COLLETTI Il pifferaio rosso della Volpe| Un incontro degli anni
Cinquanta tra un neolaureato e il grande filosofo
marxista. Che si risolverà in una clamorosa rottura
"politica" |
| T utto cominciò (ti pareva...) con "una deliziosa fanciulla
che m'instradava ai misteri del tedesco e non solo:
Hannedore". La futura moglie di Kohl? "Non ci scherzi,
ragazzaccio: Hannedore, con la "d" di Deutschland. Ah,
Hannedore...". Per parlare del suo "cattivo maestro", il filosofo
marxista Galvano della Volpe, uomo di grandi passioni
politiche, intellettuali, erotiche ed enologiche, definito da
Duccio Trombadori "il cattivo maestro di molti cattivi maestri",
Lucio Colletti dice di dover partire da quella sua maestra
teutonica: "Io avevo 24 anni, lei 29, era "Oberassistentin" di
economia politica a Münster, in Westfalia. L'amore scoppiò a
Salisburgo, dove ci trovammo insieme a un seminario
organizzato dall'università di Harvard". Amor platonico, visti i
tempi? "Platonico un corno". Afferra la ventesima sigarettina,
l'amputa del filtro, ne fa una specie di "Alfa extralusso": "Da
buona prussiana educata sotto il nazismo, lei viveva questo
rapporto con un romano come fosse con un negro. Per lei era
varcare i confini della razza. Per me un amore forte. Di litigi,
paci, campeggi bucolici tra meli e peri. Ero innamorato non
solo di lei ma della Germania, che vedevo attraverso due lenti:
Germania anno zero di Rossellini e Il mito di Sisifo di Camus: il
cimitero d'Europa. Naturalmente l'amore per Hannedore accelerò
l'apprendimento della lingua".
Non era ancora di sinistra: "Smesso d'essere fascista dopo la
prima liceo grazie a un insegnante, Pilo Albertelli, finito poi alle
Ardeatine, nel '48 avevo votato per Saragat e l'Occidente. Venivo
dal Partito d'Azione, ma quello repubblicano e liberale di La
Malfa e Garosci. Non ero marxista. Però ero in crisi. Il Psli che
Saragat aveva fatto nascere era un abortino. Era sempre più chiaro
che i fronti in campo erano due: di qua Pio XII, di là il Pci. Io
cominciavo a leggere Marx, ero nella fase di muta. In un viaggio
in Germania incontrai un assistente di Jaspers. Mi diede due libri
per Ugo Spirito. Tornai a Roma e lo cercai. Non ero, allora,
l'uomo buono che sono diventato. Ero un fijo de 'na mignotta. Se
non avesse risposto al telefono son sicuro che i libri me li sarei
tenuti". Rispose? "Rispose. L'incontrai. Chiese di vedere la tesi di
laurea che avevo fatto su Croce. La lesse, mi invitò a collaborare
al Giornale critico della filosofia italiana e poi a fargli da
assistente. Scoprii della Volpe nel '51, quando uscì La logica
come scienza positiva . Mi colpì perché leggevo Kant nella
direzione che trovavo espressa da lui. Eccolo, il mio "cattivo
maestro"".
Chi è, il "cattivo maestro"? "Il fanatico. Il pazzo, cito Goethe, che
prende una strada e a dispetto d'ogni smentita non si corregge mai.
Quello che ti caccia in un vicolo cieco. Escludiamo ovviamente il
corruttore che ti dà insegnamenti vituperevoli, per quanto ci siano
pure quelli. Flaubert diceva anzi che quelli sono gli unici
"maestri" perché ci portan fuori dall'innocenza". In che contesto
lo diceva? "Non lo ricordo più. La cosa più penosa della
vecchiaia è che ti fotte la memoria. Ogni tanto affiorano cose
nitide come fossero accadute ieri, a volte ti devono presentare tua
moglie". Capita spesso? "A me non ancora. Troppo selvaggia, la
mia, per dimenticarmene. Quest'anno mi ha sbattuto in Egitto
dove la mia pigrizia mai mi avrebbe permesso di andare. Un
viaggio molto bello. Tornando a noi: della Volpe era un
notevolissimo personaggio. Romagnolo di piccola nobiltà, era
detto il Conte Rosso. Era stato fascista ed era diventato
comunista, senza mai essere liberale. Come Delio Cantimori, suo
discepolo. Spirito lo invitò a discutere il libro. Io dovevo
presentarlo, lui avrebbe dovuto rispondere. In teoria. In realtà
parlava solo lui".
