| Ma il genoma non realizzerà
l'utopia della perfezione | In un recente articolo pubblicato su un quotidiano che si
considera autorevole un giornalista, parlando del genoma,
sosteneva tanto entusiasticamente quanto incautamente che grazie a
questa scoperta si sarebbero potuti programmare in futuro
uomini buoni eliminando i fattori genetici che contribuivano a
formare criminali e malandrini. Finalmente la scienza avrebbe
potuto realizzare quell'utopia che le rivoluzioni del secolo XX
non erano riuscite a compiere: la nascita di una società di
persone tutte buone, solidali, non inclini al delitto. Insomma un
nuovo Eden secolarizzato. È un'illusione che serpeggia da
qualche secolo nella psiche di filosofi e scrittori, i quali
respingono nevroticamente la tragica realtà della natura
umana, capace di atti di eroica santità come di atroci abiezioni.
In tutte le tradizioni religiose invece si sottolinea che la
condizione attuale dell'uomo è segnata dalla finitezza e dalla
debolezza morale. Ogni tradizione spiega questa condizione in
modo diverso, o come "caduta" nel mondo fenomenico, o come
conseguenza di una colpa originaria che ha ferito l'umanità.
"Tutte le tradizioni orientali - scriveva Joseph de Maistre, di cui
ho curato l'antologia Breviario della tradizione (Il Cerchio) - si
iniziano con uno stato di perfezione e di luce, dirò anzi di luci
soprannaturali; e la Grecia, la Grecia ingannatrice che nella
storia ha tutto osato, ha reso omaggio a questa verità situando
la propria età dell'oro all'origine delle cose". Per la Rivelazione
cristiana questa colpa è il peccato originale, un peccato di
superbia, come già aveva spiegato il libro del Siracide: "Inizio
di tutti i peccati è la superbia". Così fu il peccato di Lucifero nel
tentativo di una impossibile autosufficienza ontologica; lo fu
anche per Adamo ed Eva, come desiderio di una conoscenza
pari a quella del Creatore: una tentazione che si ripropone
costantemente nella storia del pensiero umano. Dal rifiuto della
fragilità dell'uomo sono nate le eresie moderne: in primo luogo
la fede patetica nella bontà degli istinti non repressi dalla
società, di cui fu primo teorizzatore Jean-Jacques Rousseau, e
l'ottimismo anarchico nelle sue molteplici variazioni.
Giustamente Giacomo Noventa osservava che l'"origine di ogni
errore consiste nell'idea di perfezione originaria dell'uomo".
Una seconda eresia secolarizza la escatologia cristiana in una
dimensione solo terrena, sostenendo in una visione
ingenuamente evoluzionista (ma non è forse ingenuo tutto
l'evoluzionismo, come ha dimostrato fra gli altri Giuseppe
Sermonti?) che l'uomo è ontologicamente perfettibile. Invece la
riaffermazione della caduta originaria permette di non evadere
dalla realtà, di osservarla con sguardo lucido nella sua
dialettica fra bene e male, eroismi e viltà, e di non soggiacere a
un altro falso dogma dell'epoca: la convinzione che la storia
dell'umanità sia una crescita inarrestabile dall'inferiore al
superiore, dall'irrazionale al razionale, dall'imperfetto al
perfetto. |