RASSEGNA STAMPA

30 GIUGNO 2000
GIAN ANTONIO STELLA
COLLETTI Il pifferaio rosso della Volpe
Un incontro degli anni Cinquanta tra un neolaureato e il grande filosofo marxista. Che si risolverà in una clamorosa rottura "politica"
T utto cominciò (ti pareva...) con "una deliziosa fanciulla che m'instradava ai misteri del tedesco e non solo: Hannedore". La futura moglie di Kohl? "Non ci scherzi, ragazzaccio: Hannedore, con la "d" di Deutschland. Ah, Hannedore...". Per parlare del suo "cattivo maestro", il filosofo marxista Galvano della Volpe, uomo di grandi passioni politiche, intellettuali, erotiche ed enologiche, definito da Duccio Trombadori "il cattivo maestro di molti cattivi maestri", Lucio Colletti dice di dover partire da quella sua maestra teutonica: "Io avevo 24 anni, lei 29, era "Oberassistentin" di economia politica a Münster, in Westfalia. L'amore scoppiò a Salisburgo, dove ci trovammo insieme a un seminario organizzato dall'università di Harvard". Amor platonico, visti i tempi? "Platonico un corno". Afferra la ventesima sigarettina, l'amputa del filtro, ne fa una specie di "Alfa extralusso": "Da buona prussiana educata sotto il nazismo, lei viveva questo rapporto con un romano come fosse con un negro. Per lei era varcare i confini della razza. Per me un amore forte. Di litigi, paci, campeggi bucolici tra meli e peri. Ero innamorato non solo di lei ma della Germania, che vedevo attraverso due lenti: Germania anno zero di Rossellini e Il mito di Sisifo di Camus: il cimitero d'Europa. Naturalmente l'amore per Hannedore accelerò l'apprendimento della lingua". Non era ancora di sinistra: "Smesso d'essere fascista dopo la prima liceo grazie a un insegnante, Pilo Albertelli, finito poi alle Ardeatine, nel '48 avevo votato per Saragat e l'Occidente. Venivo dal Partito d'Azione, ma quello repubblicano e liberale di La Malfa e Garosci. Non ero marxista. Però ero in crisi. Il Psli che Saragat aveva fatto nascere era un abortino. Era sempre più chiaro che i fronti in campo erano due: di qua Pio XII, di là il Pci. Io cominciavo a leggere Marx, ero nella fase di muta. In un viaggio in Germania incontrai un assistente di Jaspers. Mi diede due libri per Ugo Spirito. Tornai a Roma e lo cercai. Non ero, allora, l'uomo buono che sono diventato. Ero un fijo de 'na mignotta. Se non avesse risposto al telefono son sicuro che i libri me li sarei tenuti". Rispose? "Rispose. L'incontrai. Chiese di vedere la tesi di laurea che avevo fatto su Croce. La lesse, mi invitò a collaborare al Giornale critico della filosofia italiana e poi a fargli da assistente. Scoprii della Volpe nel '51, quando uscì La logica come scienza positiva . Mi colpì perché leggevo Kant nella direzione che trovavo espressa da lui. Eccolo, il mio "cattivo maestro"". Chi è, il "cattivo maestro"? "Il fanatico. Il pazzo, cito Goethe, che prende una strada e a dispetto d'ogni smentita non si corregge mai.
Quello che ti caccia in un vicolo cieco. Escludiamo ovviamente il corruttore che ti dà insegnamenti vituperevoli, per quanto ci siano pure quelli. Flaubert diceva anzi che quelli sono gli unici "maestri" perché ci portan fuori dall'innocenza". In che contesto lo diceva? "Non lo ricordo più. La cosa più penosa della vecchiaia è che ti fotte la memoria. Ogni tanto affiorano cose nitide come fossero accadute ieri, a volte ti devono presentare tua moglie". Capita spesso? "A me non ancora. Troppo selvaggia, la mia, per dimenticarmene. Quest'anno mi ha sbattuto in Egitto dove la mia pigrizia mai mi avrebbe permesso di andare. Un viaggio molto bello. Tornando a noi: della Volpe era un notevolissimo personaggio. Romagnolo di piccola nobiltà, era detto il Conte Rosso. Era stato fascista ed era diventato comunista, senza mai essere liberale. Come Delio Cantimori, suo discepolo. Spirito lo invitò a discutere il libro. Io dovevo presentarlo, lui avrebbe dovuto rispondere. In teoria. In realtà parlava solo lui". Come apparve? "Era un signore alto. Di un'eleganza casual .
