E Say disse: "Rispettate la mia legge"Ristampato il ricco epistolario sulle politiche economiche tra Malthus e il teorico francese Una storica diatriba intorno al rapporto tra profitti e investimenti |
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| Jean-Baptiste Say, "Lettere a Malthus su vari argomenti d'economia politica", Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano 2000, pagg. 186, s.i.p. | Jean-Baptiste Say appartiene a quella schiera di figure di secondo piano il cui nome deve tuttavia essere noto ai cultori di una determinata disciplina. Un destino curioso e bizzarro: un economista matematico potrebbe ad esempio ignorare non soltanto la produzione scientifica di Say, ma addirittura la sua nazionalità o l'epoca in cui è vissuto pur trovandosi ad avere a che fare tutti i giorni con la legge di Say, uno dei capisaldi del moderno dibattito sui meccanismi di regolazione del mercato.
E in effetti la posizione che Say assume a questo riguardo è delle più radicali: egli afferma infatti che un determinato livello di produzione realizzato dal sistema economico in un determinato lasso di tempo deve, al di là di impedimenti transitori, dare luogo a un corrispondente volume di domanda che lo assorba, permettendo la riproduzione del sistema economico stesso nel tempo. Non a caso la legge di Say è nota anche come "legge degli sbocchi". Per apprezzare la portata di questa posizione, è importante non confonderla con quella relazione nota come identità di Say, la
quale afferma semplicemente che il valore totale della produzione in un determinato lasso di tempo deve essere contabilmente equivalente al valore totale dei beni immessi sul mercato. E' importante infatti sottolineare come quest'ultima sia appunto una identità contabile, per cui i beni che restano invenduti sugli scaffali dei negozianti sono comunque contabilizzati dal lato della domanda sotto forma di scorte invendute. Nel caso della legge di Say, che è invece un'equazione e non un'identità contabile, la presenza di eventuali scorte invendute intese come sbocco di una determinata decisione di produzione da parte degli imprenditori non può che configurarsi come il risultato di una consapevole decisione da parte dei venditori di detenere un certo volume di beni sotto forma di scorte a titolo preventivo, per assorbire cioè eventuali oscillazioni imprevedibili nella domanda da parte dei consumatori. In ultima analisi, la legge di Say è quindi un'affermazione piuttosto forte sulla capacità degli operatori del mercato di pervenire a una struttura di offerta che si rispecchia fedelmente nei comportamenti di domanda anche grazie al ruolo di segnalazione svolto dal sistema dei prezzi. Il Centro Nazionale Studi Manzoniani ripropone oggi al lettore italiano uno dei testi fondamentali di Say, il piccolo ma significativo corpus delle lettere a Thomas Malthus, nell'edizione parigina del 1820, a cura di Gavino Manca. La vicenda intellettuale di Malthus si intreccia infatti singolarmente con quella di Say nel dare avvio a quel gioco di specchi intellettuale che sarà il dibattito secolare relativo alle condizioni di validità di tale legge. Nella sua celebre polemica con Ricardo sulla nozione di domanda effettiva, Malthus sosterrà infatti che l'elemento destabilizzante insito nel nascente sistema di capitalismo industriale è costituito dal comportamento degli imprenditori i quali, accumulando profitti, mettono a repentaglio le capacità di riproduzione del sistema stesso, in quanto tale accumulazione non si traduce, a differenza di quanto accade per le rendite dei proprietari terrieri i cui interessi "ancien régime" erano particolarmente cari a Malthus, in un corrispondente comportamento di domanda. A tale affermazione Ricardo aveva avuto buon gioco nel ribattere che l'accumulazione dei profitti da parte degli imprenditori aveva lo scopo di finanziare la domanda di beni di investimento, i quali erano appunto beni a tutti gli effetti che come tali contribuivano, allo stesso titolo dei beni voluttuari dimandati dai proprietari terrieri, alla determinazione del livello complessivo della domanda. A questo punto Malthus avrebbe dovuto ribattere (come farà Keynes a un secolo di distanza) che i profitti possono anche non tradursi in domanda di investimento se gli imprenditori nutrono dubbi sulla sua profittabilità futura, ma ciò implica appunto necessariamente la negazione della validità della legge di Say, e Malthus (che pure verrà ammirato da Keynes per la sua audacia intellettuale) non oserà spingersi tanto oltre: e l'episodio ci appare significativo circa l'autorevolezza che la legge di Say aveva in pochi anni acquistato, all'interno del fiorente pensiero classico dei primi decenni dell'Ottocento. Nella sua introduzione al volume, che ha l'ulteriore pregio di offrire al lettore bibliofilo la ristampa anastatica del testo originale, il curatore Gavino Manca ci offre una sintetica ed efficace guida alla lettura che ripercorre le linee essenziali del dibattito Say-Malthus, complementare al più noto dibattito Malthus-Ricardo, ma non inferiore per ricchezza di temi e spessore intellettuale, e ne segue le principali diramazioni nei successivi sviluppi della storia del pensiero economico, offrendoci in più un gustoso punto di osservazione sulla ricezione manzoniana del pensiero di Say, del quale il grande letterato fu attento lettore e chiosatore. |