| Quando il figlio diventa un'ossessione | Mentre infuria la battaglia legislativa sulla fecondazione
artificiale - o come più propriamente va definita: procreazione
medicalmente assistita - una psicoanalista italiana della nuova
generazione, Marisa Fiumanò, propone uno spostamento del
discorso dal fuori al dentro. Dal fuori delle tecniche, degli
interventi medici, delle banche del seme, dell'affitto degli uteri,
infine delle proposte di legge, al dentro: a quel dentro per
eccellenza che è il desiderio della madre. Di questo tratta un
libro denso e coraggioso, A ognuna il suo bambino , in cui
Fiumanò, forte di una pratica terapeutica e di una ricerca clinica
anche dentro le istituzioni mediche, ribalta sostanzialmente la
questione: l'infecondità, che è in preoccupante aumento nei Paesi
occidentali, segnala qualcosa di più e di diverso di un disturbo o
di una impossibilità fisiologica. Segnala, per riprendere le sue
parole, "una rottura dell'assetto culturale, una fragilità delle
dimensioni simboliche in cui si inscrivono oggi la procreazione e
la filiazione". Incerto il posto del padre, garantite da
contraccezione e aborto, le donne oggi, scrive, "sono lasciate
sole, arbitre e responsabili delle possibilità o meno di una
nascita". E' in questo "eccesso di decisionalità" che si consuma il
dramma di molte infecondità che nessun impedimento organico
sembra poter spiegare. Non si tratta di mettere in discussione - e la
studiosa lo ribadisce con forza - le conquiste femminili o gli
strumenti della medicina attuale, quanto di restituire alla
procreazione la profondità di campo che le spetta: i suoi fantasmi
e i suoi simboli, l'ordine affettivo e la storia familiare che la
sottende. In altre parole quella particolare trasmissione di
esperienza profonda che di generazione in generazione spinge o
allontana le donne dalla "passione del materno", e che
accompagna e precede l'atto materiale del mettere al mondo un
figlio. |