L'IMPORTANZA dell'annuncio congiunto, fatto questa settimana, che
Celera e lo Human Genome Project hanno completato un ordinamento sequenziale
(approssimativo) del genoma umano può essere tanto sopravvalutata quanto sottovalutata.
L'eccitazione commerciale che circonda la notizia è enorme, arrivando fino a suggerire
che i due gruppi hanno svelato le fondamenta genetiche dell'umanità in una maniera che
avrà conseguenze immediate per la nostra salute e la nostra felicità. È una grande
esagerazione. Ciò che gli scienziati hanno fatto è trascrivere, in una forma che si presta
alla ricerca computerizzata, un libro estremamente lungo scritto in una lingua straniera,
senza fornire un dizionario. Di questa lingua oggi conosciamo soltanto un pugno di parole
e di frasi, oltre al fatto che qualcosa come il 95 per cento del testo è un chiacchiericcio
privo di senso. Un immenso compito di traduzione è ancora davanti a noi. Altre società e
ricercatori operanti nel campo della biotecnologia dovranno identificare i geni all'interno
del genoma, spiegare quali proteine producono, e quindi capire come queste proteine
influenzano le cose che contano per noi, come una predisposizione al cancro della
mammella, l'intelligenza, il morbo di Alzheimer o la longevità. Le società private che
cercano di "brevettare" i geni non stanno brevettando il genoma in sé preso, ma piuttosto
le traduzioni e interpretazioni che danno di esso. L'annuncio congiunto non segna dunque
che l'inizio di uno sforzo di ricerca enormemente lungo e difficile. Eppure nessuno deve
sottovalutare la rilevanza della notizia. Molti credono che la decifrazione del genoma
umano avrà innanzitutto l'effetto di far progredire lo sviluppo dei farmaci. Ai loro occhi, i
problemi principali sono rappresentati da questioni come la privacy in campo medico o
l'"assicurabilità" di persone nate con certi marcatori genetici. Ma, per quanto importanti,
queste preoccupazioni impallidiscono a paragone dei problemi che ci troveremo ad
affrontare in futuro. La rivelazione del genoma uma no è una significativa pietra miliare
nell'attuazione di quel progetto moderno, in corso da cinquecento anni, che cerca, per
dirla con Francesco Bacone, di "innalzare la condizione dell'Uomo" mediante la
progressiva conquista della natura. Nel corso di gran parte della storia umana, la natura
che ci siamo sforzati di padroneggiare è stata quella del nostro ambiente esterno:
inondazioni, pestilenze, siccità, carestie. Ma i vincoli maggiori gravanti sulla libertà
dell'uomo sono quelli imposti dalla nostra stessa natura di uomini. Noi siamo mortali,
egoisti, irrazionali ed esageratamente emotivi, limitati nell'intelligenza e nelle capacità
percettive, inclini alla violenza e all'aggressività, e ciecamente fedeli alla famiglia e agli
amici. La decifrazione del genoma umano ci frutterà conoscenze che contribuiranno a
risolvere molte delle questioni del tipo "natura contro cultura" che hanno tormentato la
filosofia fin dagli antichi greci, e che sono oggi al centro di un numero rilevantissimo di
dibattiti sulle politiche pubbliche. Sono gli uomini e le donne realmente diversi in senso
psicologico, o è semplicemente una faccenda di condizionamento sociale? L'omosessualità
è una condizione congenita o acquisita? In quale misura l'intelligenza è e reditaria, o è
invece qualcosa suscettibile di progredire grazie a un ambiente migliore? Esistono
differenze significative, al di là della pelle e del colore dei capelli, tra i gruppi razziali ed
etnici? Ciascuna di queste posizioni ha accesi fautori, ma nell'impossibilità di collegare
geni specifici a specifiche condizioni o comportamenti i discorsi rimangono in buona parte
speculativi. La risposta a queste domande non è mai un semplice "o/o", ma piuttosto un
enunciato concernente l'effetto di certi fattori sulla "varianza" del comportamento umano.
A metà del Novecento gli scienziati sociali credevano che la cultura e l'ambiente contassero
per quasi il 100 per cento della varianza, e che l'incidenza della biologia fosse prossima a
zero. Con l'emergere di discipline come la genetica comportamentale (basata in buona
parte sullo studio dei gemelli), l'equilibrio è andato costantemente modifi candosi in favore
dei fattori genetici. La capacità di collegare concretamente comportamento e geni a livello
molecolare accelererà questa tendenza, e accrescerà la precisione delle nostre risultanze.
