RASSEGNA STAMPA

5 LUGLIO 2000
FUKUYAMA
GENOMA for president
L'IMPORTANZA dell'annuncio congiunto, fatto questa settimana, che Celera e lo Human Genome Project hanno completato un ordinamento sequenziale (approssimativo) del genoma umano può essere tanto sopravvalutata quanto sottovalutata.
L'eccitazione commerciale che circonda la notizia è enorme, arrivando fino a suggerire che i due gruppi hanno svelato le fondamenta genetiche dell'umanità in una maniera che avrà conseguenze immediate per la nostra salute e la nostra felicità. È una grande esagerazione. Ciò che gli scienziati hanno fatto è trascrivere, in una forma che si presta alla ricerca computerizzata, un libro estremamente lungo scritto in una lingua straniera, senza fornire un dizionario. Di questa lingua oggi conosciamo soltanto un pugno di parole e di frasi, oltre al fatto che qualcosa come il 95 per cento del testo è un chiacchiericcio privo di senso. Un immenso compito di traduzione è ancora davanti a noi. Altre società e ricercatori operanti nel campo della biotecnologia dovranno identificare i geni all'interno del genoma, spiegare quali proteine producono, e quindi capire come queste proteine influenzano le cose che contano per noi, come una predisposizione al cancro della mammella, l'intelligenza, il morbo di Alzheimer o la longevità. Le società private che cercano di "brevettare" i geni non stanno brevettando il genoma in sé preso, ma piuttosto le traduzioni e interpretazioni che danno di esso. L'annuncio congiunto non segna dunque che l'inizio di uno sforzo di ricerca enormemente lungo e difficile. Eppure nessuno deve sottovalutare la rilevanza della notizia. Molti credono che la decifrazione del genoma umano avrà innanzitutto l'effetto di far progredire lo sviluppo dei farmaci. Ai loro occhi, i problemi principali sono rappresentati da questioni come la privacy in campo medico o l'"assicurabilità" di persone nate con certi marcatori genetici. Ma, per quanto importanti, queste preoccupazioni impallidiscono a paragone dei problemi che ci troveremo ad affrontare in futuro. La rivelazione del genoma uma no è una significativa pietra miliare nell'attuazione di quel progetto moderno, in corso da cinquecento anni, che cerca, per dirla con Francesco Bacone, di "innalzare la condizione dell'Uomo" mediante la progressiva conquista della natura. Nel corso di gran parte della storia umana, la natura che ci siamo sforzati di padroneggiare è stata quella del nostro ambiente esterno: inondazioni, pestilenze, siccità, carestie. Ma i vincoli maggiori gravanti sulla libertà dell'uomo sono quelli imposti dalla nostra stessa natura di uomini. Noi siamo mortali, egoisti, irrazionali ed esageratamente emotivi, limitati nell'intelligenza e nelle capacità percettive, inclini alla violenza e all'aggressività, e ciecamente fedeli alla famiglia e agli amici. La decifrazione del genoma umano ci frutterà conoscenze che contribuiranno a risolvere molte delle questioni del tipo "natura contro cultura" che hanno tormentato la filosofia fin dagli antichi greci, e che sono oggi al centro di un numero rilevantissimo di dibattiti sulle politiche pubbliche. Sono gli uomini e le donne realmente diversi in senso psicologico, o è semplicemente una faccenda di condizionamento sociale? L'omosessualità è una condizione congenita o acquisita? In quale misura l'intelligenza è e reditaria, o è invece qualcosa suscettibile di progredire grazie a un ambiente migliore? Esistono differenze significative, al di là della pelle e del colore dei capelli, tra i gruppi razziali ed etnici? Ciascuna di queste posizioni ha accesi fautori, ma nell'impossibilità di collegare geni specifici a specifiche condizioni o comportamenti i discorsi rimangono in buona parte speculativi. La risposta a queste domande non è mai un semplice "o/o", ma piuttosto un enunciato concernente l'effetto di certi fattori sulla "varianza" del comportamento umano.
A metà del Novecento gli scienziati sociali credevano che la cultura e l'ambiente contassero per quasi il 100 per cento della varianza, e che l'incidenza della biologia fosse prossima a zero. Con l'emergere di discipline come la genetica comportamentale (basata in buona parte sullo studio dei gemelli), l'equilibrio è andato costantemente modifi candosi in favore dei fattori genetici. La capacità di collegare concretamente comportamento e geni a livello molecolare accelererà questa tendenza, e accrescerà la precisione delle nostre risultanze.