Come apparve? "Era un signore alto. Di un'eleganza casual .
Piaceva tantissimo a Rossana Rossanda. Io m'ero appena iscritto
al Pci. L'avevo fatto in condizioni difficilissime perché sapevo che
era stata la Corea del Nord ad invadere quella del Sud e non
viceversa. E il culto di Stalin mi faceva ripugnanza".
Allora perché diventò comunista? "Perché ero un cretino. Rimasi
vittima della teoria dell' engagement di Sartre. Della pressione a
schierarsi. Ero già ateo. Dall'altra parte c'erano Pio XII, padre
Lombardi, Gedda... Capiamoci: la democrazia fu salvata da loro.
Quella porta loro, però, io non l'avrei aperta mai. E di qua, finito
il Partito d'Azione, c'era solo l'attrazione per questo mondo
nuovo. Più percebile se cominciavi a leggere Marx. Che offriva,
rispetto alla cultura filosofica di allora, lo storicismo di Croce,
una ricchezza di elementi nuovi. Insomma, se leggi la storia di
Croce dal 1870 al 1914 o la stessa storia d'Europa (mi sentisse
Rosario Romeo mi strangolerebbe), è una storia ridotta alla
vicenda etico-politica. Senza essere irriguardoso: una storia
"vaporosa". Nel Capitale trovavi la rivoluzione industriale, la
fabbrica, un'analisi economica complicata che però metteva in
movimento ingranaggi nuovi. Io sono sempre stato irriguardoso.
Irriverente. Incontrai della Volpe in forza dei nostri cattivi
caratteri. E del gusto dell'eterodossia".
Eppure lui considerava la propria l'unica lettura ortodossa di
Marx. "Certo. E anch'io. Rispetto a Marx. L'ortodossia però non
era rappresentata da Marx ma da quei bestioni dei filosofi del
materialismo dialettico che in Urss erano sostanzialmente dei
commissari di polizia. Una filosofia da scuole serali. La teoria che
la natura procede dialetticamente e che quindi la dialettica è la
chiave sia per intendere l'evoluzione naturale sia quella
storico-sociale e del pensiero. Una filosofia da dinosauri. Non ci
può competere neppure il neotomismo. Eppure era la dottrina
ufficiale di tutti i partiti comunisti".
Perciò l'essere discepoli di della Volpe consentiva di tenere
insieme la tessera del Pci e l'eterodossia... "Non vorrei apparisse
una scelta strumentale. Io cercavo di appropriarmi di Marx e della
Volpe si era spinto molto più addentro rispetto ai bestioni. Era
intrigante. Anticonformista: via le sciocchezze, via Engels, via la
dialettica della natura... Critica radicale alla dialettica hegeliana.
Tutto ciò nel Pci di allora era una deviazione ideologica. Infatti lo
ignoravano. Gli stranieri si tolgono il cappello, davanti a della
Volpe. Qui lo ignoravano. E' l'unico che, vinta una cattedra in una
piccola università di provincia, sia rimasto inchiodato lì tutta la
vita. A Messina".
Sigarettina. Calice di prosecco. Sospiro. "Era circondato da una
antipatia e una diffidenza che riconduco a varie ragioni. Primo:
andava matto per le donne e non lo nascondeva. Secondo: aveva
gli atteggiamenti dell'aristocratico e li faceva pesare. Terzo: aveva
fatto il salto da fascista a comunista. Lo avevano fatto pure
Antonio Banfi (che aveva insegnato alla scuola di "mistica
fascista") o Ranuccio Bianchi Bandinelli, che era stato il cicerone
in orbace di Hitler a Firenze, senza che ciò impedisse al Pci di
accoglierli con gli onori. Ma per lui fu diverso. Era guardato con
sospetto da tutti: dai liberali perché comunista e dai comunisti
perché eterodosso".
