Il laicismo non è una religione| Su "Critica liberale" il grande filosofo
risponde alle obiezioni di un collega |
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Caro Bobbio, tu sai che, in una breve nota apparsa su
"Critica liberale", io ho sostenuto, in cortese polemica con te,
che anche il "laico" è, al pari del credente in qualche religione
positiva, uomo di fede, poiché lo stesso principio di tolleranza
(ma io preferisco dire di libertà) che sta a fondamento della
sua etica, non è giustificabile scientificamente (la scienza
descrive, non comanda) e neppure attraverso un qualche
calcolo utilitario. Una morale utilitaristica (o eudemonistica o
edonistica) può benissimo, in determinate circostanze e per
fini di pubblica utilità o benessere, preferire l'intolleranza alla
tolleranza, la chiusura del dialogo al libero scambio delle idee.
Anche noi, che ci consideriamo uomini del dubbio, non
scegliamo in base ad una analisi scientifica o a un calcolo
utilitaristico, ma affidandoci ad un principio (quello della pari
libertà e dignità di ogni uomo) che ritroviamo nella tradizione
della nostra civiltà, cristiana e illuminista e che sempre ci
sorregge, pur in mezzo a molte perplessità ed inquietudini.
Non è anche questo un atto "di fede"? E come potremmo
vivere e scegliere senza questa "fede"? Certo possiamo
validamente argomentare circa la maggiore "ragionevolezza"
della nostra fede rispetto a quella dei fondamentalisti e degli
integralisti di ogni specie, ma, in definitiva, per vivere, bisogna
credere , e anche l'uomo del dubbio è chiamato ogni giorno, su
molteplici questioni, a decidere e a risolversi. Sorge, a questo
punto, la questione di cosa voglia dire essere laici e di quale debba
essere il comportamento di coloro che si professano tali. Non
penso certamente che i "laici" (dando a questa parola un
significato etico prima ancora che politico) debbano organizzarsi
in una chiesa o in un partito, anche perché vi sono molti credenti
in qualche religione positiva o uomini appartenenti ai più diversi
partiti che manifestano, nella loro vita morale, un atteggiamento
schiettamente laico. Ma tutti coloro che credono davvero nella
tolleranza, che rifiutano di subordinare la legge dello Stato (che è
legge di tutti e per tutti, se democraticamente approvata) a una
qualche religione o ideologia, debbono incontrarsi e combattere
assieme le battaglie per la loro "fede" comune, che è la fede nella
libertà. La crociana religione della libertà si può benissimo
conciliare con la ragionevolezza del migliore illuminismo, quello
che non si perverte nel dogma della Dea Ragione, e perfino con un
cattolicesimo che non pretenda di imporre agli altri la propria
morale a suon di decreti legislativi. Anche i "laici" (intesi in
questo senso) hanno il diritto, e direi il dovere, di associarsi e
organizzarsi per meglio sostenere la loro fede, che non è mai
preclusiva delle altre fedi e delle fedi altrui.
Fano, 30 marzo 2000 |
C aro Bonetti, ho sempre dedicato molta attenzione, e non
escludo forse troppa importanza, a quelle che Vailati chiamava
le "questioni di parole". A me pare che la parola "fede" abbia
significati diversi secondo il contesto in cui viene adoperata.
Quando parliamo di un uomo di fede e lo contrapponiamo a un
uomo di ragione, la parola "fede" ha un significato ben diverso
dalla fede di cui tu parli quando ti riferisci, per esempio, alla
religione della libertà di Croce. La prima è fondata sopra una
rivelazione che viene dall'alto, ed è in quanto assoluta
indiscutibile, e pretende spesso di essere imposta con la forza e
giustifica le forme più diverse e perverse di persecuzione, l'altra,
quella dell'uomo di ragione, è tratta da considerazioni di
ordine storico e razionale, è sottoposta a una continua critica, e
soprattutto, come direbbe Perelman, deve essere
"argomentata". Non mi risulta che il metodo
dell'argomentazione che vale nella filosofia morale valga anche
per i fedeli di una religione.