Piaceva tantissimo a Rossana Rossanda. Io m'ero appena iscritto al Pci. L'avevo fatto in condizioni difficilissime perché sapevo che era stata la Corea del Nord ad invadere quella del Sud e non viceversa. E il culto di Stalin mi faceva ripugnanza". Allora perché diventò comunista? "Perché ero un cretino. Rimasi vittima della teoria dell' engagement di Sartre. Della pressione a schierarsi. Ero già ateo. Dall'altra parte c'erano Pio XII, padre Lombardi, Gedda... Capiamoci: la democrazia fu salvata da loro.
Quella porta loro, però, io non l'avrei aperta mai. E di qua, finito il Partito d'Azione, c'era solo l'attrazione per questo mondo nuovo. Più percebile se cominciavi a leggere Marx. Che offriva, rispetto alla cultura filosofica di allora, lo storicismo di Croce, una ricchezza di elementi nuovi. Insomma, se leggi la storia di Croce dal 1870 al 1914 o la stessa storia d'Europa (mi sentisse Rosario Romeo mi strangolerebbe), è una storia ridotta alla vicenda etico-politica. Senza essere irriguardoso: una storia "vaporosa". Nel Capitale trovavi la rivoluzione industriale, la fabbrica, un'analisi economica complicata che però metteva in movimento ingranaggi nuovi. Io sono sempre stato irriguardoso.
Irriverente. Incontrai della Volpe in forza dei nostri cattivi caratteri. E del gusto dell'eterodossia". Eppure lui considerava la propria l'unica lettura ortodossa di Marx. "Certo. E anch'io. Rispetto a Marx. L'ortodossia però non era rappresentata da Marx ma da quei bestioni dei filosofi del materialismo dialettico che in Urss erano sostanzialmente dei commissari di polizia. Una filosofia da scuole serali. La teoria che la natura procede dialetticamente e che quindi la dialettica è la chiave sia per intendere l'evoluzione naturale sia quella storico-sociale e del pensiero. Una filosofia da dinosauri. Non ci può competere neppure il neotomismo. Eppure era la dottrina ufficiale di tutti i partiti comunisti". Perciò l'essere discepoli di della Volpe consentiva di tenere insieme la tessera del Pci e l'eterodossia... "Non vorrei apparisse una scelta strumentale. Io cercavo di appropriarmi di Marx e della Volpe si era spinto molto più addentro rispetto ai bestioni. Era intrigante. Anticonformista: via le sciocchezze, via Engels, via la dialettica della natura... Critica radicale alla dialettica hegeliana.
Tutto ciò nel Pci di allora era una deviazione ideologica. Infatti lo ignoravano. Gli stranieri si tolgono il cappello, davanti a della Volpe. Qui lo ignoravano. E' l'unico che, vinta una cattedra in una piccola università di provincia, sia rimasto inchiodato lì tutta la vita. A Messina". Sigarettina. Calice di prosecco. Sospiro. "Era circondato da una antipatia e una diffidenza che riconduco a varie ragioni. Primo: andava matto per le donne e non lo nascondeva. Secondo: aveva gli atteggiamenti dell'aristocratico e li faceva pesare. Terzo: aveva fatto il salto da fascista a comunista. Lo avevano fatto pure Antonio Banfi (che aveva insegnato alla scuola di "mistica fascista") o Ranuccio Bianchi Bandinelli, che era stato il cicerone in orbace di Hitler a Firenze, senza che ciò impedisse al Pci di accoglierli con gli onori. Ma per lui fu diverso. Era guardato con sospetto da tutti: dai liberali perché comunista e dai comunisti perché eterodosso". Era questo a renderlo affascinante? "Vederlo così isolato mi dava dolore. Aveva un carattere detestabile e scriveva difficilissimo, con parentesi quadre dentro parentesi graffe. Ma era affascinante perché era un uomo vivo. Non lo incontravi a casa sua, dati i cattivi rapporti con la moglie, ma al caffè di piazza Vescovio.
