RASSEGNA STAMPA

11 GIUGNO 2000
MAURIZIO FERRARIS
Hegel e la morte dell'arte
Hegel pubblicò non tantissimo in vita sua, scrisse la Fenomenologia dello spirito, La scienza della logica, l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, una Filosofia del diritto, ma si guardò bene dal pubblicare le lezioni di estetica, filosofia della religione, e anche di storia della filosofia, che rispondevano prioritariamente a una esigenza didattica e popolare (al Costanzo Show, Hegel avrebbe parlato di estetica e non dì scienza della logica).
Così - e lo si è sempre saputo uno dei più famosi testi di Hegel, l'Estetica, nasce da una rielaborazione delle lezioni, con ampie integrazioni, spesso ricche di valore letterario, dovuta a un suo uditore, Heinrich Gustav Hotho, ed è - osserva nella sua ottima prefazione il curatore, Paolo D'Angelo - un testo di due gradi distante da Hegel, perché comporta due fasi dopo la lezione: la collazione di più quaderni di appunti di vari autori e di epoche diverse, e la rielaborazione letteraria. Mentre le Lezioni di estetica che possiamo oggi leggere in italiano, e che si basano sulla edizione tedesca (Meiner, Hamburg 1998) curata da Annelise Gethmann-Siefert sono distanti di un solo grado, perché si tratta della trascrizione, non rielaborata né integrata, di un solo corso di Hegel, del 1823.
Questo per quanto riguarda la questione dei testi. Ma, alla fine della prefazione, D'Angelo osserva anche, a ragione, che tutto questo lavorio filologico insegna che nella filosofia, in fin dei conti, non contano i testi, ma le idee. E se le cose stanno così, c'è un'idea di Hegel su cui vorrei richiamare l'attenzione, e che riguarda proprio lo statuto disciplinare dell'estetica. A Hegel è stata attribuita una frase che non ha mai detto, la famosa "morte dell'arte". Tuttavia, la sostanza è chiara, ed Hegel l'ha esposta tante volte: l'arte è una cosa del passato. In che senso? Ai tempi di Hegel si faceva tantissima arte, e oggi se ne fa ancora di più, però non è più come ai tempi dei Greci o degli Egizi, in cui l'arte era un vero e proprio modo di vivere delle persone. Allo stesso modo, anche adesso c'è religione (anzi, ce ne sono sempre di più), ma non è come nel Medioevo, in cui una scomunica papale poteva far cadere un imperatore. Questo perché, ai tempi di Hegel come ai nostri, la verità è offerta dalla scienza (che per Hegel è incarnata al meglio dalla filosofia), che per l'appunto fornisce il migliore schema concettuale, e non si chiederà, poniamo, l'origine dell'universo ai poemi cosmgonici o alla Bibbia, bensì alla fisica matematica.
La ricaduta è significativa. La filosofia dell'arte è solo una propedeutica, e poi, se si vorrà sviluppare un discorso scientifico sull'argomento, non sarà questione di sostenere che l'arte è, per gli adulti del nostro tempo, un "porsi in opera della verità" superiore alla scienza (questo lo dirà cent'anni dopo, regressivamente, Heidegger); si dovrà elaborare un sapere storico sull'arte. Così la pensava Hegel, e così la pensava anche Hotho, che, giunto a maturità scientifica, scriverà di storia dell'arte (Storia della pittura tedesca e olandese, 1842-43; Storia della pittura cristiana, 1867). Ma così non la pensavano quei mattacchioni dei romantici, che invece pretendevano che fosse venuto il momento per fondare una nuova mitologia, che il mondo doveva diventare di nuovo favola eccetera eccetera. Però, per l'appunto, Hegel i romantici non li sopportava, li considerava dei dilettanti e degli esaltati (in taluni casi, dei malati e dei farabutti).
E con le Lezioni di estetica ha fatto due cose molto chiare: 1) ha mostrato che si può parlare dell'arte, così come di tante fasi precedenti dello spirito umano, come ciò che può gettar luce su quello spirito, geneticamente, ma senza per questo additargli un futuro. Ed è per questo che l'apparente contraddizione per cui a Hegel piace l'arte classica ma è costretto a farle seguire l'arte romantica non è affatto una contraddizione se l'arte è una cosa del passato, ognuno sceglie nel passato quello che gli garba, non è costretto a leggersi l'ultimo romanzo, se gli piacciono Omero, Ariosto o Salgari (mentre è chiaro che nella scienza non si può far così); 2) ha fatto dei corsi piacevoli, perché l'audience, allora come ora, conta, per un professore; ma si è guardato bene dal pretendere di aver dato il meglio di sé (si tratta infatti della trascrizione di un sistema che vive altrove); e la decisione di non dare alle stampe quelle lezioni vale da sola come un giudizio di Hegel sulla filosofia dell'arte. Che poi nell'Estetica ci siano delle pagine bellissime, soprattutto sugli Egiziani, non contesta ma conferma questa ipotesi; così come il fatto che ci siano degli svolgimenti importanti di pensiero (Hegel non è che smettesse di pensare a lezione: ma non è difficile vedere come qui si trovi essenzialmente l'applicazione di uno schema elaborato altrove).
La morale, mi sembra, è questa: facciamo molto bene a confrontare il testo rielaborato letterariamente da Hotho col nudo corso del 1823. Ma dobbiamo per l'appunto anche tener conto che non è un caso se Hegel non ha mai ritenuto di pubblicare quelle lezioni. E, soprattutto, che quelli che oggi (e ce ne sono ancora tanti) parlano del mondo diventato favola, della estetizzazione, del virtuale e del postmoderno, sono eredi di un bizzarro circolo di letterati, che alla filosofia in senso rigoroso non hanno dato nulla, e hanno poco a che fare con un filosofo serio come Hegel.
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