RASSEGNA STAMPA

3 LUGLIO 2000
STEPHEN JAY GOULD
Atleti oltre le gambe c'è di più
Posso soltanto chiedere indulgenza per il fatto di aprire un commento sportivo con la più venerabile delle ubbie professorali: una citazione dai classici. Quasi 2500 anni fa, molto tempo prima che Mr. Doubleday inventasse il baseball (1839), Protagora compendiò la nostra deplorevole tendenza a presentare tutte le questioni complesse come dicotomie nelle seguenti parole: "Ogni questione ha due lati, ciascuno l'esatto opposto dell'altro".
Spesso diamo risalto a queste caricature accoppiando ai due poli dell'opposizione la rima o l'allitterazione, come in "natura contro cultura", per l'origine dei nostri comportamenti, o in "cervello contro muscoli" ( brain versus brawn ) per le fonti del successo virile: la forza per il guerriero e l'atleta, l'intelligenza per lo studioso e il capitano d'industria. I tifosi di buon senso non portano questa dicotomia fino all'estremo di considerare i loro eroi-atleti totalmente sprovvisti di senno, come se Dio avesse dato a ciascun essere umano un certo quantum di energia globale, col risultato che ogni oncia supplementare di muscoli dev'essere pagata con la rinuncia a un'oncia d'ingegno. La nostra tendenza è piuttosto a caratterizzare le facoltà mentali degli atleti come la capacità di cogliere intuitivamente il movimento e la posizione del corpo: se si vuole, un'"in telligenza fisica". Noi riconosciamo dunque una componente mentale nella grazia di Di Maggio, nei movimenti magnifici e micidialmente efficaci di Michael Jordan o Muhammad Ali, e anche nella pura forza di Shaq che va prepotentemente a canestro. (Forse non c'è nessuno che possa fermare quasi centocinquanta chili in accelerazione, ma il colosso deve comunque sapere qual è il suo bersaglio.) Quest'erronea credenza nella natura intuitiva e fisica delle facoltà mentali dell'atleta trova il suo compendio migliore nella frase correntemente usata in ambito sportivo per un giocatore che infila una trionfale serie di successi alla battuta o al canestro: "Non sa quello che fa!". Ma c'è anche il rovescio di quest'errore: quando un bravo giocatore, dopo molti anni di successi professionali, inciampa nel compiere le operazioni più comuni del suo mestiere sportivo, spesso diamo la colpa all'intrusione di un'indebita consapevolezza.
Così, quando il giocatore di baseball Chuck Knoblauch "si blocca", e d'un tratto non riesce più a eseguire la convenzionale scivolata verso la prima base, diciamo che il suo cervello consapevole s'è intromesso in una capacità corporea che dev'essere affinat a dalla pratica fino a diventare un riflesso puramente automatico e virtualmente infallibile.
Non penso che questa visione convenzionale sia del tutto sbagliata, ma ritengo che quando assimiliamo l'aspetto intellettuale dello sport all'intuizione corporea non verbalizzabile, e consideriamo ogni eccesso di consapevolezza come "un intralcio", commettiamo una grave sottovalutazione del lato mentale della performance atletica; e ciò per due motivi di grande importanza. Innanzi tutto, una delle più sconcertanti (e innegabili) proprietà delle grandi prestazioni atletiche consiste nell'impossibilità di regolare certe abilità cruciali mediante un'esplicita deliberazione mentale: la semplice verità è che l'azione da compiere non concede abbastanza tempo per l'elaborazione sequenziale di decisioni consapevoli. È assolutamente ovvio che l'intrinseco paradosso e lo squisito fascino dell'atto di colpire una palla da baseball rientrano in questa categoria. I battitori non hanno puramente e semplicemente il tempo di valutare un lancio dal suo movimento iniziale, per poi decidere se e come procedere allo swing.
