La scienza moderna va giustamente fiera della scoperta di un certo
numero di leggi di validità generale se non universale che disciplinano il comportamento
delle varie entità che popolano la nostra terra e l'intero universo. Queste leggi definiscono
il quadro di riferimento generale entro il quale si svolgono gli avvenimenti e al quale si
uniformano tutti i fenomeni, fisici, chimici e biologici. Ogni ente materiale deve obbedire a
queste leggi. Ad esempio tutti i proiettili sparati in un certo modo seguiranno un certo tipo
di traiettoria. Le leggi non specificano però se un determinato proiettile viene
effettivamente sparato in questo momento dal tal punto con la tale velocità e la tale
angolazione. Questi dati specifici, designati spesso con il termine di "condizioni iniziali",
devono essere determinati a parte e aggiunti alle leggi stesse, se si vuole ottenere un
risultato concreto a proposito della traiettoria effettivamente seguita da quello specifico
proiettile. Le leggi coprono tutti i casi possibili ma non implicano né specificano il caso
singolo. Non possono dire cioè in primo luogo se quel proiettile esiste, secondariamente se
si trova in quel punto in quel momento, e infine se è stato sparato in una certa maniera,
anche se possono escludere alcune possibilità, per esempio che un sasso esista sulla
superficie del sole o che sia esistito in qualche parte dell'universo poche settimane dopo
l'esplosione originaria del big bang. Nessuna teoria può in sostanza giustificare l'esistenza
di una specifica entità, la quale ha per così dire il diritto ma non il dovere di esistere. La
sua esistenza deve essere assunta come un dato aggiuntivo. Le leggi scoperte dalla
scienza, cioè dalla migliore spiegazione disponibile dei fatti del mondo, non sono insomma
in grado di prescriverne l'esistenza. Tale osservazione si applica a tutte le entità materiali,
animate o inanimate, e rappresenta il nucleo problematico della contrapposizione fra spiegazioni universali e accadimenti particolari. L'elemento fondamentale del mistero
dell'esistenza, quello che forse non potrà mai essere rimosso, si colloca proprio
all'articolazione fra la regolarità del generale e l'accidentalità del singolare.
Comprenderemo sempre di più le leggi generali che governano il mondo, ma saremo
probabilmente impotenti a venire incontro alle domande del singolo individuo a proposito
di singoli avvenimenti. A tutto questo gli organismi viventi aggiungono altri, specifici,
elementi di contingenza, se non di arbitrarietà. È stato anzi l'avvento della biologia
moderna che ha dato lo scossone più violento e perentorio ad una visione antropocentrica
e finalistica del mondo. Con la teoria dell'evoluzione biologica prima e con le grandi
scoperte della biologia molecolare poi, il mondo della vita ci si è rivelato in tutta la sua
fragilità ontologica e precarietà progettuale. Qualcuno ha fatto notare che se non si
fossero verificate certe condizioni nella storia dell'universo probabilmente non esisterebbe
oggi nessun atomo di silicio. Se si assume però che nell'universo esista qualche atomo di
silicio, questo non può che possedere una certa specifica configurazione. La struttura della
tavola periodica degli elementi discende, infatti, direttamente dalle leggi della meccanica
atomica. È un fatto che un certo numero di atomi di silicio, o di piombo, esistono su vari
corpi celesti presenti in varie parti dell'universo. Non così per lo storione. Non era affatto
necessario che esistesse lo storione sul nostro pianeta e se ci sono altre forme di vita in
altre parti dell'universo è altamente improbabile che vi si trovi lo storione, o anche
l'anguria o il tacchino. L'esistenza stessa della vita su questo pianeta ci appare come un
fenomeno sostanzialmente fortuito, ma l'esistenza di singole specie, per non parlare dei
singoli individui appartenenti a tali specie, deve essere considerato un fenomeno
assolutamente contingente e non deducibile, o non deducibile direttamente, dai principî
primi che regolano i fenomeni naturali. Questo non vuol dire che ci sia qualcosa di magico
o d'inspiegabile nella vita stessa o in qualcuna delle sue articolazioni conosciute. Tutt'altro. È proprio perché abbiamo cominciato a capire qualcosa della vita e dei principî generali
che la regolano, che possiamo affermare quanto abbiamo appena affermato. La vita ha
perso per lo scienziato moderno buona parte del suo mistero e nessuno dei fenomeni
biologici oggi noti viola le leggi della fisica e della chimica, né sono state scoperte
"nuove" leggi specifiche del vivente, da aggiungere alle leggi che governano la materia
inanimata. Moltissimo è stato spiegato, e non c'è ragione di dubitare che altro ancora
verrà spiegato. Il punto è solo che negli organismi viventi la storia intesa come successione
di eventi materiali concatenati ha un'importanza molto maggiore di quanta ne abbia per
tutto il resto degli oggetti del mondo. Il nostro pianeta ha cominciato dal primo momento a
formicolare di forme viventi che si sono industriate a ritagliarsi un loro proprio spazio
vitale. Se ci risulta quasi impossibile comprendere quello che è successo in quei primi
momenti, un po' di più abbiamo appreso su come queste forme primitive di vita si siano
evolute verso la condizione attuale. Il punto di partenza è costituito dal fatto che il
patrimonio genetico di ciascuna specie è in uno stato di continua "ebollizione". Contiene
cioè un generatore inesauribile di variazione biologica rappresentata dalla comparsa di
sempre nuove mutazioni. Questo fenomeno si deve ritenere assolutamente casuale,
intendendo per casuali quei processi che non hanno una finalità e neppure una causa
specifica nota. Non c'è nessun motivo per il quale in quello specifico gene di quella specie
debba comparire in quel momento quella determinata mutazione, anche se la comparsa di
una mutazione è prevedibile e prevista in un certo lasso di tempo. Questa continua
creazione di patrimoni genetici nuovi e diversi deve passare poi al vaglio degli eventi
esterni, cioè di quella che viene comunemente chiamata la selezione naturale. Moltissime di
queste nuove mutazioni non passano l'esame della selezione naturale e vengono spazzate
via, altre non vengono notate e si mantengono ininfluenti per generazioni e generazioni e
altre, poche, ricevono invece il beneplacito della selezione naturale. Queste ultime restano
allora in circolazione o invadono addirittura il campo prima tenuto dagli organismi
portatori dei vecchi patrimoni genetici. Questa è la dinamica della vita: una creazione
casuale ma inevitabile di varianti e un processo di selezione di alcuni di questi da parte del
mondo esterno. I risultati sono quindi intrinsecamente imprevedibili e sono determinati
dall'accumulazione e dalla stratificazione di eventi più o meno casuali che non sono in
contrasto con le leggi della fisica e della chimica ma che non discendono necessariamente
e direttamente da loro. Il vivente è il regno del contingente e noi stessi siamo il prodotto di
una serie di eventi accidentali, che quasi nessuno si rassegna ad accettare come tali.
