| Losanna, nella casa
del Dottor Morte | "Grazie, monsieur Sobel".
"Merci, docteur Sobel". Le lettere sono
scritte a mano ma la grafia è chiara,
leggibile. Solo un po' tremante, a volte. "Le
mie sofferenze dottor Sobel sono diventate
così insopportabili e senza speranza che dal
profondo del cuore chiedo la vostra
assistenza per la soluzione che ho scelto...".
E' madame U.B. che scrive. Data di nascita
2 febbraio 1945. Data di morte
29.04.2000. Suicidio assistito eseguito il
29.04.2000. Un giorno d'aprile. Un giorno
di primavera a Chaux-de- Fonds, Svizzera
francese. Un giorno, uno dei tanti, in cui il
dottor Jérome Sobel, otorinolaringoiatra di
Losanna, ha preso la sua valigetta, la
fialetta di veleno, ed è andato ad aiutare
qualcuno a morire.
UNA donna, un uomo, giunti allo stadio
finale. All'ora dell'addio. Ha preparato la
pozione il dottor Sobel, l'ha versata in un
bicchiere, ha messo il bicchiere nelle mani
dell'ammalata, l'ha guardata piano piano
bere e poi scivolare nel sonno. L'ultimo
sonno. Davanti agli occhi dei familiari e
degli affetti più cari. Mezz'ora, non di più,
dura il distacco dalla vita, mente i ricordi si
fanno già struggenti. Il dottor Sobel
attende, constata il decesso, poi chiama la
polizia: "Venite, qui è stato eseguito un
suicidio assistito". E la morte, assicura
Sobel, "è stata dolce".
E' un pomeriggio splendente a Losanna, in
rue Bellefontaine numero 2. Il dottor
Jérome Sobel, presidente di Exit,
associazione svizzera per "il diritto ad una
morte dignitosa" è seduto dietro la
scrivania del suo studio, con accanto la
moglie Denise. Mostrano lettere, carte,
documenti. Raccontano perchè. Perchè
Jérome pratica il suicidio assistito e Denise
condivide la sua scelta. Perchè si battono
affinchè l'eutanasia venga legalizzata,
perchè, in un giorno lontano hanno deciso
di diventare membri di Exit, insieme ad
altre sessantamila persone in tutta la
Svizzera. Perchè, hanno scelto una via
tanto stretta.
"Lavoravo in ospedale. Con i malati
terminali. Ho visto tante, troppe persone
morire tra le sofferenze più atroci. Uomini,
donne, dilaniati dal dolore, devastati dalle
piaghe, senza che i farmaci potessero fare
più nulla. Ho visto persone ridotte ad uno
stato vegetativo che imploravano, per
favore, un aiuto per chiudere gli occhi...
Sono specializzato nelle malattie
dell'apparato naso-bocca: sentivo la
disperazione dei miei pazienti, colpiti da
tumore alla gola, alla laringe, dopo due, tre
operazioni, dopo cicli di chemioterapia, di
radioterapia, quando le cure palliative non
leniscono più i tormenti, quando anche
l'ospedale ti congeda perchè non c'è più
nulla da fare se non aspettare la morte... Ho
capito che come medico potevo e dovevo
aiutare ad alleviare la sofferenza".
Il dottor Sobel aderisce ad Exit,
associazione nata in Svizzera nel 1982, i
cui membri con una sorta di testamento
scritto chiedono di essere aiutati a morire il
giorno in cui le loro condizioni fisiche
risultassero disperate. Spiega Jérome
Sobel: "In Svizzera l'eutanasia attiva non è
permessa. Non è consentito cioè che un
medico, o un volontario, o un parente,
facciano un'iniezione letale. E' possibile
invece aiutare qualcuno a suicidarsi. Non è
esattamente consentito, ma la polizia,
quando si trova in presenza di questa
situazione, non apre nemmeno il fascicolo.
Il medico o il volontario dell'associazione
che ha fornito il veleno, che ha
accompagnato il decesso, non viene in
alcun modo perseguito. Ma, ed è
fondamentale, l' ammalato deve bere da
solo la soluzione che lo farà andare via...".
E' anche possibile, nelle confederazione
elvetica, decidere di staccare la spina,
smettere cioè di tenere in vita
artificialmente una persona in coma
irreversibile. "Si possono fermare le
macchine - continua Sobel - si può
interrompere l'alimentazione forzata. Ma
poi si deve aspettare la morte "naturale".
Cioè giorni di agonia. Per questo noi di
Exit chiediamo di poter cambiare la legge e
di poter agire invece con una iniezione
diretta".
Avrà poco meno di cinquant' anni il dottor
Sobel, un uomo piccolo, dall'aria semplice,
padre e marito felice. "A quante persone ho
portato il veleno? Tante - dice pacato Sobel
- non chiedetemi il numero. E' triste, è
durissimo... E' un momento di grande
dolore, ma io so che devo farlo. E' la
coscienza che me lo impone. Altrimenti la
mattina dopo non potrei guardarmi nello
specchio. Però è importante precisare che
noi di Exit accettiamo di praticare il
suicidio assistito soltanto quando un
referto medico ci assicura che per
quell'ammalato non c'è più nulla da fare,
che ogni cura è inutile. Sembrerà grottesco
ma lo dico: non è che qui può venire
chiunque chiedendo di essere aiutato
magari perchè è depresso, o ha appena
scoperto di aver un cancro. No, si deve
lottare contro la malattia, questa è l'ultima,
l'ultimissima spiaggia. Poi, attenzione:
possiamo aiutare solo e unicamente
cittadini svizzeri, anche se ci arrivano
richieste da ogni parte del mondo, e tante,
tantissime, dall'Italia...".
Non ha paura di essere chiamato "dottor
Morte" Jérome Sobel. La sua ultima
"missione" l' ha eseguita lunedì scorso.
Missione rigorosamente gratuita. "Non
accettiamo nemmeno un franco. Nulla.
Anche un piccolissimo regalo potrebbe
alterare un equilibrio così delicato".
Missione duramente osteggiata da parte
della classe medica e, naturalmente, dalla
chiesa cattolica. Ma Sobel assicura: "La
notte dormo e non ho incubi". "So di essere
nel giusto. Me lo testimoniano i parenti che
quasi sempre, dopo la morte del loro caro,
dopo quella scelta così dolorosa, si
iscrivono ad Exit. Me lo ha dimostrato
quel pastore protestante che ha recitato il
servizio funebre in casa di una donna che
faceva parte della sua Chiesa, e si era
appena tolta la vita davanti a me... Me lo
dicono le parole dei malati quando mi
chiedono di aiutarli... quando porgo loro il
veleno, e i loro occhi mi accompagnano
mentre si abbandonano, dolcemente,
all'ultimo viaggio". |