I battitori debbono "congetturare", attingendo alle profondità del loro studio e della loro esperienza, prima che il lanciatore effettui il suo tiro; e una congettura sbagliata può far apparire orribilmente stupido anche il più grande dei battitori, come quando Pedro Martinez lancia il suo change-up con l'identico movimento del braccio con cui lancia l a sua fastball , col risultato che il battitore, annusando guai, ha già completato il suo swing prima che la palla rotoli tranquillamente attraverso il piatto. In effetti, operazioni mentali di questo genere non possono procedere consapevolmente e sequenzialmente. Ma non per questo tali abilità vanno considerate una forma d'intelligenza inferiore, confinata alle prestazioni fisiche degli atleti. Molte tra le prodezze mentali più astratte, e apparentemente più matematiche, rientrano nella medesima sconcertante categoria. Per esempio, nel corso del tempo parecchi tra i più grandi virtuosi del calcolo mentale sono stati in grado di specificare gli algoritmi (le regole di calcolo) che affermano d'impiegare quando compiono efficacemente quanto istantaneamente prodezze come la determinazione del giorno della settimana per qualunque data di qualunque anno, non importa quanti secoli distante nel passato o nel futuro. Ma studi esaurienti mostrano che questi calcolatori lavorano troppo velocemente perché i loro risultati siano otte nuti mediante una qualunque forma di calcolo consapevole e sequenziale. In secondo luogo, la tesi che il disagio di Knoblauch deriva dal fatto che il cervello s'impone indebitamente alla percezione (o la mente alla materia) costituisce il peggiore e il più filisteo dei fraintendimenti. È vero, può accadere che una dimensione mentale di una specie consapevole e indesiderata s'intrometta in uno stile cognitivo diverso, inconsapevole e, nella fattispecie, obbligato. Ma in entrambi i casi si tratta di una dimensione mentale, non del corpo contro la mente. Il problema di Knoblauch ha la stessa forma di molti dolorosi ostacoli che si presentano in attività puramente mentali, di cui il blocco dello scrittore quando l'ossessione per le regole dello stile e della grammatica intralcia il flusso della buona prosa è soltanto l'esempio più ovvio. Ed è indubbiamente sbagliato qualificare la modalità non "bloccata" come meno intellettuale solamente perché non riusciamo a descrivere agevolmente i suoi piaceri e le sue procedure. Io non nego le differenze di stile e di sostanza tra la performan ce dell'atleta e quella tipica dello studioso, ma è certamente un errore considerare lo sport come il campo in cui domina una grezza intuizione (tutt'al più nobilitata con eufemismi politically correct del genere "intelligenza corporea"), e la letteratura come la raffinata sfera della nostra massima acutezza mentale. Il successo dei grandissimi atleti non può dipendere dai soli talenti fisici. Essi debbono agire anche con i loro cervelli; e infatti studiano, si arrovellano, s'infuriano contro i loro limiti , si esercitano e si perfezionano con la stessa dedizione e lo stesso impegno che tutti i buoni studiosi consacrano al loro Shakespeare. Mark McGwire, che studia instancabilmente i video di ogni singolo lancio di tutti i lanciatori di baseball che potrà capitargli d'incontrare, non è sicuramente da meno dello studioso scrupoloso che controlla fin l'ultima nota a piè di pagina della monografia che è l'opera della sua vita. La capacità mentale di McGwire è magari più difficile da descrivere in parole, ma non perché gli atleti siano più stupidi o intrinsecamente meno articolati degli scrittori. La verità è piuttosto che questa modalità dei pro cessi mentali inconsci si presta male alla descrizione verbale in tutti gli ambiti in cui opera. Nella mia esperienza personale (l'ammetto, limitata), ho trovato grandi interpreti di musica classica ancor meno capaci dei giocatori di baseball di articolare i fondamenti del loro successo. E così a Chuck Knoblauch, che è un ottimo giocatore, possiamo dire soltanto: anche questa passerà. Io aspetto di vederti allo stadio in una fresca serata di fine ottobre. È il momento culminante della nona ripresa, due outs, settima partita della World Series. Una qualche vittima designata della National League batte una palla bassa in seconda, e tu la prendi destramente al volo per l'out finale. Gli Yankees vincono la Series, quattro partite contro tre. E secondo le convenzioni che nel baseball regolano i l punteggio quest'ultimo out passa alla storia come un assist del secondabase seguito da un'eliminazione del primabase: 4-3.
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Scienze Cognitive