| Isaiah Berlin, "Due concetti di libertà", Feltrinelli, pagg. 114, lire 25.000 | Si deve esser grati a Isaiah Berlin (1908-
1997) che nella lunga vita di filosofo e
soprattutto di storico delle idee non ha mai
considerato la sua ispirazione politica
liberale come un modello di riferimento
stabile e ideologizzato una volta per tutte.
Questa sua disponibilità intellettuale gli ha
permesso di essere testimone "aperto" di un
travagliato Novecento dove proprio il
liberalismo è stato messo a dura prova da
invadenti e per un certo tempo egemoni
ideologie contrarie.
L'"apertura" di Berlin è stata di proporre
una dimensione non più monolitica ma
plurale della libertà; un "liberalismo
agonistico" suscitatore di confronti e
dibattiti di notevole rilievo teorico e
pragmatico, cioè con ricaduta nell'agire
politico.
Berlin cerca di evitare l'interpretazione
moralistica della libertà poiché, a suo dire,
il significato di questo termine "è così
poroso che non c'è praticamente
interpretazione che non consenta", fino ad
arrivare ai "duecento e più sensi di questo
termine proteiforme".
Berlin, tra il 1958 e il 1969, si è limitato a
elaborarne due. Sono i Due concetti di
libertà che vengono riproposti alla nostra
attenzione. Il curatore del volumetto,
Mario Ricciardi, scrive che "la distinzione
(di origine kantiana) tra libertà negativa e
libertà positiva proposta da Berlin è
diventata paradigmatica della teoria
politica contemporanea". La distinzione è
tra la libertà da qualcosa (negativa) e la
libertà di fare o essere qualcosa (positiva).
E' un dilemma di non facile soluzione se
pensiamo al mondo globalizzato che ci
attende e che pare irresistibile. |