RASSEGNA STAMPA

23 LUGLIO 2000
MAURIZIO FERRARIS
Il microscopio nel pallone
Come tanti, la sera del 2 luglio scorso ho visto la finale degli Europei. Non avevo niente da fare, ero a Aix-en-Provence, e la partita mi interessava al punto che mi sono addormentato pochi minuti dopo l'inizio, svegliandomi alle acclamazioni per il gol italiano. Non so cosa avessero detto sino ad allora i telecronisti francesi, però a quel punto fu un baccanale di interpretazioni: "Chapeau, la superiorità degli italìani è indiscutibíle, del resto la si vedeva già prima" eccetera. Poi al 94° il gol dei francesi, e di nuovo l'orgia ermeneutica, ma in senso inverso: "I nostri hanno resistito, la loro superiorità è evidente" eccetera; presto vennero anche gli sberleffi etnici "I tifosi italiani sono mogi come se si fossero presi delle spaghettate sulle orecchìe". Il giorno dopo, a Ventimìglia, lessi sui giornali italiani degli sberleffi di ritorno: per la sua inopportunità e malizia, il gol al 94° era "tipicamente francese".
"Tipicamente francese". Così, lo spirito delle nazioni guiderebbe le traiettorie dei palloni. Uno può dire che questo lo si finisce per dire nelle faccende ímprecise della vita, non nella scienza, ma notoriamente non è così, come possiatno leggere ne I corpi e le cose, un bel libro di Enrico Bellone. Prendiamo la disputa sulla costituzione del sistema nervoso centrale che oppose, a cavallo tra Otto e Novecento, Camillo Golgi e Santiago Ramon y Cajal: entrambi videro le stesse cose, eppure il primo concluse che il cervello era una rete nervosa continua, mentre per il secondo gli elementi nervoso del cervello sono sì contigui, però discretì. Per fare un altro esempio, riportato questa volta da Edward Pols in un libro meno recente (Radical Realísm. Direct Knowing in Science and Philosophy, Ithaca, Cornell University Press 1992) quando Percival Lowell, alla fine dell'Ottocento, vide i canali di Marte, altri astronomi, in perfetta buona fede, non li videro affatto. In tema dì astronomia, di nuovo Bellone ricorda il modo Francesco Sizzi aveva negato l'esistenza dei satelliti medicei: se mettiamo una boccia piena d'acqua in una stanza buia, e poi, dietro a essa spostiamo una candela, vedremo nella boccia luci di vario tipo; e se ci si può sbagliare su una boccia a portata di mano, figuriamoci poi per cose tanto lontane.
Si capisce poi che, di fronte a una realtà ancora più complessa come una partita di calcio, si possa passare di punto in bianco dal miele alle ceneri. E questo ci insegna quanto labile possa essere, in tante circostanze, la struttura dei fatti. Dobbiamo concluderne che esístono solo teorie? Sicuramente no. Pensiamo agli oggetti in questione in queste osservazioni: la complicatissima serie di eventi che porta alla rete di Barthez o di Toldo, la rete neuronale, delle rughe o forse delle ombre su un pianeta lontano, delle luci intorno a un altro pianeta ancora più lontano sono pressappoco come degli scarabocchi che si tratta di sottoporre a una teoria, come quando un medico legge le radiografie, Ma il mondo non è fatto solo di scarabocchi, basti dire che sappiamo distinguere benissimo uno scarabocchío da un tavolo e da una sedia.
A questo punto, qualcuno obìetterebbe: senza le teorie, anche i tavoli e le sedie non ci parlerebbero. Ed è qui che casca l'asino. In tutti i casi che ho evocato, la teoria non poteva funzionare se non ci fossero state, oltre a cose difficili da interpretare (in certi casi, non erano nemmeno cose) moltissime altre cose (la stragrande maggìoranza) che non richiedevano alcuna interpretazione: palloni, uomini, pezzi di cervello, microscopi, telescopi, bocce piene d'acqua, candele eccetera. Se davvero non ci fossero che teorie, conferire, nel 1906, il Nobel a Golgi congiuntamente a Ramon y Cajal sarebbe apparsa una vera bizzarria (e poi perché a loro invece che Rasputin?), né ci sarebbe stato da stupirsi se, poniamo, per ritirare il Nobel Golgi fosse andato a Stoccolma e Ramon y Cajal a Capo Horn.
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