Quanto all'altra parola chiave della tua lettera,
"organizzazione", mi pare ancora più ovvio distinguere
l'organizzazione rigida di una Chiesa come quella cattolica e il
libero legame che unisce i membri di una associazione
culturale. I sociologi distinguono i più diversi tipi di società e
credo che nessuno di loro metterebbe la Chiesa cattolica, o
qualsiasi altra Chiesa, nella stessa categoria delle libere
associazioni culturali, sportive, o anche, se si vuole, religiose,
come può essere l'Azione cattolica. Non capisco perché vuoi a
tutti i costi appiattire la distinzione fra l'uomo di ragione e
l'uomo di fede, esemplificando, tra Benedetto Croce e il
cardinale Ruini.
Torino, 10 aprile 2000
| C aro Bobbio, tu hai certamente ragione, quando affermi che la
fede morale dei laico non può essere confusa con quella delle
religioni positive, che si fonda "sopra una rivelazione che viene
dall'alto". Ma io ti chiedo: la nostra convinzione morale che ci
sono diritti umani universali e inviolabili, su che cosa si fonda se
non sopra un atto di fede, anche se, nel nostro caso, non c'è alcuna
rivelazione dall'alto? Tu dici giustamente che possiamo
argomentare le nostre scelte morali con considerazioni di ordine
storico e razionale; ma devi ammettere che queste considerazioni
possono far presa soltanto su coloro che si muovono nel nostro
ambito di civiltà o in uno alquanto simile. Io mi considero
"laico" non perché "uomo di ragione" che si contrappone agli
uomini di fede, ma perché rinuncio ad imporre la mia "fede
razionale" attraverso il diritto pubblico. E quando ci sono
questioni che la legge deve, in qualche modo, regolamentare, ma
che appartengono alla sfera più intima della coscienza, la miglior
politica è quella di lasciare il più ampio spazio alle libere scelte
individuali. Questa forma di "laicismo" può comprendere tutti,
credenti e non credenti, meno gli intolleranti. Verso costoro credo
fermamente che, proprio in nome della tolleranza, si debba essere
intolleranti (parlo di quelli che praticano la violenza). Come credo
fermamente che si debba tutelare la libertà degli individui (di ogni
singola persona) anche a scapito delle varie identità comunitarie,
etniche, religiose o politiche che siano. Ho usato, però, il verbo
"credere" perché, ti chiedo, come possiamo dimostrare
teoricamente che l'individuo vale più della comunità e che le sue
scelte morali meritano una maggiore tutela giuridica?
Fano, 25 aprile 2000 |
C aro Bonetti, hai perfettamente ragione di dire che io sono un
uomo di passioni, l'ho riconosciuto tante volte anch'io. Ma
altro è dire uomo di passioni, altro dire uomo di fede. Le due
affermazioni non coincidono affatto. La fede non è una
passione e tra le varie forme di passione, che sono state tante
volte esaminate dai filosofi morali, la fede non c'è. Detto alla
buona: il mondo delle passioni dipende dalla sfera emotiva del
nostro cervello, nettamente separata da quella conoscitiva,
tanto separata che i giudizi di valore, che affondano le loro
radici in questo mondo delle emozioni, sono da tenere distinti
dai giudizi di fatto (la famosa legge di Hume, da cui dipende la
cosiddetta "fallacia naturalistica"). Sono seguace, se pure non
pretendo di avere ragione, della cosiddetta "grande divisione"
fra giudizi di fatto e giudizi di valore, e, come ti ho detto altre
volte, del "non cognitivismo etico". Mi rendo conto di sollevare
problemi filosofici immensi, che mi sono proposto e riproposto
infinite volte, ma non essendone mai venuto a capo, ho smesso
di pensarci da tempo, considerandomi un filosofo che ha
intrapreso un cammino di cui non è mai arrivato alla fine.
Figurati a novant'anni!
Desidero soltanto ancora osservare che la tua definizione di
"laico" mi pare troppo generica: molti credenti si considerano
anche loro laici in questo senso, nel senso cioè di non voler
imporre la propria fede. Non sono neppure convinto che il
laicismo possa comprendere credenti e non credenti, ma non gli
intolleranti. È un vecchio problema discusso e ridiscusso in tutti
i discorsi sulla tolleranza, nei quali si suole distinguere chi
dichiara di ammettere la violenza per difendere i propri principi
e chi la violenza la "pratica" di fatto. In qualsiasi stato di
diritto si ammette che uno predichi la violenza e lo si tollera
sino a che non passa all'azione.
Torino 18 maggio 2000 |