RASSEGNA STAMPA

16 LUGLIO 2000
NORBERTO BOBBIO
Il laicismo non è una religione
Su "Critica liberale" il grande filosofo risponde alle obiezioni di un collega
Caro Bobbio, tu sai che, in una breve nota apparsa su "Critica liberale", io ho sostenuto, in cortese polemica con te, che anche il "laico" è, al pari del credente in qualche religione positiva, uomo di fede, poiché lo stesso principio di tolleranza (ma io preferisco dire di libertà) che sta a fondamento della sua etica, non è giustificabile scientificamente (la scienza descrive, non comanda) e neppure attraverso un qualche calcolo utilitario. Una morale utilitaristica (o eudemonistica o edonistica) può benissimo, in determinate circostanze e per fini di pubblica utilità o benessere, preferire l'intolleranza alla tolleranza, la chiusura del dialogo al libero scambio delle idee.
Anche noi, che ci consideriamo uomini del dubbio, non scegliamo in base ad una analisi scientifica o a un calcolo utilitaristico, ma affidandoci ad un principio (quello della pari libertà e dignità di ogni uomo) che ritroviamo nella tradizione della nostra civiltà, cristiana e illuminista e che sempre ci sorregge, pur in mezzo a molte perplessità ed inquietudini.
Non è anche questo un atto "di fede"? E come potremmo vivere e scegliere senza questa "fede"? Certo possiamo validamente argomentare circa la maggiore "ragionevolezza" della nostra fede rispetto a quella dei fondamentalisti e degli integralisti di ogni specie, ma, in definitiva, per vivere, bisogna credere , e anche l'uomo del dubbio è chiamato ogni giorno, su molteplici questioni, a decidere e a risolversi. Sorge, a questo punto, la questione di cosa voglia dire essere laici e di quale debba essere il comportamento di coloro che si professano tali. Non penso certamente che i "laici" (dando a questa parola un significato etico prima ancora che politico) debbano organizzarsi in una chiesa o in un partito, anche perché vi sono molti credenti in qualche religione positiva o uomini appartenenti ai più diversi partiti che manifestano, nella loro vita morale, un atteggiamento schiettamente laico. Ma tutti coloro che credono davvero nella tolleranza, che rifiutano di subordinare la legge dello Stato (che è legge di tutti e per tutti, se democraticamente approvata) a una qualche religione o ideologia, debbono incontrarsi e combattere assieme le battaglie per la loro "fede" comune, che è la fede nella libertà. La crociana religione della libertà si può benissimo conciliare con la ragionevolezza del migliore illuminismo, quello che non si perverte nel dogma della Dea Ragione, e perfino con un cattolicesimo che non pretenda di imporre agli altri la propria morale a suon di decreti legislativi. Anche i "laici" (intesi in questo senso) hanno il diritto, e direi il dovere, di associarsi e organizzarsi per meglio sostenere la loro fede, che non è mai preclusiva delle altre fedi e delle fedi altrui. Fano, 30 marzo 2000
C aro Bonetti, ho sempre dedicato molta attenzione, e non escludo forse troppa importanza, a quelle che Vailati chiamava le "questioni di parole". A me pare che la parola "fede" abbia significati diversi secondo il contesto in cui viene adoperata.