È probabile che le risposte non ci piaceranno, perché rischiamo di scoprire che siamo
molto meno liberi di scegliere il nostro destino di quanto ameremmo credere. Poiché quella
che Marx chiamava la "sfera della Natura" grava massicciamente con i suoi vincoli sulle
aspirazioni degli uomini, sembra pressoché inevitabile che finiremo col cercare di usare le
conoscenze genetiche per riplasmare attivamente la natura umana. Ciò potrebbe assumere
molte forme, dal caso dei genitori ricchi che si creano dei figli "griffati", con doti superiori
di aspetto e d'intelligenza, a quello di uno Stato egualitario che cerca di porre rimedio alle
diseguaglianze naturali attraverso un' eugenetica di nuova specie. Quando avremo
compreso meglio le fonti genetiche del comportamento, saremo in grado di sviluppare
nuovi, potenti strumenti per controllarlo con maggiore efficacia. Sarà allora aperta la via
alla sostituzione della razza umana da parte di qualcosa di diverso. Di fronte ad
affermazioni come queste, gli uomini delle pubbliche relazioni aziendali cominciano a
innervosirsi: la loro retorica, dicono, viene presa troppo sul serio. Essi ricordano che la
biotecnologia non si propone di re-ingegnerizzare gli esseri umani, ma di curare le
malattie e di aiutarci a vivere una vita più felice e più sana. Bisogna usarla per scopi
terapeutici: non per violare la natura, ma per aiutare gli uomini a vivere meglio in
armonia con essa. Ad ogni modo, dicono, il comportamento umano è molto complesso, e le
probabilità di essere in grado di modificarlo sono decisamente bassissime. Ma, come ha
sottolineato lo studioso di bioetica Leon Kass, la distinzione tra terapia e "miglioramento"
non terrà. Quando sono in ballo stati che etichettiamo come "patologici", non esiste
alcuna linea di demarcazione rigorosa tra salute e malattia. Uno stato che un medico
diagnostica come una "patologica ipereccitabilità che produce un deficit di attenzione", a
un altro sembrerà magari una normale esuberanza giovanile. Supponiamo, dice Kass, che
la biotecnologia ci dia i mezzi per modificare l'altezza, e quindi per curare il nanismo.
Tenendo conto dei netti vantaggi procurati da una statura più alta, chi dirà ai genitori di
un figlio situato nel quinto percentile che non si deve permettergli di aumentare la statura
del loro ragazzo? E se non si sollevano obiezioni alla somministrazione della terapia a
qualcuno che sta nel quinto percentile, perché non somministrarla a un altro che sta nel
cinquantesimo? Ci si potrebbe domandare perché mai non dovremmo usare la
biotecnologia a fini di miglioramento. I genitori vogliono il meglio per i loro figli, si tratti
dell'altezza, dell'intelligenza, di un bell'aspetto o dell'integrazione sociale. Chi gli dirà che
quest'atteggiamento è sbagliato? Potremmo sostenere che la biotecnologia aiuterà la razza
umana a diventare migliore. Può darsi che non ci sia nulla di sbagliato nella speranza che
la biotecnologia ci offra un futuro più ricco di promesse di qualunque utopia abbiamo
finora sognato. Ma ci sono inquietanti motivi per dubitare della saggezza di questa via,
specialmente se ne consideriamo le potenziali conseguenze sul terreno politico. Le
istituzioni del nostro attuale ordinamento liberaldemocratico, dalla famiglia al mercato alla
democrazia stessa, poggiano sul fatto che la natura umana è costituita in un certo modo e
non in un altro. Invece tutti i movimenti rivoluzionari radicali degli ultimi tre secoli (dalla
Rivoluzione francese ai rivolgimenti bolscevico, cinese e cambogiano) si basavano sulla
credenza che la natura umana fosse altamente plastica, e che fosse possibile modificarla
mediante la politica sociale. Se gli esseri umani non si conformavano ai presupposti dei
rivoluzionari, si poteva costringerveli impiegando gli strumenti del lavoro forzato, della
propaganda e della rieducazione. La convinzione che il comportamento umano potesse
essere plasmato dall'ingegneria sociale ha avuto conseguenze spaventevoli, e la diffusione
alla fine del Novecento della democrazia liberale a spese del socialismo in vaste porzioni
del mondo riflette in larga misura il riconoscimento che la cosa non poteva funzionare. In
un certo senso, il socialismo è naufragato sugli scogli di una natura umana che non ha
permesso ai pianificatori utopisti di fare e disfare a loro piacimento. La questione posta dai
risultati ottenuti da Celera e dal Human Genome Project è dunque la seguente: quale tipo
di politica una presunta futura conoscenza del genoma renderà possibile? Non potrebbe
essere che le tecnologie d'ingegneria sociale inaugurate nel corso del Novecento non
hanno funzionato soltanto perché erano troppo rozze, mentre in futuro disporremo della
biotecnologia per fare un lavoro migliore? L'eugenetica si è riaffacciata alla ribalta fin dal
momento in cui l'amniocentesi ha reso possibil e abortire feti afflitti da gravi difetti
congeniti. Recentemente Charles Murray ha suggerito che in futuro sarà la sinistra invece
della destra a farsi paladina dell'eugenetica, nel quadro di uno sforzo volto a porre
rimedio alle diseguaglianze naturali. Quando la posta in gioco sarà il futuro genetico di
una società, quali passioni si scateneranno? In mezzo ai festeggiamenti di Wall Street e
della comunità scientifica dopo l'annuncio congiunto, ecco qualcosa su cui riflettere. |