Una apertura sulla tradizione| Roberto Esposito: "Un punto di tensione fra storia dei concetti e decostruzione" |
| " Quello che viene contestato dalla categoria di "impolitico" è la possibilità di un
approccio frontale, diretto, ai concetti della politica. Questi non sono delle entità in sé
concluse, fornite di una dicibilità positiva immediatamente percepibile, ma piuttosto dei
"termini", delle marche di confine tra linguaggi diversi, il cui senso scaturisce dalle
linee di tensione che li lega antinomicamente al proprio opposto. E' perciò che l'unico
modo per riconoscerne anche la zona d'ombra, il margine impensato e tuttavia operante
che li attraversa, è quello di incrociarli obliquamente facendoli ruotare intorno al
proprio asse semantico". Dalla voce Impolitico, firmata da Roberto Esposito,
dell'Enciclopedia del pensiero politico. Dell'"impolitico", lavoro di decostruzione delle
categorie del politico che del politico guarda più i vuoti e il rovescio in ombra che il
pieno e la solarità, Esposito è studioso noto (Nove pensieri sulla politica, Bologna '93;
Oltre la politica, Milano '96; Categorie dell'impolitico, Bologna '99). La prima
domanda, intervistandolo come co-direttore dell'Enciclopedia, si impone da sola.
| Come si concilia, il tuo sguardo "negativo" e decostruttivo sul politico, con un'impresa
per sua natura costruttiva, o almeno sistematica, come una enciclopedia del pensiero
politico? |
Il progetto dell'enciclopedia, un'impresa importante sotto il profilo istituzionale, la
prima dopo quella allestita sotto il fascismo, inizialmente era infatti più nelle corde di
Carlo Galli che nelle mie. Carlo ha uno sguardo sistematico e lavora sulla storia dei
concetti; io, più che dai sistemi, sono attratto dal margine, dai bordi, dalle sfrangiature, e
lavoro sulla decostruzione dei concetti, mentre qui si trattava di tracciare un quadro, per
quanto problematico. Ma siamo presto diventati complementari: nel volume storia dei
concetti e decostruzione trovano, mi pare, un buon punto di congiunzione e di tensione.
Aggiungo che un'enciclopedia, questa enciclopedia, non vuole essere e non è solo un
lavoro di sistemazione concettuale. Il linguaggio politico, le parole della politica, sono
essi stessi atti politici; non sono solo un modo di rappresentare la politica, sono un
modo di farla. Il lessico politico sta sempre in un punto di tangenza fra conservazione e
innovazione: se lo si concepisce come la registrazione dell'esistente, ha una funzione
conservatrice. Ma può anche spostare in avanti la politica stessa. In questo senso, anche
questa enciclopedia è un atto politico.
| Che vorrebbe spostare la politica, anzi la politica in crisi che è l'unica che oggi
conosciamo, in quale direzione? Il vostro atto somiglia più a una cura ricostituente, a
una riapertura di senso, a una speranza? |
Tutte e tre. Una cura ricostituente, perché immette nella scatola vuota dell'armamentario
concettuale della politica dei pezzi e delle complicazioni. Un'apertura di senso, perché -
secondo una classica modalità dell'impolitico - vuole riaprire uno spazio di senso al di
là dei significati costituiti delle categorie politiche. Una speranza, che la dinamica della
politica si rimetta in moto in una fase come questa, di neutralizzazione e
spoliticizzazione.
Quella del rapporto fra politica e innovazione.
| In che senso? Tutti parlano di necessità di rapportarsi all'innovazione, nella sinistra di
governo... |
Voglio dire, ad esempio, che rispetto a ciò che chiamiamo globalizzazione ci sono tre
risposte possibili: quello reattivo e conservatore, di ritorno al vecchio, quello entusiasta
che vi vede solo chances, flessibilità, magnifiche sorti dell'individuo, e poi ce n'è una
terza che a me pare quella giusta, che consisterebbe nel cominciare a pensare il mondo
come una comunità aperta. Cercando di comprendere tutte insieme le cose che
accadono nel mondo, criticamente ma anche con una intenzione affermativa.
| A proposito delle parole della politica, fra uso, abuso e fraintendimenti. Di recente hai
organizzato a Napoli un seminario sulla libertà, ospite Jean-Luc Nancy. "Libertà" è la
parola che più ricorre in questo momento nel lessico politico di una sinistra in cerca di
nuova identità, giusto ieri l'altro Veltroni ha lanciato il suo "manifesto delle libertà". Ti
pare che circoli in modo proprio? |
Questo della libertà è un tema che mi sta molto a cuore. Ma attenzione. La parola
"libertà", in origine, indicava qualcosa di legato e di comune. La libertà era
libertà-in-comune, anzi il rischio dello stare in comune. Poi, con l'antropologia
individualistica moderna, questa connessione fra libertà e comunità va perduta.
L'affermazione di Veltroni sull'incompatibilità fra comunismo e libertà è vera ma
povera, perché a sua volta dà il senso di una opposizione fra libertà e comunità. Infatti
oggi la libertà, anche nel manifesto di Veltroni, diventa pura chance di vita,
immunizzazione dell'individuo dall'insicurezza, altro che rischio dello stare in comune.
| A proposito di comunità e comunismo. Le voci "comunità", "comunismo",
"comunitarismo" vengono una di seguito all'altra. A parte l'ordine alfabetico, c'è anche
una sequenza politica? |
Fra comunità e comunismo a mio avviso un rapporto c'è. Il comunitarismo invece ne sta
segnando la negazione, delineando un'idea chiusa di comunità, che invece dev'essere
aperta.
Parliamo di inclusioni e esclusioni nell'enciclopedia. Oggi ai bordi della politica
premono voci e saperi che il suo lessico tradizionale non prevede. Esempi, femminismo
e psicoanalisi. Mi colpisce positivamente che ci siano tre voci su Freud, Jung, Fromm.
Perché non Lacan? Perché non la voce "corpo"? Perché non Luce Irigaray, o
Judith Butler, o la comunità di filosofia della differenza sessuale Diotima? |
Perché in Freud, Jung, Fromm c'è un versante immediatamente riferibile se non proprio
al politico alla costruzione del sociale, mentre in Lacan questo manca.
| L'ordine simbolico non è rilevante per l'ordine politico? |
L'obiezione è sensata. Anche quella sul corpo: noi l'abbiamo escluso come tutti i
metaconcetti, ma in effetti oggi il corpo è l'oggetto stesso del politico, come dice la
biopolitica (che nell'enciclopedia c'è). Sul femminismo c'è una voce, su Irigaray no e
anche altri ce l'hanno contestato. Quanto a Diotima, non abbiamo inserito come tale
nessun gruppo, neanche la Scuola di Francoforte. Ma ci sarà presto una nuova edizione
dell'enciclopedia, con le integrazioni necessarie. |