Era questo a renderlo affascinante? "Vederlo così isolato mi dava
dolore. Aveva un carattere detestabile e scriveva difficilissimo,
con parentesi quadre dentro parentesi graffe. Ma era affascinante
perché era un uomo vivo. Non lo incontravi a casa sua, dati i
cattivi rapporti con la moglie, ma al caffè di piazza Vescovio.
Riceveva là. Ci ricevette anche Kolakowski e Sartre. Fino a
quando morì, nel '68". Non era l'anno giusto, per morire. "Per
morire non c'è mai l'anno giusto. Ma il '68 fu in qualche modo il
suo trionfo perché una delle bandiere era Rousseau. E lui aveva
scritto Rousseau e Marx . In cui leggeva Rousseau interpretando
il Contratto sociale non in chiave liberal-democratica ma
marxista. Nel III libro Rousseau dice che il governo è una
"commissione" della sovranità popolare, la quale non è
rappresentabile: "Gli inglesi godono della libertà una volta ogni
cinque anni quando vanno a votare ma se ne servono per
perderla". Quanto la teoria marxista gli debba non lo capirono né
Marx né Lenin. Ma i ministri bolscevichi erano "commissari" del
popolo".
Eppure, negli ultimi anni, della Volpe cercò di "ridare una
funzione ai diritti liberal-borghesi". "Sì. C'è il rapporto di
Krusciov con le rivelazioni sui crimini di Stalin e lui coglie
l'occasione per introdurre accanto all'istanza egualitaria
democratico-rousseauiana (il "Moi commun", la socializzazione
completa dell'individuo e insomma l'Abc del comunismo senza
che Marx e Lenin paghino mai il debito) una ripresa di cautele
liberali". Passaggi che aprirono la strada al futuro Colletti
liberale? "No. Proprio lì avvenne la nostra rottura. Caddi
nell'illusione che l'elemento democratico potesse venir recuperato
valorizzando l'istituto consiliare. Cioè il soviet. Cazzate pure".
Quindi non fu lui il cattivo maestro, ma il Colletti d'allora un
cattivo allievo. "Sì. Ma lo fregai. Restituendogli il ruolo di
cattivo maestro perché nel '64 mi chiamai fuori. Avevo capito che
l'Urss non era riformabile. Che c'era un organismo in cui o si
teneva tutto o crollava tutto. Rimasi in rapporti di amicizia. Di
devozione pure. Ma rompemmo".
In cosa dunque fu un cattivo maestro? "Mi deviò su un punto
fondamentale: nel persuadermi che Marx si era del tutto liberato
dell'hegelismo, cioè della dialettica, ed era davvero uno scienziato
della società capitalistica moderna. C'è incompatibilità tra scienza
e dialettica, mi segue? Totale. Eppure proprio lui, pur
respingendo accanitamente tutta la dialettica di Hegel, si ostinò a
credere che esistesse una dialettica scientifica, quella di Marx. E
sebbene avesse posto l'attenzione lui sugli scritti del 1763 in cui
Kant addita la differenza radicale tra la contraddizione (che è solo
logica) e la contrarietà (che è tra enti reali: bianco e nero, onda e
vento), rimase vittima dell'inganno e sulle prime ingannò anche
me".
Eppure, sotto sotto, resta per Galvano della Volpe un affetto
sopravvissuto a tutto. "Mi ha dato molto. Prima di tutto la
freschezza dell'osservazione. Andavamo al cinema insieme. E
anche davanti al film più banale riusciva a cogliere un dettaglio da
cui ricavava sempre un elemento di vita vissuta". A proposito:
mai stato, a sua volta, il cattivo maestro di qualcuno? Lucio
Colletti ride: "Sicuramente. Sono assediato anche in Parlamento
da quelli che mi dicono di essere stati miei allievi. Li guardo e
dico: mah...". |