Riceveva là. Ci ricevette anche Kolakowski e Sartre. Fino a quando morì, nel '68". Non era l'anno giusto, per morire. "Per morire non c'è mai l'anno giusto. Ma il '68 fu in qualche modo il suo trionfo perché una delle bandiere era Rousseau. E lui aveva scritto Rousseau e Marx . In cui leggeva Rousseau interpretando il Contratto sociale non in chiave liberal-democratica ma marxista. Nel III libro Rousseau dice che il governo è una "commissione" della sovranità popolare, la quale non è rappresentabile: "Gli inglesi godono della libertà una volta ogni cinque anni quando vanno a votare ma se ne servono per perderla". Quanto la teoria marxista gli debba non lo capirono né Marx né Lenin. Ma i ministri bolscevichi erano "commissari" del popolo". Eppure, negli ultimi anni, della Volpe cercò di "ridare una funzione ai diritti liberal-borghesi". "Sì. C'è il rapporto di Krusciov con le rivelazioni sui crimini di Stalin e lui coglie l'occasione per introdurre accanto all'istanza egualitaria democratico-rousseauiana (il "Moi commun", la socializzazione completa dell'individuo e insomma l'Abc del comunismo senza che Marx e Lenin paghino mai il debito) una ripresa di cautele liberali". Passaggi che aprirono la strada al futuro Colletti liberale? "No. Proprio lì avvenne la nostra rottura. Caddi nell'illusione che l'elemento democratico potesse venir recuperato valorizzando l'istituto consiliare. Cioè il soviet. Cazzate pure". Quindi non fu lui il cattivo maestro, ma il Colletti d'allora un cattivo allievo. "Sì. Ma lo fregai. Restituendogli il ruolo di cattivo maestro perché nel '64 mi chiamai fuori. Avevo capito che l'Urss non era riformabile. Che c'era un organismo in cui o si teneva tutto o crollava tutto. Rimasi in rapporti di amicizia. Di devozione pure. Ma rompemmo". In cosa dunque fu un cattivo maestro? "Mi deviò su un punto fondamentale: nel persuadermi che Marx si era del tutto liberato dell'hegelismo, cioè della dialettica, ed era davvero uno scienziato della società capitalistica moderna. C'è incompatibilità tra scienza e dialettica, mi segue? Totale. Eppure proprio lui, pur respingendo accanitamente tutta la dialettica di Hegel, si ostinò a credere che esistesse una dialettica scientifica, quella di Marx. E sebbene avesse posto l'attenzione lui sugli scritti del 1763 in cui Kant addita la differenza radicale tra la contraddizione (che è solo logica) e la contrarietà (che è tra enti reali: bianco e nero, onda e vento), rimase vittima dell'inganno e sulle prime ingannò anche me". Eppure, sotto sotto, resta per Galvano della Volpe un affetto sopravvissuto a tutto. "Mi ha dato molto. Prima di tutto la freschezza dell'osservazione. Andavamo al cinema insieme. E anche davanti al film più banale riusciva a cogliere un dettaglio da cui ricavava sempre un elemento di vita vissuta". A proposito: mai stato, a sua volta, il cattivo maestro di qualcuno? Lucio Colletti ride: "Sicuramente. Sono assediato anche in Parlamento da quelli che mi dicono di essere stati miei allievi. Li guardo e dico: mah...".
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