È probabile che le risposte non ci piaceranno, perché rischiamo di scoprire che siamo molto meno liberi di scegliere il nostro destino di quanto ameremmo credere. Poiché quella che Marx chiamava la "sfera della Natura" grava massicciamente con i suoi vincoli sulle aspirazioni degli uomini, sembra pressoché inevitabile che finiremo col cercare di usare le conoscenze genetiche per riplasmare attivamente la natura umana. Ciò potrebbe assumere molte forme, dal caso dei genitori ricchi che si creano dei figli "griffati", con doti superiori di aspetto e d'intelligenza, a quello di uno Stato egualitario che cerca di porre rimedio alle diseguaglianze naturali attraverso un' eugenetica di nuova specie. Quando avremo compreso meglio le fonti genetiche del comportamento, saremo in grado di sviluppare nuovi, potenti strumenti per controllarlo con maggiore efficacia. Sarà allora aperta la via alla sostituzione della razza umana da parte di qualcosa di diverso. Di fronte ad affermazioni come queste, gli uomini delle pubbliche relazioni aziendali cominciano a innervosirsi: la loro retorica, dicono, viene presa troppo sul serio. Essi ricordano che la biotecnologia non si propone di re-ingegnerizzare gli esseri umani, ma di curare le malattie e di aiutarci a vivere una vita più felice e più sana. Bisogna usarla per scopi terapeutici: non per violare la natura, ma per aiutare gli uomini a vivere meglio in armonia con essa. Ad ogni modo, dicono, il comportamento umano è molto complesso, e le probabilità di essere in grado di modificarlo sono decisamente bassissime. Ma, come ha sottolineato lo studioso di bioetica Leon Kass, la distinzione tra terapia e "miglioramento" non terrà. Quando sono in ballo stati che etichettiamo come "patologici", non esiste alcuna linea di demarcazione rigorosa tra salute e malattia. Uno stato che un medico diagnostica come una "patologica ipereccitabilità che produce un deficit di attenzione", a un altro sembrerà magari una normale esuberanza giovanile. Supponiamo, dice Kass, che la biotecnologia ci dia i mezzi per modificare l'altezza, e quindi per curare il nanismo.
Tenendo conto dei netti vantaggi procurati da una statura più alta, chi dirà ai genitori di un figlio situato nel quinto percentile che non si deve permettergli di aumentare la statura del loro ragazzo? E se non si sollevano obiezioni alla somministrazione della terapia a qualcuno che sta nel quinto percentile, perché non somministrarla a un altro che sta nel cinquantesimo? Ci si potrebbe domandare perché mai non dovremmo usare la biotecnologia a fini di miglioramento. I genitori vogliono il meglio per i loro figli, si tratti dell'altezza, dell'intelligenza, di un bell'aspetto o dell'integrazione sociale. Chi gli dirà che quest'atteggiamento è sbagliato? Potremmo sostenere che la biotecnologia aiuterà la razza umana a diventare migliore. Può darsi che non ci sia nulla di sbagliato nella speranza che la biotecnologia ci offra un futuro più ricco di promesse di qualunque utopia abbiamo finora sognato. Ma ci sono inquietanti motivi per dubitare della saggezza di questa via, specialmente se ne consideriamo le potenziali conseguenze sul terreno politico. Le istituzioni del nostro attuale ordinamento liberaldemocratico, dalla famiglia al mercato alla democrazia stessa, poggiano sul fatto che la natura umana è costituita in un certo modo e non in un altro. Invece tutti i movimenti rivoluzionari radicali degli ultimi tre secoli (dalla Rivoluzione francese ai rivolgimenti bolscevico, cinese e cambogiano) si basavano sulla credenza che la natura umana fosse altamente plastica, e che fosse possibile modificarla mediante la politica sociale. Se gli esseri umani non si conformavano ai presupposti dei rivoluzionari, si poteva costringerveli impiegando gli strumenti del lavoro forzato, della propaganda e della rieducazione. La convinzione che il comportamento umano potesse essere plasmato dall'ingegneria sociale ha avuto conseguenze spaventevoli, e la diffusione alla fine del Novecento della democrazia liberale a spese del socialismo in vaste porzioni del mondo riflette in larga misura il riconoscimento che la cosa non poteva funzionare. In un certo senso, il socialismo è naufragato sugli scogli di una natura umana che non ha permesso ai pianificatori utopisti di fare e disfare a loro piacimento. La questione posta dai risultati ottenuti da Celera e dal Human Genome Project è dunque la seguente: quale tipo di politica una presunta futura conoscenza del genoma renderà possibile? Non potrebbe essere che le tecnologie d'ingegneria sociale inaugurate nel corso del Novecento non hanno funzionato soltanto perché erano troppo rozze, mentre in futuro disporremo della biotecnologia per fare un lavoro migliore? L'eugenetica si è riaffacciata alla ribalta fin dal momento in cui l'amniocentesi ha reso possibil e abortire feti afflitti da gravi difetti congeniti. Recentemente Charles Murray ha suggerito che in futuro sarà la sinistra invece della destra a farsi paladina dell'eugenetica, nel quadro di uno sforzo volto a porre rimedio alle diseguaglianze naturali. Quando la posta in gioco sarà il futuro genetico di una società, quali passioni si scateneranno? In mezzo ai festeggiamenti di Wall Street e della comunità scientifica dopo l'annuncio congiunto, ecco qualcosa su cui riflettere.
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