Soffermiamoci un attimo a considerare il concetto di caso. A scanso di equivoci occorre
chiarire che dire che un evento è casuale non implica affatto che si ritenga che non abbia
una causa. Tutto ha una causa, anzi ne ha più di una, ma non è sempre agevole
individuarla, così che spesso conviene rinunciarci e imputare un dato avvenimento
all'opera del caso. Quello che deve essere chiaro altresì è che quest'ultimo non è un'entità,
né fisica né metafisica, un signore assoluto che si è venuto più o meno tacitamente
sostituendo ad un Creatore e Signore. La locuzione "evento casuale" deve essere
considerata come un'abbreviazione di "evento del quale non conosciamo, o non
conosciamo ancora, le cause". È però forse appropriato distinguere fra eventi casuali del
presente, che si possono ripetere quante volte vogliamo nel futuro, ed eventi casuali del
passato. Per i primi c'è una buona speranza di riuscire, se c'interesserà, a sapere quali
sono effettivamente le cause, grandi e piccole, che li determinano. Per quanto concerne
invece alcuni eventi del passato, che sono accaduti magari una sola volta, come la
maggior parte di quelli evolutivi, la possibilità di conoscerne le vere cause è molto più
remota se non impossibile. Ipotizzare l'intervento del caso nell'indirizzare i più svariati
eventi biologici non è assolutamente in contrasto con una visione deterministica del reale.
Quest'affermazione implica anzi che ogni evento sia determinato con precisione da un
complesso di fattori che possiamo di volta in volta indicare come cause. Solo che talvolta
certe cause ci sono, almeno momentaneamente, sconosciute. La maggior parte delle
persone non ama il concetto di caso e l'idea di una sua ingerenza negli avvenimenti anche
più remoti. Molte di queste persone sono anche fieramente avverse ad una visione
deterministica della realtà. Confesso che non ho mai capito come costoro pensano che le
cose accadano. È sempre più evidente comunque che nessun organismo, compreso l'uomo,
è stato progettato e realizzato in un'unica seduta. Tutti i viventi derivano invece dalla
sovrapposizione, spesso affannosa, di piani di costruzione prospettatisi a più riprese e
combinati fra di loro in maniera squisitamente opportunistica. Ogni volta che si è inventato
o si è modificato un organo nuovo non è stato materialmente possibile soffermarsi a
concepirlo ex novo e a creare geni e meccanismi biologici ad hoc, ma è stato rielaborato
del materiale preesistente. La scienza quindi non offre elementi per sostenere una visione
finalistica del creato, né nello spazio né sulla terra. Il fine e il senso non possono essere
ricavati dallo studio della scienza d'oggi. Questo non significa che non abbiano diritto
d'esistere e che non esistano. Significa solo che questi appartengono ad un diverso piano
di realtà: non quello della comprensione, finalizzata alle applicazioni materiali o anche
all'agire pratico, ma quello della creazione di senso e della consolazione. La scienza è
nata e si è sviluppata per comprendere e possibilmente modificare l'universo delle entità
materiali. Non sarebbe quindi legittimo chiedere ad essa una visione del mondo. Ma se
gliela si chiede, questa non può che consistere in una lezione di sobrietà esplicativa e
giustificativa, una sorta di contemplazione razionale della nostra profonda solitudine e
della nostra contingenza. Questa visione austera, quasi ascetica, del nostro rapporto col
reale, che può condurre ad una lucida disperazione o ad un'eroica assunzione di
responsabilità, è stata particolarmente ben delineata trent'anni fa dal biologo francese
Jacques Monod nel suo Il caso e la necessità , che tanto turbò alla sua uscita i sonni degli
aprioristi di tutte le confessioni. Il guidatore insomma è sceso e la macchina procede da
sola. Però non procede tanto male e nessuno ci vieta di metterci di tanto in tanto al
volante; anche perché alternative non ce ne sono. L'esperienza insegna però che per farlo
è utile supporre che il guidatore, quello vero, tornerà da un momento all'altro. E il cuore
può continuare a crederlo, a patto che questa convinzione non annebbi troppo la vista alla
ragione. Il punto fondamentale è che la ragione, il miglior strumento che ci è stato dato per
guidare la nostra esistenza, non è in grado di giustificarla. |