| Non si può chiamare
omicidio l'eutanasia | L'INGEGNER Ezio Forzatti, 51 anni, è
stato condannato dal tribunale di Monza a
sei anni e sei mesi di carcere per omicidio
volontario premeditato, pur non avendo
commesso nessun omicidio. Del resto, se
davvero avesse commesso un omicidio, sei
anni e mezzo sarebbero una pena
incredibilmente lieve. Ma Ezio Forzatti
non ha commesso nessun omicidio, e per
questo la sua condanna (fosse stata anche
di un solo giorno) suona come
insopportabile ingiustizia.
Si dirà: l'ingegner Forzatti ha però staccato
la spina che teneva il corpo di sua moglie
"in vita", dunque indirettamente l' ha
uccisa. Sarà bene rispondere senza giri di
frasi: se anziché staccare la spina avesse
iniettato veleno nella flebo, procurando
direttamente la fine della "vita" di quel
corpo, non avrebbe comunque commesso
nessun omicidio.
Per commettere omicidio non basta
uccidere, infatti. È questa una condizione
necessaria ma non sufficiente. Altrimenti
per omicidio dovremmo condannare
chiunque in guerra spari a un nemico e
chiunque esegua la condanna a morte di un
criminale (pratiche entrambi orribili,
soprattutto quest'ultima: ma che non
costituiscono giuridicamente omicidio). E
oltre tutto: nella guerra e nell'esecuzione di
una pena capitale si uccide qualcuno che
non chiede affatto di morire. Nei casi che
impropriamente vengono etichettati come
eutanasia, invece, si tratta proprio di
questo: che la morte viene data a chi la
chiede. Qualcosa di radicalmente opposto
all'omicidio, dunque, dove la vittima non
invoca affatto la morte, anzi.
Ezio Forzatti e sua moglie Elena Moroni,
proprio perché legati da amore profondo, si
erano promessi di aiutarsi nel caso a uno
dei due fosse capitata la tragedia estrema di
diventare un "morto vivente", corpo ormai
senza coscienza, senza più vita umana,
tenuto "in vita" vegetativa attraverso
macchine. Staccando la spina di Elena,
Ezio non ha fatto che onorare la volontà di
sua moglie, la libera volontà di sua moglie.
Che un magistrato possa definire omicidio
ciò che di un omicidio è agli antipodi,
dunque, costituisce quanto meno un
incredibile errore giudiziario, che l'appello
dovrà rovesciare. Fin dai banchi di scuola
abbiamo letto di matrone violate nell'onore
o di condottieri romani sconfitti che si
suicidavano. Talvolta facendosi trafiggere
da uno schiavo. A nessuno è mai venuto in
mente di considerare "omicidi" questi
episodi di evidente suicidio. E che sia un
uomo libero, anziché uno schiavo, a farsi
strumento di una libera decisione altrui,
sottolinea semmai l'amore che spinge una
persona a farsi strumento, e il rispetto
autentico dell'altrui libertà.
Chiamare tutto ciò omicidio costituisce un
inammissibile abuso linguistico, giuridico,
morale. Un abuso che è frutto di smisurato
pregiudizio ideologico. Sarebbe come se
un magistrato definisse infanticidio un
aborto (avvenuto nei termini di legge)
perché tale lo considera il Papa. La stessa
identica cosa avviene quando sanziona
come omicidio il suicidio assistito o lo
"staccare la spina" a chi in precedenza ha
previsto l'eventualità e ha affidato alla
persona più cara l'esecuzione della sua
volontà.
Del resto, se i giudici di Monza avessero
applicato non l'articolo del Codice che
punisce l' omicidio volontario -
improponibile, abbiamo visto - ma quello
che sanziona l'"omicidio di consenziente"
(fino a quindici anni di carcere!), neppure
in questo caso avrebbero fatto giustizia.
Tale norma sarebbe un ossimoro se si
trattasse di poesia (l'aggettivo
incompatibile col sostantivo, ghiaccio
bollente, insomma). Poiché si tratta di
legge, siamo alla mostruosità giuridica,
degna di essere portata alla Corte
costituzionale (o più immediatamente, di
essere abrogata dal parlamento).
Non c'è rispetto per la vita se esso non fa
tutt'uno col rispetto della libera volontà -
fino all'estremo - di chi vive la propria vita,
di chi è la propria vita. Ma la vita
appartiene a Dio, si obietta. Una
convinzione che vale per il credente, ma
non può valere per chi è senza fede
religiosa: una legge, perciò, non può mai
tirare in ballo la volontà di Dio, ma nascere
solo da argomentazioni umane. Del resto:
quale Dio? Il pastore valdese Bouchard, ad
esempio, si è detto orgoglioso del
Consiglio comunale di Torino favorevole
alla "eutanasia".
Il dilemma è tragico, doloroso, estremo,
ma anche semplice: la tua vita caro lettore -
e dunque anche la decisione se porvi fine -
appartiene a te o a me, politico, prete,
magistrato? Elena Moroni aveva deciso, in
caso di disgrazia, e affidato la sua volontà
a chi per amore le dava garanzia che
l'avrebbe rispettata. Lo Stato, cioè tutti noi,
dobbiamo fare lo stesso, altrimenti la
democrazia si rovescia in "Statolatria", la
più orrenda delle idolatrie. |