autocomprensione filosofica del nostro
tempo. La ricchezza e l'enigmaticità del
suo pensiero continuano ancor oggi ad
attirare con la stessa fatalità con cui attira
la "fosforescenza del male".
La sua opera ci ha fatto sentire
l'ingombrante presenza di una forza che -
comunque la si chiami e la si esorcizzi:
"volontà di potenza", con il termine da lui
prescelto, oppure élan vital (Bergson),
Leben (Simmel, Klages), "Inconscio"
(Freud), "Archetipico" (Jung),
"Demoniaco" (T. Mann) - non appare più
governabile dalla ragione, anzi, sembra
asservirla alle proprie cieche finalità.
Muovendo dalla convinzione che esista un
fondamentale antagonismo tra il
Dionisiaco e l'Apollineo, tra la vita e lo
spirito, la natura e la cultura, l' anima e le
forme, si è così data espressione -
filosofica, letteraria e artistica - a una
diffusa sfiducia nella ragione esaltando per
contro la dimensione "irrazionale" della
vita.
L'intento era di dare spazio alla creatività
della vita, alla posizione di nuovi valori, a
una nuova fedeltà alla terra. Intanto, però,
si sono smantellati quegli antichi - Dio, la
verità, il bene - e si sono corrose le
tradizionali risorse simboliche dell'uomo.
Perché è chiaro che dove cessa la volontà
di autoingannarsi con la verità - quella
sorta di errore senza la quale una
determinata specie di esseri viventi non
potrebbe sopravvivere - lì comincia il
nichilismo. Nietzsche ha alimentato la
dottrina del sospetto e ha finito per ispirare
una filosofia di Penelope che disfa
incessantemente la sua tela perché è
convinta che Ulisse non tornerà.
Nella paralisi nichilistica trova una
spiegazione coerente perfino il suo stile
aforistico, come suggerisce Gottfried
Benn: "Adesso capisco perché Nietzsche
scriveva per aforismi. Chi non vede più
connessioni, più alcuna traccia di un
sistema, può ancora procedere solo per
episodi". A questo fulminante corto
circuito noi dobbiamo in realtà ribellarci:
perché negare che la verità possa stare nel
frammento significa indirettamente
presupporre che il discorso prolisso la
contenga tutta.
Ammoniva preoccupato Thomas Mann:
"Chi prende sul serio Nietzsche, chi lo
prende alla lettera e gli crede, è perduto".
Per quanto difficile sia contestare questo
giudizio, esso conferma tuttavia per
converso un'altra verità, che a cent'anni
dalla morte appare ancora più evidente: ci
sono pensatori, come Kant, che sono veri o
falsi; altri invece, come Marx, che non
sono né veri né falsi, ma vivi o morti.
Nietzsche è certamente tra questi ultimi. |