Quando parliamo di un uomo di fede e lo contrapponiamo a un uomo di ragione, la parola "fede" ha un significato ben diverso dalla fede di cui tu parli quando ti riferisci, per esempio, alla religione della libertà di Croce. La prima è fondata sopra una rivelazione che viene dall'alto, ed è in quanto assoluta indiscutibile, e pretende spesso di essere imposta con la forza e giustifica le forme più diverse e perverse di persecuzione, l'altra, quella dell'uomo di ragione, è tratta da considerazioni di ordine storico e razionale, è sottoposta a una continua critica, e soprattutto, come direbbe Perelman, deve essere "argomentata". Non mi risulta che il metodo dell'argomentazione che vale nella filosofia morale valga anche per i fedeli di una religione. Quanto all'altra parola chiave della tua lettera, "organizzazione", mi pare ancora più ovvio distinguere l'organizzazione rigida di una Chiesa come quella cattolica e il libero legame che unisce i membri di una associazione culturale. I sociologi distinguono i più diversi tipi di società e credo che nessuno di loro metterebbe la Chiesa cattolica, o qualsiasi altra Chiesa, nella stessa categoria delle libere associazioni culturali, sportive, o anche, se si vuole, religiose, come può essere l'Azione cattolica. Non capisco perché vuoi a tutti i costi appiattire la distinzione fra l'uomo di ragione e l'uomo di fede, esemplificando, tra Benedetto Croce e il cardinale Ruini. Torino, 10 aprile 2000
C aro Bobbio, tu hai certamente ragione, quando affermi che la fede morale dei laico non può essere confusa con quella delle religioni positive, che si fonda "sopra una rivelazione che viene dall'alto". Ma io ti chiedo: la nostra convinzione morale che ci sono diritti umani universali e inviolabili, su che cosa si fonda se non sopra un atto di fede, anche se, nel nostro caso, non c'è alcuna rivelazione dall'alto? Tu dici giustamente che possiamo argomentare le nostre scelte morali con considerazioni di ordine storico e razionale; ma devi ammettere che queste considerazioni possono far presa soltanto su coloro che si muovono nel nostro ambito di civiltà o in uno alquanto simile. Io mi considero "laico" non perché "uomo di ragione" che si contrappone agli uomini di fede, ma perché rinuncio ad imporre la mia "fede razionale" attraverso il diritto pubblico. E quando ci sono questioni che la legge deve, in qualche modo, regolamentare, ma che appartengono alla sfera più intima della coscienza, la miglior politica è quella di lasciare il più ampio spazio alle libere scelte individuali. Questa forma di "laicismo" può comprendere tutti, credenti e non credenti, meno gli intolleranti. Verso costoro credo fermamente che, proprio in nome della tolleranza, si debba essere intolleranti (parlo di quelli che praticano la violenza). Come credo fermamente che si debba tutelare la libertà degli individui (di ogni singola persona) anche a scapito delle varie identità comunitarie, etniche, religiose o politiche che siano. Ho usato, però, il verbo "credere" perché, ti chiedo, come possiamo dimostrare teoricamente che l'individuo vale più della comunità e che le sue scelte morali meritano una maggiore tutela giuridica? Fano, 25 aprile 2000
C aro Bonetti, hai perfettamente ragione di dire che io sono un uomo di passioni, l'ho riconosciuto tante volte anch'io. Ma altro è dire uomo di passioni, altro dire uomo di fede. Le due affermazioni non coincidono affatto. La fede non è una passione e tra le varie forme di passione, che sono state tante volte esaminate dai filosofi morali, la fede non c'è. Detto alla buona: il mondo delle passioni dipende dalla sfera emotiva del nostro cervello, nettamente separata da quella conoscitiva, tanto separata che i giudizi di valore, che affondano le loro radici in questo mondo delle emozioni, sono da tenere distinti dai giudizi di fatto (la famosa legge di Hume, da cui dipende la cosiddetta "fallacia naturalistica"). Sono seguace, se pure non pretendo di avere ragione, della cosiddetta "grande divisione" fra giudizi di fatto e giudizi di valore, e, come ti ho detto altre volte, del "non cognitivismo etico". Mi rendo conto di sollevare problemi filosofici immensi, che mi sono proposto e riproposto infinite volte, ma non essendone mai venuto a capo, ho smesso di pensarci da tempo, considerandomi un filosofo che ha intrapreso un cammino di cui non è mai arrivato alla fine.
Figurati a novant'anni! Desidero soltanto ancora osservare che la tua definizione di "laico" mi pare troppo generica: molti credenti si considerano anche loro laici in questo senso, nel senso cioè di non voler imporre la propria fede. Non sono neppure convinto che il laicismo possa comprendere credenti e non credenti, ma non gli intolleranti. È un vecchio problema discusso e ridiscusso in tutti i discorsi sulla tolleranza, nei quali si suole distinguere chi dichiara di ammettere la violenza per difendere i propri principi e chi la violenza la "pratica" di fatto. In qualsiasi stato di diritto si ammette che uno predichi la violenza e lo si tollera sino a che non passa all'azione. Torino 18 maggio 2000
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vedi anche
Filosofia (e) politica